Sembrerebbe che si stia svolgendo un allarmante disastro sanitario e, da com’è stato ampiamente segnalato questa settimana, una polvere radioattiva sta travolgendo il deserto Algerino fino ad arrivare alla regione del Sahara attraverso il Mediterraneo. Diversi scienziati dicono che questa minacciosa polvere radioattiva Sahariana sta causando un picco di inquinamento persino nelle zone dell’Europa del Sud.
L’Associazione per il Controllo della Radioattività nell’Ovest (Acro), ha riferito che gli scienziati hanno osservato come questo fenomeno sia in corso già da febbraio, quando hanno notato che tale polvere veniva rilevata in alcune aree della Francia. Dei campioni confermano che nella polvere esaminata sono state trovate alcune particelle radioattive, sollevate da una forte tempesta che di recente ha travolto il Marocco, creando a sua volta enormi nuvole polverose che hanno raccolto il materiale radioattivo rilasciato da test nucleari condotti in passato dalla Francia sull’Algeria, ai tempi loro possesso coloniale, nei primi anni ’60.
Mentre alcuni scienziati sostengono che non ciò non comporti del pericolo, altri invece avvertono che i residui del cesio 137 – un isotopo radioattivo – può richiedere delle precauzioni, come il restare chiusi in casa.
L’organizzazione non governativa francese, che monitora l’Europa per controllare i segni della contaminazione nucleare, questa settimana ha fatto sì che l’Euronews riportasse la seguente frase: “L’Acro ha detto di aver eseguito dei test sulla recente polvere Sahariana che è stata prelevata nell’area del Giura, vicino al confine francese con la Svizzera.”
“Considerando i depositi omogenei in un’ampia area, basati su questo risultato analitico, l’Acro stima che sono stati trovati 80,000 becquerel/km quadrato di cesio 137”, ha dichiarato l’organizzazione.
Ha inoltre aggiunto che “Questa contaminazione radioattiva, che arriva da molto lontano, 60 anni dopo le esplosioni nucleari, ci ricorda della perenne contaminazione radioattiva presente nel Sahara, della quale è responsabile la Francia.”
Mentre gli effetti sulla salute dovuti all’esposizione possono essere a breve termine trascurabili, si mette in dubbio che molti Europei possano sentirsi a loro agio con una tale nuvola di particelle così minacciosa che si trova in bilico sul continente.
“Una nuvola piuttosto densa sta attraversando il Mediterraneo, coprendo parti della Spagna, della Francia, del Regno Unito e della Germania”, dove ora ci si aspetta il fenomeno delle piogge fangose.
E poiché questa tempesta di cui si è parlato colpisce di nuovo l’Algeria, è probabile che le particelle al suo interno riportino del cesio-137 dall’area del test nucleare francese eseguito il 13 febbraio 1960.
Quella storica detonazione aveva come nome in codice “Gerboise Bleue” – e in molti stanno ora sottolineando la profonda ironia del test atomico che è stato eseguito “attentamente” ed intenzionalmente su una colonia lontana dalla Francia, solo perché si è temuto che i suoi effetti postumi radioattivi di durata a lungo termine potessero tornare ad infestare di nuovo la popolazione francese.
Si teme anche che la polvere radioattiva possa soffiare così tanto ad est fino ad arrivare alla Turchia, infatti le autorità sanitarie turche hanno già chiesto a diverse parti della popolazione di prepararsi a restare dentro casa nei giorni a venire.
Nota del revisore: che episodi del genere siano il preludio alla presenza di un nuovo “nemico invisibile”, in grado di porre ulteriori restrizioni nelle nostre già martoriate vite? Seguiranno aggiornamenti.
Traduzione a cura di Chiara Giagnolini. Revisione a cura di Mer Curio. Link all’articolo originale, pubblicato il 6 marzo 2021
John Princekin, una mente infinita la sua, a tratti difficile da decifrare perchè immensa nella sua profondità. Visto che l’abbiamo incontrato per ben tre giorni, andiamo a chiudere la settimana tematica riportando qualche stralcio di una sua intervista, rilasciata in occasione dell’uscita di Pyramid. Chi meglio di lui puà farci comprendere gli intenti che spingono l’arte dei XVI Religion sempre avanti e sempre più su?
“A noi piace la fantascienza, ci mettiamo delle visioni un po’ nostre, un po’ di quello che vediamo in giro, un po’ di come ci immaginiamo l’incubo della vita che tentiamo di riprodurre tramite la nostra musica…tentiamo sempre di far pensare con noi il nostro ascoltatore, facciamo una riflessione insieme a loro. Abbiamo un riscontro di determinati tipi di persone che la pensano come noi su quello che può essere la società e il pensiero dell’uomo. Sono delle riflessioni su quello che è odierno tramite immagini di fantasia e mostri…Lo scopo è non sentirsi soli…Noi tentiamo con la nostra musica di far capire a tutte queste persone che si sono distaccate dalla società che non sono da sole, ci siamo anche noi che la pensiamo come loro e insieme a noi tantissima gente…”.
Jodorowsky diceva che bisognava pensare ad ogni nostra cellula come se fosse un universo infinito, concludiamo con una delle visioni più belle di Princekin in risposta a questo pensiero.
“…noi siamo tutti universi, differenti ed ingiudicabili perchè nessuno può giudicare il trascorso di un universo. Però allo stesso tempo tanti universi non si accorgono di essere infiniti e quando noi parliamo nei testi di questo non facciamo mai riferimenti odierni, ma aurei proprio per far capire che la coscienza di ogni individuo è infinita e ineguagliabile. Dobbiamo sentirci universi per essere davvero infiniti.”
Link canzone youtube. Per chi non visualizza il contenuto scegliendo di rifiutare i cookies.
Il pezzo si apre con una bellissima citazione tratta dal film “Stalker”. Può apparire paradossale una visione nella quale la musica è totalmente slegata dall’ideologia viste le analisi dei testi presi in considerazione finora, che rappresentano l’esatto opposto, l’attivismo che si manifesta proprio attraverso l’arte per arrivare dritto al cuore. La vera essenza della vecchia scuola e dell’underground è senza dubbio questa, è l’espressione di tale concetto. In particolare se parliamo di rap, è la rappresentazione e la condivisione dei propri ideali, le rime come strumento, come mezzo comunicativo per il raggiungimento di una consapevolezza maggiore anche a livello di crescita individuale, traguardi che diventano il fine ultimo in un continuo vorticare di pensieri e riflessioni, il piacere che deriva dai semplici incastri di parole, dai riferimenti fino alle analogie.
L’intro si riferisce quindi alla musica come suono universale, in questo caso può alludere alla base con tutte le sue sfaccettature, dalla più semplice alla più elaborata con loop e campionamenti vari. Credo che in gran parte sia una questione di gusti personali, anche se la complessità di un singolo beat può lasciare senza fiato, a volte il grezzo “bum cha” con la classica e “semplice” metrica o con gli stratagemmi del flow per stare sui 4/4 può essere altrettanto sconvolgente, questa è solo la mia opinione e non vorrei risultare troppo di parte perchè per certi versi adoro quello stile, così come nell’elettronica adoro la minimal, quindi forse non faccio testo.
Mi piace pensare che più nello specifico la citazione possa rappresentare un omaggio allo scratch, altra caratteristica distintiva della cultura hip hop che merita il suo spazio. Ho scelto “Religion” proprio per questo motivo, per gli scratch che contiene, per valorizzare questa tecnica che è in grado di regalare momenti di intensa emozione mentre ti ritrovi a scivolare anche tu avanti e indietro con la manipolazione del tempo perdendoti nella distorsione del suono sul vinile, mentre ti abbandoni facendoti cullare o trascinare, a seconda dei pezzi, dal cursore.
La musica può andare oltre le parole, forse può arrivare molto più in profondità, lo si capisce quando ci si ritrova accanto a persone che non parlano la stessa lingua, il banco di nebbia comunicativo si dissolve in un secondo, spazzato via dall’incalcolabile potere unificante del suono. Niente a che vedere con quello che siamo soliti chiamare linguaggio, ma ciò non è inteso come l’ allontanamento dal concetto di comunicazione, al contrario, è il soffermarsi a riflettere sulle sue più svariate molteplicità, quelle ritenute possibili e perchè no, anche quelle che vengono confinate nell’ambito della suggestione.
Per intenderci, la sinergia che provano le persone accalcate sottopalco, mentre il battito dei loro cuori si sincronizza, non si può considerare vera comunicazione? Le esperienze telepatiche sono tutte sapientemente spiegate dalla scienza con la sua tipica prospettiva riduzionistica? Spesso vengono catalogate come semplici allucinazioni. La musica assume un ruolo centrale in tutto questo, almeno per quanto riguarda la mia personale esperienza.
Tornando alle pulsazioni, Benni apre la prima strofa con uno dei contenuti che preferisco, è il cuore che indica la strada. Non importa se le avversità contribuiscono alla costruzione di quella corazza che lo rende inaccessibile dall’esterno, lo possiamo sempre raggiungere dall’interno. Possiamo scegliere di tenerlo stretto, tendere l’orecchio per afferrare i suoi sussurri, per capire cosa davvero intende dirci, dove vuole portarci. Sta a noi decidere se seguirlo o soffocarlo. In un mondo che non sentiamo più nostro, lasciamo andare tutto e il tutto perde il suo significato, non ci facciamo più impressionare dall’assurdità dei tempi che corrono, ormai non inorridiamo più di fronte all’insensatezza inumana.
L’unico baluardo ancora in piedi è la nostra musica, che fa sempre rabbrividire di piacere, è la schiettezza e la genuinità di questa passione condivisa. Tornando alla sinergia del sottopalco, non è in alcun modo possibile scordarsi delle sensazioni che si provano ai live, quando chi sta sopra al palco versa ogni singola goccia di se stesso nelle casse e attraverso di esse colma le anime aperte e recettive, stabilendo un contatto. Contatto che in qualche modo si trasforma in legame e si salda indissolubilmente. Mai più soli.
“Dieci di noi posson bastare per cento di loro”
Vari riferimenti all’ipocrisia, all’alienazione e alla perdita di valori umani. Non sono poche le difficoltà che si riscontrano di continuo nei rapporti con le persone, con la maggior parte di loro almeno.
Rarissimo invece trovare teste in sintonia, combattiamo perciò in pochi, ma compatti. Delusi dal genere umano per l’ennesima volta perchè abbiamo creduto, di nuovo, in un legame fittizio, che in realtà esisteva solo in funzione di qualche tornaconto, qualunque sia l’interesse in questione. Non ha importanza. Materiale o immateriale. Per ottenere qualcosa di concreto o semplicemente per il bisogno di gonfiare l’ego e per la volontà di ostentare ciò che non si è realmente. Questo genere di comportamento è diffusissimo, per gli eterni idealisti diventa pesante incorrere in queste dinamiche di continuo, perchè il fatto che siano ricorrenti purtroppo non riduce la delusione che portano con sè, accompagnata da una disillusione profonda, con il tempo ci si fa l’abitudine, isolandosi automaticamente per non dover affrontare quel tipo di mondo. Una nota positiva non manca mai, anche nelle situazioni peggiori si può trovare qualcosa di buono, di certo trarne insegnamento, in questo caso sbattere contro la falsità non ci spezza, ci rinforza e soprattutto ci ricorda di restare sempre veri, in ogni istante.
“Per ogni scambio di coscienza che mi porterò per sempre dentro Per ogni notte in cui ci penso mentre mi addormento Cerco qualcosa di introvabile, roba da lacrime”
Pura poesia che merita di essere riportata e semplicemente sottolineata, perchè non è necessario aggiungere altro, non avrebbe senso. Non poteva mancare un accenno alla Placca Pioneer che richiama buona parte delle tematiche ricorrenti del gruppo.
Segue lo scratch con il campionamento dei seguenti versi: – “Goditi il presente perché da domani non t’assicuro niente” tratto da “Goditi il Presente” dei Lyricalz. – “A favore di chi è nella merda da una vita e fa parlare di sé” tratto dalla strofa di Lord Bean nel brano “Gli occhi della strada” in “Dio Lodato” di Joe Cassano.
Lo scratch alla fine del pezzo è favoloso, sono pittosto certa si tratti della voce campionata di Gruff ma non sono riuscita a trovare la traccia originale. Se qualcuno la riconosce me lo può far sapere??? Pleeeease!
Avanti…Entra Princekin nella seconda strofa con il suo dono evocativo, facendoci sempre alzare il mento verso il cielo, col suo sentirsi radicato e indivisibile dall’universo intero che alimenta l’arte, che accompagna le anime sul sentiero tracciato da un ideale, valori tanto forti da non poter essere dimenticati.
La passione che unisce, arde incessantemente, ci fa sentire meno soli e dona la forza di andare avanti, qualsiasi sia la condizione nella quale ci troviamo.
Con “rifugio di fortuna” potrebbe far riferimento anche alla nostra Terra, che ospita ma non possiede per citare Princekin in un’altro suo pezzo, lo sguardo sempre rivolto verso qualche nebulosa lontana, l’essere parte del tutto, il percepirsi come universi infiniti.
Unificati da questo ardore non solo smettiamo di sentirci dispersi e isolati, ritroviamo lo slancio e la conseguente energia che ci permette di mantenere un’attitudine positiva verso la vita, l’atteggiamento costruttivo necessario a realizzare ciò in cui crediamo.
In cosa crediamo? In un sogno, in un futuro progettato su fogli scarabocchiati, sui quali l’inchiostro dilaga dando forma ad oceani sconfinati, senza più ostacoli.
I sogni e l’amore sono sullo stesso piano e non si vendono, nè si comprano; non si possono proprio stimare, nè sciupare o depredare. Questo è un concetto che si comprende solo ed esclusivamente vivendolo. Il verso che segue riguardo ai social lo condivido molto. Non ho mai avuto un profilo facebook, quando mi chiedevano un contatto spesso ero costretta a giustificarmi, a sorbirmi la stessa, inutile retorica. Sei tagliato fuori dal “mondo”, perdi l’opportunità di tenerti in “contatto” con gli “amici”, rinunci a tutte le comodità “gentilmente offerte” e non puoi evitarlo per sempre, dovrai adeguarti.
Spero sia già abbastanza chiaro il senso di tutte quelle virgolette, a volte le parole assumono un significato estremamente diverso da quello che potrebbe essere il loro valore universale, in base ai caratteri intrinseci che ognuno associa a quel determinato vocabolo.
Quando due persone pronunciano lo stesso identico termine non stanno necessariamente dicendo la stessa cosa, vogliono comunicare quello che secondo loro quella parola rappresenta ma non è detto che entrambi ci vedano dentro le stesse cose. Per questo a volte il linguaggio crea delle grosse interferenze.
Tornando ai social, esclusa l’unione iniziale per la scelta vaccinale, i primi gruppi che mi è capitato di frequentare su telegram sono quelli che stanno spuntando come i funghi in questo periodo pandemico di azioni liberticide e continue violazioni dei diritti individuali e collettivi.
Potrebbe essere una forma di aggregazione positiva se non fosse per l’atteggiamento generalizzato che si riscontra in questi contenitori di dissenso già altamente compartimentati dove una buona parte di chi si definisce “illuminato” giudica il resto del mondo con la stessa arroganza che dice di voler combattere, torna nello stesso recinto dal quale dice di voler uscire focalizzandosi sempre sui soliti argomenti nel tentativo di scardinare quei meccanismi che invece si ritrova inconsapevolmente ad alimentare.
Seguendo l’esempio di Princekin: chi ha orecchie per intendere, intenda. Chiusa parentesi.
Non poteva mancare infine un accenno ai viaggi interstellari tanto amati dai XVI Religion, che già nel 2016, forse percependo l’avvicinarsi di un periodo buio come quello che stiamo attraversando ora mentre scrivo, sentirono il bisogno di “radunare adepti per la fine dell’opera”.
Anime libere da ogni limite imposto, che sviluppano la capacità di elevarsi oltre i loro confini, che non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno e “brillano di luce propria”.
Quella luminosità essenziale a spazzare via l’oscurità che avanza inesorabile, quella tenebra che ci avvolge, troppo spesso senza incontrare resistenza, senza alcuna difficoltà.
Con le cuffie nelle orecchie come tutte le mattine infilo gli anfibi ed esco per andare al lavoro, sorrido mentre varco la porta d’ingresso e realizzo ciò che ho appena sentito, l’inconfondibile e graffiante voce di Princekin che apre la prima strofa dicendo: “Dai usciamo, mettiti le scarpe, oggi visita su Marte”, mi blocco perplessa per qualche secondo prima di girare la chiave nella serratura e mi dico divertita… “Vaaaaa bene! Ci sono, scarpe messe e sto proprio uscendo! In realtà dovrei recarmi al lavoro ma quando mi ricapita un viaggio sul pianeta rosso?”. La vicina che passa la sua esistenza alla finestra avrà sicuramente pensato che come al solito stessi parlando da sola, ma stavolta no! Stavo rispondendo alla bellissima sincronicità che l’universo mi aveva regalato.
Faccio ripartire la canzone mentre mi metto alla guida e mi perdo tra quei monti gialli e quella sabbia finissima, devo ammettere di essermi davvero abbandonata alla sua capacità evocativa. Ho avuto qualche difficoltà nel decidere come proseguire sull’analisi perchè non conosco i lavori da solista di John Princekin, ma sono rimasta piacevolmente sorpresa, questo pezzo mi è piaciuto molto. Con il suo intro tratto da Waking Life non poteva mancare nella nostra settimana tematica quindi alla fine ho scelto di inserirlo ugualmente e mi sono ritrovata a sorridere di nuovo perchè proprio di scelte tratta.
Non ho la pretesa di spiegare nel dettaglio ogni suo riferimento e non mi sento in grado di azzardare un’interpretazione che vada oltre le mie semplici riflessioni su alcuni specifici passaggi. Tra le particolarità che mi hanno fatto innamorare di questo genere c’è la seguente: certi pezzi li assapori piano piano, un po’ come quando conosci una persona e ogni volta scopri qualcosa di nuovo su di lei, come se la stessi spogliando lentamente, sotto a ogni parte superficiale che levi, trovi qualcosa di più profondo e arrivi a comprendere la sua interiorità.
Accade proprio come quando incontri qualcuno, i punti che si hanno in comune sono quelli che spesso tendono ad avvicinare inizialmente, così come i significati che cogli al primo ascolto di una canzone sono quelli che magari risuonano di più con la sinfonia del tuo mondo, con la percezione della tua realtà. Proseguendo nella conoscenza è probabile trovarsi in disaccordo ogni tanto, non condividere proprio tutti gli interessi o pensarla in modo totalmente diverso su determinate questioni, così come nella musica, è possibile rimanere incantati da un singolo brano pur non conoscendo o non condividendo tutte le tematiche trattate dall’artista. Durante gli ascolti successivi, in base al tempo passato e al proprio percorso di crescita si capiscono cose sempre diverse, maggiori dettagli, particolari che non ti avevano minimamente sfiorato, un po’ come capita con certi libri, i più belli.
Il messaggio che ho ricevuto dalla prima strofa è semplice e lo condivido parecchio, è sconfinata la follia di questa nostra società moderna, così frenetica e sempre in corsa verso il nulla. Si ha la sensazione che più niente abbia valore, fatta eccezione per quello economico. E’ difficile credere che nonostante la meta sia inesistente, le energie impiegate nel rincorrere quel fine illusorio siano reali, ma in definitiva lo sono e da qualche parte inevitabilmente porteranno, senza la minima cognizione di causa probabilmente ci condurranno proprio verso quelnulla, ma non sarà certo…nulla di buono.
Il ritornello mi ha colpita molto, mi ha trasmesso un forte senso di unione, consolidando i pensieri di questo ultimo periodo e confermandomene soprattutto uno: perchè continuare a focalizzarci sulle differenze anzichè lasciar confluire i punti di forza verso un unico obiettivo? Verso qualcosa di vero, in fondo, non abbiamo tutti lo stesso sole davanti? Pure il riferimento all’istinto che tanto è andato perduto con il sopravvento della fredda ragione mi è piaciuto tanto, avendo continuamente a che fare con quel tipo di “razionalità” che appare sempre e paradossalmente più folle del semplice sentire. Qualunque sia alla fine la destinazione, ci arriveremo tutti in un modo o nell’altro, prima o poi.
Trovo la seconda strofa ancora più significativa per quanto riguarda le scelte, i limiti mentali che spesso ci autoimponiamo, l’ostinazione nel restare ancorati a ciò che sarebbe meglio lasciar andare prima che trascini tutto giù con sè. A volte accade perchè si è lavorato tanto su quella precisa rotta e il solo pensiero di rimettere tutto in discussione terrorizza, a volte semplicemente non si vedono alernative all’orizzonte e si preferisce restare a galleggiare sul posto, dimenticandosi perfino della sete, nell’attesa di veder comparire un ombra stagliata nel cielo, perchè non si trova il coraggio di mettersi a nuotare verso lo sconfinato mare aperto senza sapere cos’ha in serbo il futuro, oltre quella misteriosa e netta linea che divide acqua e nuvole.
So, my mind bring me the horizon and go on.
“E allora alzati, vieni con me che ti mostro quanto sbagli Quanto è facile voltare pagine e cucire tagli Non è vero che non è una scelta aperta Questo è un fiume dove ogni ramo è collegato nel suo delta”
Pura poesia, credo che i miei versi preferiti siano questi, tornando al fatto che siamo tutti diretti verso lo stesso porto. Capita di sentirsi in balia delle onde, attanagliati dalla paura di finire sotto, di non riuscire più a risalire in alcun modo e infine di affogare miseramente ma “tutto muta, nulla si ferma” e si trova il modo di stare a galla imparando a scivolare in mezzo al delirio, a seguire la corrente senza farsi travolgere.
Il pezzo si conclude con il monologo di Waking Life che ci siamo goduti oggi all’ora dei vespri seguito da un’altro estratto del film “L’attimo fuggente”. Direi che si commentano bene da soli, lascia senza parole, e senza fiato per un istante, anche l’outro con un accenno a “Moonlight Sonata” di Beethoven.
L’etimologia della parola sogno si riconduce al latino somnium = sonno, a sua volta dalla radice sanscrita svap- (svapnja in sanscrito vuol dire sonno), poi nel greco ὕπνος(ypnos)= sonno, prima ancoraσ-ὕπνος (s-ypnos). In origine quindi, sogno e sonno erano un tutt’uno e sonno e sogno non si distinguevano.
Attualmente sogno e sonno hanno due significati diversi: il secondo indica lo stato di coscienza del dormire mentre il primo è quella parte del sonno in cui l’inconscio (durante la cosiddetta fase REM) produce delle immagini relative a situazioni che sembrano essere così reali da indurre il soggetto che li vive a provare sensazioni ottimistiche quando piacevoli e sensazioni pessimistiche quando spiacevoli.
L’immaginario di tutta l’umanità è ricchissimo di elementi che riguardano questa dimensione. Dal punto di vista occidentale e quindi nella specifica area di influenza del mediterraneo abbiamo molti elementi interessanti.
Oniromanzia
Innanzitutto un nocciolo strutturale dell’immaginario onirico antico e moderno è che il sogno sia portatore di un messaggio importante. Da questo concetto si sviluppa quella che chiamiamo Oniromanzia ovvero la tecnica di divinazione basata sull’interpretazione dei sogni.
Alcuni studiosi infatti interpretano i dipinti parietali paleolitici delle Grotte di Lascaux come la testimonianza degli elementi narrativi del sonno mistico di fondamentale importanza per tutta la comunità. Anche alcune delle domus de is janas , antiche costruzioni neolitiche scavate nella roccia calcarea dell’isola di Sardegna, si pensa potessero essere dei luoghi sacri adibiti al rito dell’incubazione. L’incubazione è una pratica magico-religiosa che consiste nel dormire in un’area sacra allo scopo di sperimentare in sogno rivelazioni sul futuro oppure di ricevere cure o benedizioni di vario tipo. Rituali di incubazione si conoscono già in epoca sumerica. Questa pratica richiedeva che un sognatore scendesse in un luogo sacro sotterraneo, dormisse una notte sognando e andasse da un interprete a raccontare il sogno, che di solito rivelava una profezia. La religione vedica conosce riti contro i cattivi sogni considerati alla stregua di ogni altro male; ma questa concezione cede presto, nella letteratura brahmanica, all’idea che i sogni costituiscano solo segni premonitori della realtà. Nell’ Epopea di Gilgames, l’eroe, re di Uruk, prima di ogni nuova impresa si ritirava in fasi meditative entro le quali il sogno assumeva un ruolo magico, di raccoglimento interiore e di catalizzazione delle forze divine. Nell’antica Grecia, l’incubazione veniva praticata dai membri del culto di Asclepio e le offerte votive ritrovate nei suoi centri di culto ad Epidauro, Pergamo e Roma attestano l’efficacia del rito. L’incubazione venne adottata da certe sette cristiane ed è tuttora in uso in pochi monasteri greci. In Nord Africa la pratica dell’incubazione, estremamente antica (è segnalata già da Erodoto), è tuttora molto vivace. Essa si pratica soprattutto presso le sepolture dei famigliari o di qualche santo o marabutto. Il termine che la designa più di frequente è asensi (dal verbo ens “passare la notte”).
L’oniromanzia è stata particolarmente valorizzata nel mondo classico. Per gli antichi Greci, il sogno non è una rappresentazione imperfetta della realtà, né unicamente un flusso caotico di pensieri durante il sonno. Il sogno rappresentava uno stadio superiore di realtà, un limbo tra il mondo umano e il mondo degli déi, che analizzarono dettagliatamente, distinguendone diversi livelli.
Sicuramente è importante ricordare che Morfeo è il dio delegato ai Sogni mentre Ipnos quello delegato al Sonno. Morfeo è figlio di Ipnos e di Notte, nato da una rapporto incestuoso tra il dio e sua madre. Il dio è citato nelle Metamorfosi di Ovidio, il quale gli attribuisce anche due fratelli: Fobetore e Fantaso. Secondo il poeta latino, Morfeo aveva il ruolo di entrare nei sogni degli esseri umani personificandosi in altre persone; Fobetore, invece, compare negli incubi delle persone trasformandosi in creature mostruose; Fantaso infine s’immedesima in oggetti inanimati che popolano i sogni delle persone. Morfeo era inoltre rappresentato, a volte, come un giovane con grandissime ali di farfalla che sbattono silenziosamente alle sue spalle ed un paio di alette sulla testa. Aveva con sé una cornucopia da cui estraeva l’essenza del sogno ed un fiore di papavero per far entrare la persona in un sonno profondo.
Nel Commento al sogno di Scipione, Macrobio, pensatore romano, compie una dettagliata anatomia dell’universo dei sogni, descrivendo i cinque tipi di sogno che, secondo gli Antichi, potevano manifestarsi all’uomo durante la notte. I primi due livelli rappresentano il grado più “basso” del sogno e sono il visum e l’insomnium.
L’insomnium, ossia la visione interna al sogno, è strettamente legato alle immagini dei nostri desideri e delle nostre preoccupazioni che tornano a farci visita di notte. Esso rappresenta l’aspetto “ingannatore” dei sogni, in grado di farci credere di vivere una realtà effettiva che, però, svanisce e non lascia alcuna traccia di interesse o di significato non appena ci svegliamo.
Il visum, l’apparizione, “si verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, nel momento in cui, come si dice, si sta per cedere all’influenza dei vapori soporiferi, quando il dormiente, che pensa di essere ancora sveglio […] si crede assalito da figure fantastiche le cui forme e grandezze non hanno niente di analogo in natura” e per natura è simile all’insomnium, con la differenza che in questo caso le immagini che si presentano sono caotiche e confuse. Questi due livelli rappresentano i più elementari e meno importanti del mondo dei sogni, poiché un mero riflesso, più o meno confuso, della realtà quotidiana.
Secondo gli antichi, vi sono livelli superiori che possono rappresentare un limbo tra mondo terreno e mondo ultraterreno, uno stadio superiore di coscienza entro il quale la mente umana, libera dai vincoli della materialità e della quotidianità, può entrare in contatto con i segreti della realtà.
Il primo di questi livelli è l’oraculum, l’oracolo; esso “si manifesta quando ci appare in sogno un parente o un personaggio venerabile e importante, come un sacerdote o una divinità stessa, per informarci di ciò che ci accadrà o non ci accadrà e di ciò che dobbiamo fare o dobbiamo evitare”. Essendo l’universo onirico un limbo tra questo mondo e il mondo dei defunti, in alcune occasioni è possibile entrare in contatto con le anime che albergano nell’oltretomba, generalmente le anime degli antenati, che avendo acquisito la prescienza degli eventi futuri possono avvertire i loro parenti circa il fato a cui stanno andando incontro.
Il secondo livello superiore la visio, la visione; esso “ha luogo quando le persone o le cose che vedremo in realtà più tardi si sognano come saranno allora”; si tratta del sogno premonitore, che anticipa eventi futuri mettendoli in scena, senza dunque la mediazione di un antenato che anticipa “verbalmente” gli eventi.
Infine vi è somnium, ossia il sogno propriamente detto; esso “nasconde ciò che ci comunica sotto uno stile simbolico e velato di enigmi il cui significato incomprensibile esige il soccorso dell’interpretazione”. Il somnium vero e proprio, al contrario dell’insomnium e del visum, possiede un significato simbolico che è compito del sognatore riuscire a rintracciare, per decifrare cosa la sua psiche, l’esistenza o gli déi stanno tentando di comunicargli; esso può essere personale, quando il sognatore è il protagonista del sogno; estraneo, quando altri personaggi sono i soggetti delle azioni; comune e pubblico, quando esso mette in scena relazioni tra il sognatore e altri soggetti o, in generale, la comunità; infine, il grado più elevato di somnium, il sogno universale. Si tratta di una forma di sogno mistico, durante il quale la coscienza del sognatore è annichilita dalla manifestazione del Cosmo e delle sfere celesti nella loro immensità.
Tutte le civiltà hanno assegnato grande rilievo al sogno considerandolo un fattore universale di mediazione tra gli uomini e la divinità. Esso possiede quindi un significato divinatorio e spesso addirittura profetico. Gli dèi, gli angeli, i geni o i demoni approfittano del sonno per investire lo spirito della persona scelta e inviare un messaggio alla stessa o attraverso quel tramite all’intera umanità.
Attraverso il Papiro Insinger o il Papiro Chester Beatty III abbiamo testimonianza del concetto di oniromanzia da parte del mondo egizio. Pare infatti che per questa civiltà il sonno fosse uno stato di coscienza che permettesse di entrare in contatto con un altro mondo, un mondo caratterizzato dalla fluidità del tempo che permetteva quindi al futuro di potersi manifestare liberamente. Essendo tale pratica considerata pericolosa, gli Egizi si proteggevano ponendo accanto a sè delle icone di divinità benigne, nella fattispecie spesso del dio Bes.
Nelle religioni monoteiste, i sogni profetici costellano i racconti e gli insegnamenti dei testi rivelati.
Nella tradizione musulmana il sogno e l’oniromanzia occupano un posto molto importante. Essi classificano i sogni in due categorie: i sogni veritieri ispirati da Dio e i sogni falsi ispirati dai demoni. I primi sono chiari, positivi e con personaggi familiari, saggi e santi mentre i secondi sono assurdi, confusi, negativi e costellati da immagini spaventose. Anche la tradizione del sufismo individua queste due categorie ma ne dà un’interpretazione più approfondita: ” I sogni falsi sono legati alle preoccupazioni terrene, così, quando il sogno abbassa la barriera dei divieti, i bisogni carnali repressi dalla coscienza si manifestano attraverso i sogni. Perciò il dormiente al suo risveglio, può fare il punto circa le sue preoccupazioni del momento e le esigenze della sua anima carnale. Quanto ai sogni veritieri, invece, essi trattano soggetti spirituali. E’ attraverso questi sogni ispirati che i maestri religiosi e i grandi mistici ottenevano una risposta a una domanda, a un problema metafisico (…) I sogni veritieri, caratterizzati dal linguaggio simbolico, hanno bisogno di essere interpretati da un maestro religioso. Questi sogni veritieri possono anche essere dei momenti di illuminazione divina in cui la parola di Dio diventa evidente. “
Nella Bibbia; Genesi, 41, 15-32; vi è l’esempio emblematico del racconto di Giuseppe che mostra la profonda importanza attribuita al sogno da parte dei popoli mediorientali ma anche di grande valore per quanto riguarda il tipo di interpretazione data. Parliamo dell’episodio in cui Giuseppe interpreta il sogno del Faraone delle sette vacche magre che divorano le sette vacche grasse e delle sette spighe vuote che spuntavano subito dopo sette spighe piene e belle. Giuseppe lo interpretò come sette anni di abbondanza ai quali sarebbero seguiti sette anni di grande carestia. Dopo quella interpretazione Giuseppe ebbe un ruolo di grande rilievo nella gestione dell’Egitto da parte del Faraone, ruolo che utilizzò per gestire l’eccedenza dei raccolti in previsione dell’arrivo della carestia. Questo passaggio biblico è posto a dimostrazione del fatto che il destino può essere evitato se si sviluppa una buona comunicazione col divino, comunicazione che pone come tramite fondante proprio il sogno.
Il concetto dell’oniromanzia come strumento di previsione dei pericoli, è un concetto estremamente diffuso a tutte le latitudini. In area cosiddetta amerinda, ad esempio, la reazione a un dato evento deve essere la stessa, che tale evento sia prodotto nella realtà o si sia verificato nei sogni. Quindi se un Cherokee sogna di essere morso da un serpente dovrà essere trattato come se fosse stato morso nella realtà, altrimenti la ferità gonfierà e si infetterà. Anche se dovessero passare molti anni prima che tale conseguenza si verifichi nella realtà bisogna prendere provvedimenti poiché nel sogno è già accaduto.
Interpretazione dei sogni
Come abbiamo visto sinora, i sogni hanno sempre suscitato l’interesse degli uomini fin dai tempi più remoti. La letteratura classica, ad esempio, è ricca di racconti che hanno a che fare con l’attività onirica. Nel II secolo d.C. un autore greco di nome Artemidoro Daldiano, precorrendo Freud, scrisse un’opera intitolata “L’interpretazione dei sogni”.
Nella cultura egemone occidentale è indubbiamente Sigmund Freud il baluardo dell’analisi onirica del mondo attuale. Il collegamento tra i suoi studi e la nostra personale interpretazione dei sogni è ormai un automatismo.
Il suo pensiero può essere enunciato attraverso varie massime, la formula “Il sogno è il custode del sonno” è sicuramente molto illuminante. E’ lecito pensare che la funzione principale del sogno sia davvero quella di proteggere il dormiente. Essendo sottoposto a continui stimoli endogeni ed esogeni, l’attività onirica gli porta una risposta più o meno adeguata e sufficiente ad essi, rispondendo coi sogni ai suoi desideri o alle sue sensazioni. Anche il postulato “Il sogno è la realizzazione di un desiderio” quindi spiega bene che un’altra delle funzioni principali del sogno sia quella di esprimere i desideri non soddisfatti o proibiti che si annidano nell’inconscio. Approfittando dell’intorpidimento del sistema cosciente durante il sonno , questi contenuti relegati nei meandri della psiche, si esprimono nel sogno permettendo la loro realizzazione simbolica. Freud per confermare questo rapporto sogno-realizzazione o sogno-ideale ricorre al linguaggio corrente. Infatti nel linguaggio comune il sogno si articola in due costanti: l’aspetto meraviglioso quindi ideale e l’aspetto irreale attraverso il quale trascende la materialità. Il sogno in questo senso, ma in termini più complessi, possiede due dimensioni, una manifesta e una latente. La prima corrisponde al sogno in se stesso ovvero la narrazione di per sé e quella del sognatore, mentre la seconda corrisponde al senso del sogno ovvero al messaggio di cui è portatore. Alcuni processi psichici mascherano il sogno col fine di censurare per proteggere l’equilibrio psicologico. Il rifiuto dell’accesso alla coscienza di elementi negativi porta quindi a un travestimento che Freud chiama lavoro di elaborazione del sogno. I sogni utilizzano un linguaggio cifrato:
La condensazione permette di compattare più rappresentazioni in una sola. Ad esempio caratteristiche di più persone in una.
Lo spostamento permette a un elemento latente di essere rimpiazzato da un altro lontano e illusivo. La centralità psichica è trasferita da un elemento fondante a uno accessorio rendendo l’apparenza del sogno straniante.
La simbolizzazione concorre all’oscurità del sogno. Essendo il sogno fatto di simboli, Freud ammette un sapere inconscio comune quindi un inconscio collettivo. Secondo la sua interpretazione il simbolo serve a rappresentare in modo analogico un elemento rimosso.
L’interpretazione dei sogni è in questo senso un ponte tra i contenuti inconsci e i contenuti consci. Essa consiste dunque nello stabilire dei legami, nel procedere per associazioni di idee e nell’applicare una lettura analogica, cercando di avvicinare i significanti tra loro. L’interpretazione dei sogni è infine individuale cioè soggettivo poiché assume un senso particolare per l’individuo, in funzione della sua storia, esperienza e dei suoi riferimenti.
Per Freud, l’incubo è un sogno fallito in cui le modalità di travestimento dei contenuti inconsci sono imperfette. Esso risponde alla stessa definizione e analisi del sogno ma libera più facilmente il suo significato nella misura in cui è insufficientemente camuffato.
Tra le varie teorie sul sogno, spicca la teoria di Carl Gustav Jung fondatore della Psicologia Analitica. L’impostazione di Jung è piuttosto diversa da quella di Freud. Per Jung i sogni sono l’espressione di un “inconscio collettivo”, ossia di quel patrimonio di simboli e d’immagini “archetipiche” (cioè primordiali e appartenenti alla specie) che tutti gli uomini condividono. La loro forza risiede nel loro essere portatori di un sapere profondo, illuminante, capace di trasmettere saggezza ed energia. Jung oltre ad affermare che attraverso i sogni si può conoscere la vera personalità dell’essere umano, riconobbe nei sogni la possibilità di ricevere messaggi sul futuro. La scienza basilare dell’interpretazione dei sogni è basata sulla legge delle analogie filosofiche, la legge delle analogie dei contrari, la legge delle corrispondenze e della numerologia.
La sua teoria si dipana attraverso dei punti fondamentali:
Innanzitutto secondo Carl Gustav Jung il sogno è un prodotto autonomo e significativo dell’attività psichica. (C.G. Jung, L’Analisi dei sogni e altri scritti, Biblioteca Bollati Boringhieri, p. 21). Ciò vuol dire che, come nelle migliori tradizioni greche, non siamo noi che sogniamo, ma sono le immagini del sogno che ci vengono a trovare durante la notte. Siamo soliti dire ho fatto un sogno, ma più correttamente dovremmo dire ho visto un sogno (come ci suggerise la cultura greca, James Hillman e Robert Moss).
Nel sogno sono presenti elementi della psiche individuale, ed elementi della psiche collettiva. Ovvero sono presenti elementi personali, ed elementi culturali.
Secondo Jung l’inconscio non si traveste come pensava Sigmund Freud.
Nel sogno non ci sono parti nascoste o ambigue. Bensì l’inconscio si manifesta con autenticità attraverso simboli e archetipi.
Il sogno è una sorta di teatro. Ovvero ogni personaggio del sogno (cosa o persona) è una parte del palcoscenico psichico dell’individuo. Se sogni tua madre, tuo padre o tuo marito, non stiamo parlando di loro, ma stiamo parlando di te sognatore. Tutti questi personaggi sono parti della tua psiche.
Altri studiosi invece hanno formulato teorie molto diverse. Per alcuni (come ad esempio il neurofisiologo Robert W. MacCarley) il sogno, anziché essere un processo di mascheramento, sarebbe un processo di attivazione. Per altri autori, il sogno sarebbe invece una rielaborazione delle esperienze nascoste percepite durante lo stato di veglia, dove verrebbero memorizzate e poi, durante il sonno, riemergerebbero.
Il premio Nobel per la medicina Francis Crick ha elaborato una teoria secondo la quale il sogno sarebbe un modo in cui il cervello smaltisce l’eccesso di informazioni raccolte. Secondo la teoria delle “reti neurali” (ovvero gruppi di cellule neuroniche che cooperano per la registrazione delle associazione tra eventi percepiti) il sogno servirebbe non solo a mettere ordine, ma anche a fare pulizia, eliminando i ricordi più deboli e inutili, mantenendo in efficienza la rete neuronica per il giorno seguente. Secondo tale teoria i sogni sarebbero quindi una sorta di spazzatura che il cervello sta eliminando.
Dal fatto che esistano diverse teorie, spesso contrapposte, si può facilmente dedurre che, dal punto di vista scientifico, i sogni rappresentano ancora in buona parte un mistero. Questo deriva ovviamente dal fatto che essi sono il prodotto del cervello che è e rimane l’oggetto più complesso che esista in natura.
Il viaggio astrale
L’espressione esperienza extracorporea, nota anche con le sigle OBE e talvolta OOBE (dall’inglese out of body experience), sta a indicare tutte quelle esperienze, la cui interpretazione rimane controversa, nelle quali una persona percepisce di “uscire” dal proprio corpo fisico, cioè di proiettare la propria coscienza oltre i confini corporei, spesso definito in sintesi come Viaggio Astrale.
Nelle dottrine misteriche il viaggio astrale non si differenzia di fatto dallo stato di sonno e dai comuni sogni che si fanno dormendo, tranne per il fatto che in quest’ultimi manca la coscienza di trovarsi fuori dal corpo. Per capire la natura di tali esperienze, nell’occultismo moderno si fa riferimento all’anatomia sovrasensibile dell’essere umano, composta da vari corpi tra cui quello astrale, che partecipa della coscienza, uno eterico, in cui risiede la vita, oltre a quello fisico. Secondo le testimonianze degli esoteristi, ogni notte nel sonno si verifica una separazione dell’Io della persona addormentata e della sua componente astrale, mentre il suo corpo fisico che rimane nel letto può continuare a vivere perché resterebbe avvolto da quello eterico, responsabile delle funzioni vitali.
Solo in circostanze particolari come nei riti iniziatici dell’antichità officiati dagli sciamani e dai sacerdoti, si provocava una separazione anche del corpo eterico vitale, inducendo uno stato di trance profonda simile alla premorte. La morte stessa, del resto, avverrebbe quando i corpi sottili, allontanatisi dall’involucro fisico, non possono più fare ritorno in quest’ultimo, a causa della rottura del cosiddetto «cordone argenteo» che li collegava.
Riuscire a trasferire la propria coscienza dal corpo fisico a quelli sovrasensibili è ciò che consentirebbe inoltre i sogni lucidi, ossia quel fenomeno chiamato «onironautica» in cui si ha la capacità di restare desti mentre si dorme, e di modificare a piacimento i propri sogni. Da qui nasce la disputa se il sogno lucido stesso possa essere considerato una sorta di viaggio astrale, cioè un’esperienza di separazione della propria anima, con cui ci si possa recare in ambienti realmente esistenti.
Nel caso del sogno lucido, in effetti, ci si può effettivamente trovare ad esempio nell’ambiente circostante, e nel momento corrispondente a quello in cui si verifica il sonno, ma anche in tempi e luoghi diversi da quelli ordinari, assimilabili a un mondo parallelo o un piano astrale.
L’interesse per i viaggi extracorporei crebbe in età moderna a partire dal XIX secolo, sotto lo stimolo della diffusione di conoscenze sulle culture sciamaniche extraeuropee, ma soprattutto per la nascita dello spiritismo e una rinnovata attrazione per l’occultismo esoterico. La possibilità di accedere alla memoria collettiva del mondo o alla cosiddetta cronaca dell’akasha, a cui fu dato il nome di «proiezioni astrali» o «visioni astrali», divenne inoltre una materia popolare di insegnamenti esoterici nell’ambito della Società Teosofica sorta sul finire del secolo.
Negli anni sessanta del XX secolo, l’americano Robert A. Monroe, insieme al suo collega di ricerca Charles Tart, con la pubblicazione di Journeys Out Of The Body rese popolare l’espressione «esperienza fuori dal corpo», in luogo del termine storico «proiezione astrale» ritenuto non alla portata comune perché troppo evocativo di un contesto occulto.
Uno studio condotto da Bigna Lenggenhager, della Scuola Politecnica Federale di Losanna e da Henrik Ehrsson dell’University College di Londra, primo in assoluto del suo genere, è descritto in due articoli pubblicati su Science.
Nell’esperimento eseguito i partecipanti hanno indossato speciali occhiali utilizzati in visioni tridimensionali attraverso i quali hanno visto, proiettata a una distanza di due metri, la propria immagine mentre la stessa era simultaneamente ripresa da una telecamera posta dietro di loro. Durante le proiezioni, la loro schiena veniva toccata diverse volte con un bastoncino, così che essi hanno potuto osservare ciò che accadeva “in diretta” sull’immagine virtuale. Quando poi ai partecipanti è stato chiesto in quale punto si trovassero della stanza, quasi tutti hanno indicato la posizione virtuale. Gran parte dei volontari, quindi, ha avvertito una dissociazione dal proprio corpo.
Secondo gli autori, questo studio fornisce una possibile spiegazione scientifica dell’origine del fenomeno delle esperienze fuori dal corpo, alla base del quale “potrebbe esserci una disconnessione fra i circuiti del cervello che elaborano le informazioni sensoriali”. Questo esperimento, ha commentato Peter Brugger, dell’University Hospital di Zurigo, dimostra che la coordinazione dei sensi e la prospettiva visuale e visione sono importanti per la sensazione di trovarsi all’interno del proprio corpo.
I ricercatori hanno quindi dedotto che la percezione che una persona ha di se stessa può essere manipolata usando una serie di stimoli multisensoriali in quanto l’unità spaziale e la coscienza del corpo dipendono dai meccanismi del cervello. Tali studi non permettono però di concludere in modo definitivo circa la natura oggettiva o allucinatoria del fenomeno dell’esperienza extracorporea, o di altri fenomeni simili, come quelli di premorte.
Ascesa e Discesa
Dal punto di vista simbolico, invece, potremmo interpretare lo stato di coscienza del sonno, l’atto conseguente del sogno passivo o dell’attivo sogno lucido-viaggio astrale come elementi a loro volta conseguenti tra due spinte precise: la spinta ascendente e quella discendente.
L’ascensione, dal latino Ascendere che significa salire, implica un movimento verso l’alto sul piano fisico o psichico. E’ connessa all’emersione, l’elevazione, la sublimazione e la liberazione dei pesi che traggono verso il basso. Nel mito e nell’immaginario è spesso rappresentata dall’immagine del volo, delle ali, dell’occhio che vede dall’alto con una prospettiva più ampia e quindi in questo senso anche come la capacità di affrancarsi dai limiti della materia espandendo la propria spiritualità.
Gli sciamani disegnano un sentiero che si estende attraverso delle prove come una montagna, una scala fino alle nuvole. Tracciano mappe con segni riconoscibili usati nei viaggi per ascendere ai Mondi Superiori e nei passaggi da un’esperienza sciamanica alla successiva le mappe registravano un paesaggio interiore omogeneo come punto di riferimento per ogni sciamano.
Anche déi ed eroi di miti e tradizioni religiose ascendono a regni celesti, simboli di gloria, immortalità, conoscenza o spiritualità trascendente. Nella tradizione cristiana l’ascensione è un nodo fondante. Nell’ebraismo, figure come Abramo e Mosè compiono l’ascesa su una montagna per raggiungere il cospetto di Dio. Maometto è salito al cielo attraverso il cavallo Buraq. Dante ha descritto molto dettagliatamente la difficoltà del percorso e dell’accesso psichico alle vette spirituali raffigurando l’ascesa ai cieli come la scalata di una montagna divisa in sette balze, un albero del mondo o una colonna di fumo.
Infatti l’ascensione richiama l’immagine dell’albero, della scala a pioli, della montagna, del cielo e dello spazio esterno, oltre che di ascensori e gradinate. Rappresenta intuizioni e pensieri elevati oltre che slanci di immaginazione.
Nei rituali di iniziazione e nei processi psichici di trasformazione è naturale la sua contrapposizione alla discesa: uno dei due poli nel movimento tra realtà superiore e inferiore, vette e profondità, alti e bassi che caratterizzano gli umori e i legami affettivi, oppure oscillazione tra ragione e istinto come strumento della conoscenza del Sè o nelle dinamiche di separazione e di sintesi. In molti sistemi simbolici, l’ascesa dev’essere seguita da una discesa e viceversa, con l’obiettivo di equilibrare gli opposti e giungere all’integrazione del Sè. Non a caso gli sciamani entrano in stati alterati di coscienza indossando oggetti legati alla propria identità umana, per mantenersi in contatto con la forma corporea e la coscienza umana a cui devono poi far ritorno.
Ed è qui che si evidenzia la forza della discesa che conduce dall’alto verso il basso, dal cielo alla Terra, dal mondo superiore a quello sotterraneo o suboceanico. La forza di gravità spinge verso il basso, calando gli esseri umani nella vita reale, con fardello di responsabilità e con la sperimentazione che ciò comporta: il piacere dei sensi, la felicità, il dolore. Dalle acque rinfrescanti al fuoco più vivo. La discesa ha il potere di coagulare, di concretizzare: lo spirito volatile acquisisce materialità, mentre i sogni, le idee, le potenzialità e le fugaci immagini dell’intuizione diventano reali, soggetti a corrompersi e a svanire. Ciò che si teme di più è proprio la Caduta. Si dice Tornare coi piedi per terra perché la discesa può essere anche ridimensionamento, collisione, crollo, disincanto e disillusione. Eppure miti e rituali, fin dai tempi più antichi, attestano le potenzialità trasformative connesse alla discesa. Questa rappresenta di fatto un ritorno alla matrice transpersonale per poter rinascere, il raggiungimento di una preziosa conoscenza di sé acquisita nei luminosi regni dell’oscurità o ancora il dono della comprensione capace di “elevare” fino alla conoscenza collettiva ciò che è autenticamente profondo. Insomma, come in cielo così in terra!
La Matrice interiore
In conclusione è importante citare l’interessante lavoro di Emanuele Palmieri, scrittore e ricercatore, impegnato nel campo della Crescita Personale. Nel suo libro La Matrice Interiore espone un punto di vista sulla Conoscenza di Sè davvero innovativa seppur basata su elementi di studio spesso già noti.
La Matrice Interiore è un modello che si basa sullo studio dell’enneagramma con l’aggiunta di due ulteriori elementi fondamentali: la fisica quantistica e la visione tridimensionale.
A suon di Conosci Te Stesso, Palmieri ci trasporta nell’individuazione di un nuovo focus della realtà che assume un significato a tutto tondo.
Sul contesto specifico dei sogni lo stesso autore ci ha dichiarato: ” Il mondo onirico, letto nella chiave della Fisica di Bohm, è un mondo bi-dimensionale perché fatto di livelli di energia che variano nel tempo. Ciò lo colloca nel mondo delle sensazioni, è quindi un insieme di sensazioni che vengono decodificate attraverso il nostro personale modo di leggere e di accedere agli archetipi. Ci sono dei sogni in chiaro perché per noi quelle emozioni vengono trascritte in modo preciso e per noi comprensibile e possiamo visualizzarli. In altri momenti accade che invece quello che tentiamo di decodificare o non viene compreso e viene trascritto attraverso immagini del mondo reale che noi conosciamo meglio oppure li scartiamo perché troppo incomprensibili o troppo spaventosi. Si tratta di una decodifica perché il mondo delle immagini è fatto di Spazio per Livello Energetico, ma nel momento del sogno lo Spazio è assente per cui l’immagine è una ricostruzione, che viene fatta da noi, di quel messaggio archetipico fatto di emozioni. Noi decodifichiamo Emozioni in Immagini. Quando c’è un sogno che ci sfugge diciamo -Non ho capito bene cos’ho sognato- invece dovremmo dire – Ho decodificato in modo parziale o incomprensibile quello che ho sognato- si tratta di decodificazione manchevole nel passaggio da Emozioni a Immagini. Questo perché potrebbe trattarsi di concetti che sfuggono alla nostra conoscenza e comprensione oppure concetti che rifiutiamo di portare alla nostra comprensione. “
Kaos (Marco Fiorito, 1971-Caserta) è uno dei precursori dell’hip hop in Italia, inizia con le altre arti che contraddistinguono questo movimento: la break dance e i graffiti. Prosegue come MC e sta anche dietro ai piatti per alcuni suoi lavori, comincia con il rap in inglese per poi passare all’italiano, si può quindi considerare uno degli artisti più completi della scena e un fiero rappresentante del più puro e vero underground. Che altro aggiungere?
Kaos al Nessun Dorma – Varese. Pezzi di anima sul palco.
Semplicemente un “dannato” poeta che scuote e fa vibrare la tua anima con le corde vocali, soprattutto dal vivo, quando ci si fonde tutti in un’unico suono, nella stessa vibrazione.
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Pandemia. Curioso, lo so, suona così familiare in questo periodo non è vero? Pensiamo all’ultima nostra settimana o all’ultimo mese, in realtà potremmo prendere in considerazione l’intero anno. Si, è passato un anno bella gente.
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa parola, calcolando anche tutte le sue varianti quali pandeminchia, pseudopandemia, psicopandemia e via dicendo? Quante volte abbiamo nominato il suo fedele compagno dai petali petalosi o, per stare in tema, le sue varianti più “simpatiche” quali coronavairus, minchiavirus, ginovirus e via dicendo? Chi ce lo fa fare? A chi importa il numero esatto di volte? Viene la nausea solo a pensare di doverci pensare quindi andiamo semplicemente avanti tornando indietro. Rewind.
Pandemia. Non è quello che vi aspettereste di sentire, non è quello di cui vorreste parlare probabilmente o quello che tutti siamo costretti in un modo o nell’altro a subire, è altro. A mio avviso, uno dei pezzi migliori di kARMA, il terzo album di Kaos. Sarà che ho lasciato dei pezzi di cuore sottopalco ai live quando la sinergia tra le persone che cantano all’unisono era talmente forte da non riuscire a descriverla e nei momenti difficili mi veniva sempre in mente, mi dava sollievo.
Credo di essermi ripetuta la sua prima rima centinaia di volte, l’avrò cantata davvero centinaia di volte, quando stavo male per qualcosa mettevo le cuffie, lasciavo che la voce rauca di Kaos alleviasse il mio dolore e alleggerisse la zavorra che comprimeva il mio costato.
“A questa vita non ho chiesto niente in fondo Manco di venire al mondo Mi domando se c’è un senso e non rispondo”
Può sembrare banale se non ci si presta la dovuta attenzione, la trasformavo in un mantra e rieccheggiava nella mia testa con la sua disarmante elementarità finchè raggiungevo una sorta di rassegnazione cosmica che mi permetteva di superare più facilmente quell’ostacolo. Giusto o sbagliato andavo avanti e stavo meglio, quando non ce la facevo più a volte svuotavo la testa dalle domande invece di ostinarmi a volerla riempire con le risposte.
A volte se pensi all’universo intero ti rendi conto di quanto piccolo sei e diventano più piccoli anche i tuoi problemi, forse, o semplicemente ti rendi conto che alla fine passerà. Farai come hai sempre fatto, ti sei lasciata alle spalle l’ostacolo precedente e quello prima ancora, in un modo o nell altro, e così sarà per quello che hai di fronte e per il successivo.
A tal proposito, un amico ha condiviso con me la seguente citazione di Jodorowsky:
“decisi di lasciarmi andare alla corrente, di non fare la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che m’era successo finora era bastato a distruggermi; nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto. Il mondo era intatto. Domani poteva anche esserci la rivoluzione, l’epidemia, il terremoto; domani poteva non restare viva un’anima a cui volgersi per compassione, per aiuto, per fede. A me sembrava che la grande calamità già si fosse manifestata, che io non potevo esser più veramente solo che in quel preciso momento. Decisi che non mi sarei attaccato a nulla, che non avrei atteso nulla, che d’ora in poi avrei vissuto come un animale, una bestia da preda, un pirata, un predone.”
Riassume bene lo stato d’animo che ho cercato di descrivere. Ti eclissi, oscurando la tua carcassa per proteggerla, per proteggere quel che ancora è restato intero.
“Nascondo quel che è rimasto di me stesso Ma ora il tempo sta scadendo e sono ancora in questo posto”
Non so perchè ho sempre pensato a questa interpretazione, il bello di certi testi è proprio questo, ti si modellano addosso, ti entrano nell’anima e non puoi più farne a meno. Pensando al tempo e alla sua fine, se di fine si può parlare, nascondi quello che ti è rimasto attaccato di buono dopo l’ultimo scontro con la vita, seppellisci quella parte di te per non rischiare di perderla del tutto ma la linea è sottile e così facendo rischi di rinunciare a questo luogo e a questo tempo. Potresti pagare un prezzo molto più alto di quanto quella parte di te vorrebbe, la tua anima che si arrende e ormai sepolta, non è più in grado di protestare.
Per Kaos il seguente passaggio è forse una provocazione verso Dio? Verso la promessa di un paradiso dove il dolore non esiste nonostante il peso di essere giudicati tutti colpevoli dalla nascita, macchiati dal peccato originale.
“Il resto è sentenza che mi ha visto già colpevole Insisto su un punto debole: sto Dio c’ha troppe regole”
Ci si potrebbe domandare come può la semplicità dell’essere, dell’uno nel tutto, sottostare alla complessità imposta dalla religione che appare sempre più umanizzata, sempre più subordinata al pensiero dell’uomo con tutti i suoi difetti, sempre più lontana da quello che dovrebbe rappresentare, specchio della vera essenza di Dio.
Segue una delle considerazioni più comuni, una delle classiche domande che non è possibile evitare nel disquisire sull’esistenza di un Dio: perchè mai avrebbe creato il male? Credo sia capitato a tutti di chiederselo almeno una volta nella vita e anche il passo successivo viene abbastanza naturale, il rendersi conto di non desiderare il perdono di nessuno perchè la colpa che ci è stata tramandata, l’affronto commesso dai progenitori dell’umanità, non sembra nemmeno lontanamente paragonabile alla cattiveria e all’ingiustizia che caratterizzano il nostro mondo terreno, considerato appunto un inferno fin troppo reale e tangibile.
Con paradiso artificiale potrebbe far riferimento sia alla ricerca di un benessere riprodotto e sintetico, sia alla messa in discussione della sua vera esistenza, tornando al discorso delle imposizioni religiose e all’attribuzione antropomorfa che ne deriva.
Un’altro passaggio che risulta immediato è il constatare quanto tutto appaia capovolto e privo di ogni logica mentre si cerca di comprendere la sua legge che di nuovo, non fa pensare a un qualcosa di sacro e divino, ma si mostra più funzionale all’egoismo della nostra civiltà e alla sua viscerale necessità di dominio.
Kaos conclude la prima strofa sottolineando una contraddizione che può passare inosservata, nel Padre Nostro si recita: “non indurci in tentazione ma liberaci dal male” anche se da sempre ci viene insegnato che a tentarci è invece il maligno. Un’altro dubbio che sorge spontaneo riguarda proprio la traduzione dal greco di quel verso, che è stata oggetto di controversia. Alcuni ritengono sia esatta l’originale, tradotta letteralmente con il verbo “indurre” mentre per altri andrebbe sostituita con la più morbida e probabilmente politicamente corretta: “non abbandonarci nella tentazione”. Sarà che si adatta sicuramente meglio alla narrazione della nostra cara Diocesi? Perchè mettere in dubbio la correttezza della traduzione proprio quando iniziano a sollevarsi le obiezioni che fanno emergere le incongruenze con alcune parti della versione cattolica ufficiale? Uno spunto per approfondire.
Arriviamo così a riflettere sulla differenza tra due elementi che potrebbero essere considerati una cosa sola ma sembrano sempre più distanti l’uno dall’altro. Da una parte la Chiesa come istituzione con tutti i coinvolgimenti che ne derivano, dall’ancestrale bisogno di controllo al più moderno e capitalistico interesse economico, la Chiesa strettamente legata all’uomo e di conseguenza inscindibile dalla sua innata corruttibilità. Dall’altra parte la sacralitàdella religione. Possono apparire come linee parallele che osservate da una particolare prospettiva sembrano sovrapporsi ma in realtà non si incontrano mai veramente.
Il ritornello parte con le parole che si pronunciano mentre si fa il segno della croce e racchiude nella frase successiva tutte le perplessità esposte nella canzone, Kaos fa riferimento ad un equivoco e si domanda quanto di veramente sacro ci sia in questo credo, che si trova in una situazione sempre più precaria. Siamo immersi nelle tentazioni con dei comandamenti da osservare, siamo istigati a peccare, minacciati dalle fiamme e allo stesso tempo ricattati con la promessa della vita eterna.
Si apre la seconda strofa riproponendo un verso sul peccato originale e introducendo il libero arbitrio che non può di certo essere esercitato dal bambino nel momento del suo battesimo. Allo stesso modo, non è stato interpellato nessuno, non è servito alcun secondo parere quando è stato creato l’inferno appositamente per punire chi disobbediva, nonostante Dio venga dipinto come misericordioso e disposto a perdonare tutto e tutti, un’altra contraddizione che fa notare Kaos in modo implicito stavolta, solo accostando all’amore infinito la creazione degli inferi.
Nel verso successivo quel “Dov’era?” potrebbe riferirsi di nuovo al concetto di libero arbitrio ma potrebbe anche essere rivolto direttamente a Dio, che nei momenti difficili viene invocato spesso e in mancanza di un segno ci si rassegna alla perdita della fede, alla scomparsa di ogni speranza.
Citando De Andrè:
“Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano con un coltello piantato nel fianco, gridai la mia pena e il suo nome. Ma forse era stanco forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano.”
Spesso quando si soffre a causa dei comportamenti “umani” ci si interroga sulla fede, il pensiero vola verso l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, la domanda sorge quindi spontanea, se davvero siamo le sue copie alberga anche in lui, come in noi, la parte oscura che è artefice o che permette le più ignobili atrocità? Su questa linea arriviamo ad analizzare la figura di Lucifero che viene presentata dalla Chiesa come oltraggiosa e sbagliata.
Premetto, non è mia intenzione urtare la sensibilità di nessuno, non ho risposte in tasca e quello che sto per scrivere ha per me una connotazione esclusivamente simbolica e figurativa. Cercando di mettere da parte ogni preconcetto, senza soffermarci a speculare sulle varie teorie riguardanti le differenze tra Satana e l’angelo caduto, prendendo in esame solo ed esclusivamente i “fatti” che la Bibbia ci narra e l’interpretazione del Cristianesimo, si potrebbe in effetti considerare il “portatore di luce”, appunto, come quello che appare: un semplice rivoluzionario, un dissidente che si è ribellato ed è stato esiliato. Che abbia cercato di aprire gli occhi dell’uomo sull’illusione nella quale viveva la sua esistenza? Tentandolo con quel frutto proibito, con l’albero della conoscenza? Anche se può far inorridire perchè inverte ogni prospettiva, viene quasi spontaneo azzardare un paragone tra il regno dei cieli e il nostro sistema attuale, che mette al rogo chi dissente e chi è in cerca di verità.
Non poteva mancare una forte critica alla Chiesa. Nonostante le belle parole scritte sul breviario a proposito degli emarginati credo che nemmeno il più convinto credente possa negare la presenza di questa forbice “invisibile” che sta dividendo i pochissimi ricchi dai moltissimi poveri. Innegabili anche i rapporti con lo Stato e il sangue che è stato versato negli anni tra crociate e terribili delitti isolati, come non si può negare la sconfinata ricchezza in ballo.
Una sera, gironzolando a Roma, misi qualche moneta nel cappello di un senzatetto, uno che in strada ci viveva davvero, non uno di quelli con le scarpe in ordine. Il mattino dopo mi ritrovai malauguratamente incastrata nei musei del Vaticano, in un soleggiato giorno di primavera, quando in realtà avrei voluto essere altrove, a Parco Savello magari…se non direttamente verso Roma Sud, al Villaggio Globale magari. Ripensai alle scarpe di quell’uomo e l’infinita quantità di oro sparsa in ogni angolo mi parve indecente e mi fece venire la nausea, circondata da tutta quella opprimente magnificenza e da quello sfarzo asfissiante…quasi mi mancò l’aria. Sono passati 15 anni e ancora ricordo, come fosse ieri, quel fastidio che grattava dall’interno e quella pressione che percepivo dall’esterno. Iniziai quindi ad allungare il passo verso la porta con la freccia che indicava l’uscita, ma per ogni salone attraversato, dopo ogni fottuto corridoio, ecco una nuova fottuta porta con attaccata una nuova fottuta freccia. Questa cosa amplificò le mie brutte sensazioni e alla fine mi spazientii, iniziai a correre. Ve le immaginate le espressioni sui volti dei turisti? Finalmente fuori, presi una boccata d’aria e sgattaiolai nel primo barettino che incontrai per farmi una birra, che in quel momento fu necessaria, come l’ossigeno. Mi resi conto di quanto poco avessi in comune con realtà di quel tipo e di quanto sentissi il bisogno di allontanarmi. Come Kaos, preferii la scomunica. Aneddoto finito, possiamo andare avanti.
Quando fa riferimento al “disegno più grande” credo voglia andare oltre i recinti che la religione alza, per avvicinarsi alla vera essenza, per tentare di capire davvero chi siamo e perchè siamo qui. I quesiti si moltiplicano perchè più ci si sforza di comprendere ma soprattutto più si crede di capire, maggiori saranno gli interrogativi. Il sangue sulla lapide che si espande può rappresentare proprio l’efferratezza dei peccati della Chiesa ma essendo collocato appena dopo le domande che aumentano inesorabilmente con la consapevolezza, può allo stesso tempo essere paragonato alla sete di conoscenza che accomuna chi è in fase di ricerca da una vita.
“Penitenziatige” è l’abbreviazione in volgare di questa frase latina: «Poenitentiam agite, appropinquavit enim regnum caelorum», significa «Fate penitenza, ché il regno dei cieli è vicino» e considerati gli spargimenti di sangue sopracitati, non ha bisogno di alcun commento.
La terza strofa parte con un ultimatum che Kaos sembra dare a se stesso, rompere definitivamente e allontanarsi quindi per sempre dal mondo religioso o decidere di restarci incarnando le sue contraddizioni. Ci mette un millesimo di secondo a scegliere, dopo tanto implorare e chissà quanti tentativi, dice basta, vivere una vita col collare per un’evanescente promessa di pace, anche se tra sicurezze ed agi, non è facilmente accettabile e sopportabile da tutti, inoltre è arrivato a pensare che ci sia davvero poco di “concreto” in quanto professa la religione, vista più come un’antica forma di controllo collaudata nei secoli, che come la vera espressione del divino.
Torniamo alla ricerca della verità che può sopraffare e consumare se non viene vissuta e gestita con lo spirito adatto a decifrare e a metabolizzare la crescita, se non si è disposti ogni tanto a lasciar andare, a volte ad accettare di tornarci quando sarà il momento e soprattutto ad avere la mente tanto aperta da riuscire a mettere continuamente in discussione se stessi e tutte le proprie certezze, per superare quindi ogni condizionamento, interno od esterno che sia.
Da sempre l’uomo detta legge provando a far passare le sue “verità” come assolute, tentando di nascondere quelle meno funzionali alla sua visione del mondo o peggio, ai suoi interessi, cercando di sopprimere tutte le alternative scomode. Può essere dovuto ad un subdolo meccanismo mentale che ci spinge a voler avere conferma della nostra lettura? A volerla rinforzare attraverso l’imposizione?
“In girum imus nocte et consumimur igni” è una frase latina palindroma, che da destra come da sinistra significa “Giriamo in tondo nel buio e siamo divorati dal fuoco”.
Lascio all’ultimo verso libera interpretazione anche perchè la mia si deduce facilmente dai paragrafi sopra e credo di essermi già dilungata troppo come al solito.
Non è possibile parlare davvero di underground senza far riferimento al rave. Il termine mondo è in questo caso tanto azzeccato quanto necessario per cercare di fornire una panoramica sufficientemente ampia e una visione quanto più possibile completa del fenomeno. La “festa”, come viene semplicemente e comunemente chiamate da chi la vive, è in effetti, senza ombra di dubbio, un universo parallelo.
“La caratteristica più sorprendente dei rave è che essi sono riusciti a crearsi un mondo ed un linguaggio tanto particolari da generare un vero e proprio fenomeno di cultura.” Questa subcultura è stata dapprima totalmente ignorata e successivamente mal raccontata, fino ad arrivare alla tipica polarizzazione delle opinioni. Posso capire sia apparentemente incomprensibile e difficile da credere ma posso anche assicurare che alla base c’è molto più di quanto si possa superficialmente immaginare. E’ sopravvissuta una parte della filosofia delle origini nata negli anni 60, questo almeno fino al 2011, quando ho scelto, in parte dolorosamente, di allontanarmi da quel mondo che nonostante le sue contraddizioni e prima della sua degenerazione celava un grande potenziale.
Oltre al fastidio per il turbamento dell’ordine pubblico causato da alcune, e ripeto, alcune di queste realtà, c’era di più, oltre alle sacrosante lamentele per certi comportamenti poco opportuni, se non assolutamente inaccettabili di alcuni, e sottolineo di nuovo, alcuni personaggi al limite della follia…c’era dell’altro. Dietro all’immagine generalizzata e strumentalizzata che ha dato vita allo stereotipo si nascondeva un universo di infinite sfaccettature. Cercherò quindi di rendere visibili anche gli angoli che restano fuori dai coni di luce, direzionati dalle mani che impugnano le torce.
Chiunque sia incappato in un servizio del mainstream sull’argomento può essersi facilmente fatto un’idea riguardo le mie sopracitate allusioni, accenni che per ora, rimarranno tali per un semplice motivo: ci ha già pensato la stampa di regime a mettere l’accento sulle criticità e sui problemi legati alle feste, con il suo solito modus operandi, quell’abile lavoro di taglia e cuci montato ad arte tra distorsioni e omissioni.
La situazione non migliora nemmeno se ci si avventura in rete digitando la parola “rave” e aprendo a caso le pagine che ci vengono proposte, anche in questo caso è probabile cadere nel tranello del giudizio basato sull’incompletezza degli elementi, a volte pure snaturati, che rischiano di andare a creare dei preconcetti come minimo limitanti se non totalmente alterati. Meccanismo che si ripete di continuo, non mi riferisco solo al tema trattato, è una dinamica diffusa ovunque.
Rave significa scatenarsi in modo eccitato e incontrollato ma è anche il parlare o lo scrivere di qualcosa con grande entusiasmo, ed è proprio ciò che mi sto accingendo a fare. Sorrido nel rendermi conto che, a parte qualche documentario di nicchia e qualche blog, la fonte alla quale dobbiamo la maggiore esaustività e oserei aggiungere imparzialità sul tema è wikipedia, alla voce “free party” ,credo basti per rendersi conto dell’immensa lacuna comunicativa esistente.
“Nella sua connotazione più politicizzata questo fenomeno vuole creare una zona libera dai grossi flussi economici e dai tempi della società civile, in cui la musica può andare avanti per interi giorni, ottenuta mediante la pratica dell’occupazione e regolata attraverso la possibilità di accedervi liberamente. L’organizzazione di questi eventi non riconosce, e spesso contesta, la legalità come limite applicabile alla propria possibilità di articolazione e le forme di socialità offerte e comunemente imposte.” Direi che questa è un ottima definizione.
Uno degli scopi principali era quello di staccarsi completamente dalle dinamiche economiche che facevano girare l’industria del “divertimento”. Pagare cifre esorbitanti un biglietto d’ingresso per ballare solo qualche ora accanto a persone che non sentivi simili a te, magari ringraziando se ti concedevano un cocktail annacquato, la musica che non ti rispecchiava, il tragitto dal guardaroba al bar visto come una passerella, per sfoggiare l’ultimo paio di jeans Armani anche mentre ci si dirige verso il bagno per ritoccarsi la maschera, tornare in pista ad idolatrare il DJ come se camminasse senza toccare il suolo. Anche no, grazie.
La rappresentazione perfetta di questa società gerarchica fondata sull’apparenza più che sulla sostanza. Non è mia intenzione generalizzare, non credo fosse così ovunque e non credo nemmeno fosse così per tutti. Parlo basandomi sulla mia personale esperienza e sulle mie sensazioni che di fatto, sono queste.
Crescendo ho imparato ad apprezzare anche alcune serate nei locali, a concentrarmi solo su ciò che di buono vedevo e a pagare riconoscendo il valore di certi artisti ma c’è stato qualcosa allora, molto più di qualcosa, che mi ha spinto con una forza prorompente verso il mondo dei rave quando ero ancora una ragazzina.
Ho sempre preferito il fango sugli anfibi alla lacca sulle scarpe immacolate, la polvere che i subwoofer mi lasciavano sulle mani alle tracce di fondotinta e i jeans strappati a quelli firmati, non che potessi permettermeli ma anche se avessi potuto, avrei speso quei soldi in altro, questo poco ma sicuro.
Ho sempre visto la festa come un luogo dove potermi esprimere liberamente, come ciò che sentivo di essere in quel momento, senza correre il rischio di farmi sputare addosso giudizi gratuiti e non richiesti. Un luogo aperto di ricerca e sostanza, non una scatola di imposizioni e di esteriorità. Un luogo dove non fregava un cazzo a nessuno se la mattina avevo quel poco di matita per gli occhi che mettevo sbavata fino alle guance perchè avevo riso fino alle lacrime e infine, con i DJ al massimo ci scherzavo condividendo una birra, non mi pare di ricordarli mentre camminavano senza toccare il suolo dato che avevano le scarpe infangate quanto le mie, così come quelle di tutti.
Si creava perciò una vera e propria alternativa al business dei locali, ci si trovava spesso nelle fabbriche dismesse che, oltre alla loro funzionalità in quanto situate in periferia e di conseguenza perfette per ospitare molte persone e kilowatt di suono senza dare troppo nell’occhio, venivano inizialmente scelte come forma di occupazione simbolicamente legata alla rivendicazione degli spazi destinati ai proletari, spazi che col tempo sono stati abbandonati e dimenticati come è stato “abbandonato e dimenticato”, del resto, anche il proletariato. Purtroppo è capitato di respirare inconsapevolmente quello stesso amianto che erano costretti a inalare gli operai sottoposti a turni di lavoro estenuanti, esclusi questi “piccoli dettagli”, si ridava vita agli scarti della società consumistica moderna, riappropriandosi di quei luoghi, simbolo di schiavitù e conformismo e dando loro una connotazione diametralmente opposta all’originale. Il capannone non era più vissuto come una gabbia, emblema dello sfruttamento in nome del mercato, ma come ritrovo di menti e cuori che andavano contro le logiche imposte da quel sistema che la grande industria rappresenta.
“Vengono progettati nuovi significati per i luoghi: vagoni di treni bloccati e fatiscenti diventano anomali salotti per incontrarsi, capannoni, fabbriche in disuso si trasformano in dance hall in cui individualità, appartenenza e radici si fondono in un brulicare di vita.”
I ravers sono essenzialmente considerati dei disadattati irrispettosi che si lasciano alle spalle solo sporcizia e distruzione, sono spesso definiti come dei drogati senza la benchè minima aspirazione (approfondirò in seguito, nei prossimi articoli, il discorso legato alle innegabili criticità e a tutti i valori della filosofia origininaria che è andata a perdersi durante gli anni). Posso essere d’accordo sul disagio semplicemente perchè di fatto, chi frequentava quel tipo di ambiente era di bassa estrazione sociale, quindi già economicamente ai margini, chi più chi meno. Ideologicamente contrapposti alla cosiddetta borghesia in sè e a tutto ciò che incarnava, consapevoli riguardo alla fatica che si riscontrava nell’adattarsi e nell’integrarsi totalmente.
Dissento invece sul giudicare a priori i ragazzi come svogliati ed evanescenti ectoplasmi capaci solo di s-ballare e tralasciando alcuni casi limite, vorrei rendere giustizia perlomeno ad alcuni di loro e in particolar modo agli organizzatori. Per dimostrare e avvalorare questa mia affermazione vorrei porre alcune domande un filo provocatorie, non sono rivolte a nessuno in particolare, forse servono solo per esorcizzare un po’ i pregiudizi che il sistema ha vomitato addosso a chi in realtà non se lo meritava affatto, concedetemelo.
Avete idea del tempo, della fatica e dell’impegno necessari per l’organizzazione di un party totalmente autogestito?
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Vi siete soffermati ad osservare un muro di casse spostando lo sguardo dai bancali poggiati a terra per sostenerlo alle cinghie che lo tengono stretto insieme per arrivare poi su fino ai tweeter più alti?
Ma soprattutto, avete mai visto cosa c’è dietro a quei 60 o 70 kilowatt? Il mio non è un “dietro” solo in senso figurato, mi riferisco a tutta l’attrezzatura: gli amplificatori, i mixer, tutti i rack e le taniche di benzina, i generatori. Avete idea di quanto pesa un generatore da 10 kilowatt? Apriamo le porte all’empatia, proviamo a comprendere chi metteva anima e corpo al servizio di un ideale, a chi si prosciugava per far ballare le persone senza pretendere nulla in cambio, disinteressatamente.
– Serviva un luogo adatto per montare, se possibile si faceva un sopralluogo per verificare non ci fossero pericoli e nel caso si tentava di mettere in sicurezza, coprendo almeno i buchi per evitare che, al buio, ci finisse dentro qualcuno.
– Si caricavano i furgoni ed era bene ricordarsi di riempire tutte le taniche per evitare che la benzina scarseggiasse nel pieno della festa, per non doversi fare i km a piedi magari, verso il distributore più vicino, nel cuore della notte, passando per le stradine più sperdute, perdendosi cercando di aggirare le forze dell’ordine appostate all’ingresso per “tenere sotto controllo la situazione”.
– Si faceva il carico per il bar: casse su casse di acqua e birra, qualche superalcolico, qualche stecca di sigarette. Una delle persone più vere e autentiche che abbia mai conosciuto in vita mia ha detto addio agli ammortizzatori della sua punto per divertire e dissetare la gente alle feste.
– Finalmente in viaggio e si arrivava sul posto. Si scaricava tutto, si montavano il sound e il bar con gazebo e tavoli, si appendeva la “scenografia” se ci si era ricordati di caricarla.
– Cominciava il “calvario dell’info”. Rispondi e attacca. Rispondi e attacca. Ore con l’orecchio incollato al telefono a ripetere incessantemente le indicazioni stradali, ore a ripetere la stessa identica frase fatta eccezione per quelle volte che qualcuno ti diceva cose del tipo “Oh ma alla farmacia dobbiamo svoltare a destra o a sinistra?” e tu manco l’avevi vista una farmacia perchè magari eri arrivata dalla direzione opposta, quindi niente, si cercava il modo di aiutare i dispersi a raggiungere il posto.
– Cominciava il “calvario del bar”. Ore ed ore in due o tre dietro a quel tavolo sperando di riuscire a racimolare almeno i soldi della famosa benzina. Sempre i soliti due o tre, stufi marci di ballare davanti alla cassa dei soldi, si bramava la cassa acustica vera e propria e si sperava di veder sbucare qualche volenteroso per il cambio turno perchè quando finalmente quel momento arrivava, eri finalmente libero di ballare seriamente attaccato ai coni. Potevi anche dormire un po’, fino al turno successivo almeno, ma se ti andava bene eri libero fino al momento di smontare, quando si riavvolgeva il nastro rifacendo tutto al contrario.
– Sperando di vedere gli altri apparire al più presto nello specchietto retrovisore, ti dirigevi verso l’autostrada, pregando di non sentire il telefono squillare e di non dover andare a recuperarli in questura perchè i furgoni venivano sequestrati e loro erano a piedi ovviamente, se ti toccava tornare indietro facevi quattro chiacchere coi carabinieri che facevano solo il loro lavoro, ti preparavi psicologicamente al salatissimo preventivo della lettera di dissequestro e tanti saluti al recupero della maledetta benzina perchè tutto il ricavato del bar sarebbe finito nelle tasche dell’avvocato.
Se invece andava tutto bene te ne tornavi a casa sfinita ma felice. Doccia veloce e via a letto. Le lenzuola pulite che avvolgono le gambe stanche, la morbidezza del materasso dopo minimo 32 ore che non lo vedevi e 8 ore di sonno sono tutto ciò che chiedi, fino alla sveglia delle 7.30 che ti trascina fuori dal sogno riportandoti alla realtà della scuola o del lavoro, che ti ricorda insistentemente di tornare alla tua vita normale.
Si, “normale” qualsiasi cosa significhi. Mettiamo da parte un attimo i cliché e i luoghi comuni, tra i quali troviamo lo spauracchio del raver sporco, brutto e cattivo.
La maggior parte dei ragazzi che ballavano alle feste anzichè in discoteca conduceva una “normalissima” esistenza, tirando a campare come chiunque altro. La mattina alle 8 in classe, non sempre in forma smagliante ma presenti. A volte partivo direttamente con lo zaino pronto per il lunedì e capitava di rileggere qualche capitolo appena arrivata o prima del viaggio di ritorno verso casa, come alla festa qui sotto, caduta proprio il weekend prima degli esami.
Ripassavo per la terza prova mentre l’impianto faceva vibrare la sedia, il camper, i muri e ogni mia singola cellula, mi sono pentita di alcune scelte negli anni, ma se mi ritrovassi catapultata indietro non rinuncerei a quel momento, per niente al mondo.
Festa alla Colletta-Torino Brutal Toys Sound System
Alla luce di quanto sopraelencato, come potrebbero dei “disagiati senza la benchè minima aspirazione”, dei drogati buoni a nulla, essere in grado di concepire e realizzare degli eventi di tale portata? Non ho mai incontrato, in nessun altro ambito, tanta disinteressata passione. Ai rave ho conosciuto persone che di propositi ne avevano da vendere e non erano dettati dalla più vile ambizione ma erano spinti da un anelito di libertà.
Ricordo un pomeriggio di settembre, l’acqua veniva giù dal cielo “a secchiate”, non sto esagerando, i tergicristalli impostati alla massima velocità faticavano a toglierla dal parabrezza quel tanto che bastava per farmi vedere dove andavo. Era in programma una festicciola ma nessuno di noi era convinto di ciò che stava facendo, in quelle condizioni metereologiche montare in un bosco sembrava davvero impossibile e le obiezioni sollevate da molti non erano solo lecite, come potevamo farcela?
La situazione era a dir poco assurda ma niente, il fondatore dei Brutal Toys è la persona più ostinata che abbia mai incontrato in vita mia e quella festa si doveva fare, punto. Siamo partiti in carovana, avevo la patente da un mese, non conoscevo le strade e non vedevo quasi nulla a causa della pioggia, non capivo nemmeno dove finiva la strada e dove iniziava il marciapiede perchè era tutto completamente allagato, ogni rotatoria era una tortura e sudavo freddo mentre tentavo di stare dietro al furgone per non perderlo, visto che non avevo la più pallida idea di dove stessimo andando. Ero talmente concentrata che l’amica al mio fianco stentava a parlarmi, forse perchè non rispondevo, forse perchè anche lei aveva paura potessi non accorgermi di una rotonda, dalla tensione nemmeno la musica era stata accesa, dopo svariati km in silenzio il tempo che intercorreva tra una secchiata d’acqua e l’altra si allungava, il diluvio è diventato piano piano una pioggerella leggera e quando siamo arrivati a destinazione non pioveva più. Non so come abbiamo fatto a montare ma alla fine quella dannata festa è riuscita davvero, ed è pure venuta molto bene, contro ogni aspettativa, contro ogni previsione e grazie alla testardaggine di una singola persona.
La mia mente tornava sempre a questo episodio quando sentivo qualcuno che sputava sentenze, definendo il “popolo dei rave” come un branco di delinquenti senza alcuno scopo nella vita. Come se fossimo tutti uguali. Come se quel giudice improvvisato, autoproclamatosi tale, sapesse per certo quale poteva essere (da leggere con tono ironico/solenne) il vero scopo della vita.
Quale vita? La sua? La nostra? Come se si sentisse in diritto di dirci cosa ci avrebbe dovuto rendere davvero felici, come se avesse la pretesa di sapere cosa invece ci avrebbe fatto desiderare di morire. Una laurea, uno status sociale riconosciuto, il posto fisso, una vita in viaggio, un’attico in centro, una casa in campagna, una macchina potente, la fama, l’anonimato, il matrimonio, una relazione stabile, una vita di eccessi, un ideale, un sogno, una passione? Risposte diverse per anime diverse. Come si può pensare di essere sulla strada sbagliata se si vive con tanto ardore?
Link youtube. Per chi non visualizza il contenuto direttamente qui scegliendo di rifiutare i cookies. Gli ultimi 15 minuti sono spettacolari ma tutto il disco è una bomba
“Proprio per essere fenomeni controculturali, staccati dal potere ufficiale e ad esso avversi, i rave sono sempre stati osteggiati dalle autorità nella loro diffusione, soprattutto nel corso degli anni 90, quando il movimento aveva già raggiunto dimensioni considerevoli e fondamenta solide su cui svilupparsi ulteriormente…Un free party è un incubo: senza profitto, senza spettatori passivi con cervelli atrofizzati da comandare, senza rispetto per la proprietà e il capitale. I governi tramite queste repressioni mostrano di essere spaventati dal potere dei rave, e tentano di limitarlo prima che si sviluppi in direzioni sconosciute. Ecco perchè intere aree di anticonformismo vengono criminalizzate.”
Un piccolo scritto trovato in rete che mi è piaciuto molto, rappresenta bene il movimento.
“Il nostro stato emotivo l’estasi. Il nostro nutrimento l’amore. La nostra dipendenza la tecnologia. La nostra religione la musica. La nostra moneta la conoscenza. La nostra politica nessuna. La nostra società un’utopia che sappiamo non sarà mai.
Potete odiarci. Potete ignorarci. Potete non capirci. Potete essere inconsapevoli della nostra esistenza. Possiamo solo sperare che non ci giudichiate, perchè noi non vi giudicheremo mai.
Non siamo criminali. Non siamo disillusi. Non siamo dipendenti dalla droga. Non siamo dei bambini inconsapevoli.
Noi siamo un villaggio tribale, globale, di massa, che non dipende dalla legge fatta dall’uomo, dallo spazio e dal tempo stesso. Noi siamo un’unità. L’unità. Noi siamo stati plasmati dal suono. Da molto lontano, il temporalesco, eccheggiante e smorzato battito era simile a quello del cuore di una madre che tranquillizza un bambino nel suo ventre di acciaio, calcestruzzo e fili elettrici. Noi siamo stati allevati in questo ventre, e qui, nel calore, nell’umidità e nell’oscurità di esso, siamo giunti ad accettare che siamo tutti uguali. Non solo per l’oscurità e per noi stessi, ma per la vera musica che batte dentro di noi e passa attraverso le nostre anime: siamo tutti uguali. E attorno ai 35Hz possiamo sentire la mano di un dio sul nostro dorso, che ci spinge avanti, ci spinge a spingere noi stessi, a rinforzare il nostro pensiero, il nostro corpo e il nostro spirito.
Ci spinge a girarci verso la persona vicino a noi per stringerle le mani e sollevarle, condividendo la gioia incontrollabile che proviamo creando questo magico cerchio che può, almeno per una notte, proteggerci dagli orrori, dalle atrocità e dall’inquinamento del mondo che sta là fuori.
E’ in questo preciso momento, con queste percezioni iniziali che ognuno di noi è realmente venuto al mondo. Continuiamo ad ammassare i nostri corpi nei clubs, nei depositi e negli edifici che voi avete abbandonato e lasciato senza alcuna ragione, e gli riportiamo vita per una notte. Una vita forte, deflagrante, che pulsa, nella sua più pura, più intensa, nella più edonistica forma.
In questi spazi improvvisati, noi cerchiamo di liberarci dal peso dell’incertezza di un futuro che voi non siete stati capaci di stabilizzare e assicurarci. Noi cerchiamo di abbandonare le nostre inibizioni, e liberarci dalle manette e dalle restrizioni che avete messo in noi per la pace del vostro pensiero. Noi cerchiamo di riscrivere il programma che avete cercato di indottrinarci sin dal momento in cui siamo nati. Programma che dice di odiarci, di giudicarci, di rifugiarci nella più vicina e conveniente tana. Programma che dice persino di salire le scale per voi, saltare attraverso i cerchi e correre attraverso labirinti su ruote per criceti. Programma che ci dice di cibarci dal brillante cucchiaio d’argento col quale tentate di nutrirci, anzichè lasciare che ci nutriamo da soli, con le nostre stesse mani capaci. Programma che ci dice di chiudere le nostre menti, invece di aprirle. Fino a quando il sole sorgerà per bruciare i nostri occhi rivelando la realtà del mondo che avete creato per noi, noi balleremo fieramente con i nostri fratelli e sorelle, celebrando la nostra vita, la nostra cultura, e i valori in cui più crediamo: pace, amore, libertà, tolleranza, unità, armonia, espressione, responsabilità e rispetto.
Il nostro nemico l’ignoranza. La nostra arma l’informazione. Il nostro crimine violare e sfidare qualsiasi legge che voi sentite aver bisogno di utilizzare per porre fine all’atto di celebrare la nostra esistenza. Ma ricordate che mentre potete fermare un qualsiasi party, in una qualsiasi notte, in una qualsiasi città, in una qualsiasi nazione o continente di questo magnifico pianeta, non riuscirete mai a spegnere il party intero. Non avete accesso a questo interruttore, non importa quello che pensate.
La musica non si fermerà mai. Il battito del cuore non si spegnerà mai. Il party non finirà mai. Sono un raver, e questo è il mio manifesto.”
Può sembrare provocatorio, certi aspetti andrebbero approfonditi per essere compresi nel loro significato più profondo. Molti percepiscono la tekno come un fastidioso rumore, molti faticano addirittura a chiamarla musica e approfondirò questa sfumatura più avanti, ma non importa come viene definita, per me è stata molto di più, non è qualcosa che si può etichettare e non è possibile capire davvero cosa intendo ascoltandola da uno smartphone, serve un buon impianto. Ho cercato un compromesso con questo pezzo e spero possa essere leggermente afferrato anche da chi non ama il genere. Non abbiate timore ad alzare il volume!
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Ai concerti le voci si sovrappongono, si uniscono, diventano una cosa sola. A volte ho il timore di dimenticare, ma quando ancoro un ricordo come quello fissato nello scatto qui sopra, ricordo anche l’intensità di certi attimi, è indelebile.
“Il mio grido di allarme verso un mondo sordo che non si accorge più di nulla e che sta sempre più perdendo la sua umanità. Ecco, penso che il concetto intorno al quale ruota tutto il disco sia proprio il significato di “essere umano”.
Con queste parole Danno (Simone Eleuteri) dei Colle Der Fomento, considerati uno dei migliori gruppi underground in Italia, racchiude il messaggio principale insito in “Numero 47”, l’album dal quale è tratto il pezzo che analizzeremo, prodotto dagli Artificial Kid (Danno alla voce, StabbyoBoy alle produzioni musicali, DJ Craim agli scratch e Champa alla grafica) uniti proprio da questo unico progetto sperimentale di cyberpunkrap.
CRAIM: “Credo sia il modo migliore per rappresentare quello che ci sta succedendo intorno. Il problema è che la realtà è peggiore della fantasia.”
Qui l’intervista. Ricordo di aver sorriso dall’inizio alla fine mentre leggevo gli aneddoti e i dietro le quinte della produzione.
STABBYOBOY: “In questo periodo sono stressato, sono in fase di recupero psicofisico per 543584384 motivi diversi ma riesco comunque a mettermi sulle mie macchine con l’intento di fare sempre qualcosa. Sto producendo alcuni beat per alcuni soggetti poco raccomandabili della scena romana, DEVO chiudere il disco con Fabiana Fondi per il progetto Liquid Minds e devo trovare un lavoro.“
Trascrivo questo virgolettato perchè lo trovo molto significativo e credo mi possa aiutare a trasmettere, a tentare di far comprendere davvero il seguente concetto: il genere è nato dalla strada e alla strada dovrebbe appartenere. Gli artisti non dovrebbero sentirsi superiori, non dovrebbero essere venerati e strapagati, sono esattamente come noi e come chiunque altro, danno voce alle nostre voci, semplicemente. Parlano con l’arte dell’anima. Con la verità del loro sentire.
Questo, per me, è il vero underground. E in questo caso è pienamente rappresentato.
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Non c’è spazio per i dissidenti nel sistema che è andato instaurandosi, l’omologazione è diventata la chiave di volta che permette la continuità dell’ordinamento vigente e il suo definitivo successo. L’ideale sarebbe saltare definitivamente tutto il processo di transizione, trasformandolo nel più efficace e duraturo indottrinamento, è quello che sta succedendo con la scuola? Resa obbligatoria sempre più precocemente, parliamo della Francia dove anche l’homeschooling è sotto attacco.
Immagine da Creative Commons
Le parole del presidente Macron riassumono bene questa visione:
“…la scuola in uno Stato ha il compito di formare un determinato tipo di cittadino con canoni delineati e precettivi.”
In base alla realtà nella quale siamo immersi questa frase può essere percepita in mille modi differenti, come tutto del resto. Non è così strano che, partendo da certi presupposti, alla luce di svariati avvenimenti e considerando la piega assunta dalla società odierna, si possa facilmente ancorare quella nostra particolare percezione al pensiero di Danno che immaginando un futuro non troppo lontano, lastricato da “metallo e plastica” fa sorgere il ragionevole dubbio, se non addirittura la lecita preoccupazione, che possa essere scopo recondito della scuola, intesa come parte integrante del sistema, quello di masticare e risputare fuori i nostri figli coi circuiti fusi e gli occhi già chiusi. Talmente spaesati da non essere più in grado di orientarsi, da non riuscire più a vedere, a riconosce la propria identità, a distinguere le proprie idee da quelle imposte alla collettività. Talmente confusi da non essere più in grado di identificarsi fermamente in se stessi, ritrovandosi catapultati in un mondo sempre più artificiale e fittizio. Siamo così lontani dallo scenario distopico che immaginó Danno?
Il controllo di corpo e mente fin dall’incubazione, la volontà e il vantaggio nel mantenere la popolazione in una sorta di limbo glaciale dal quale risulta difficile uscire. Le sinapsi rallentano, reagire diventa arduo se calcoliamo la pressione esercitata dalle continue e subdole minacce volte ad imporre un’unica strada percorribile, appositamente tracciata per inseguire acriticamente il progresso fine a sé stesso. Una strada ben delineata, da alti muri laterali, per non rischiare che qualcuno finisca fuori tracciatoaprendo un varco nell’inesplorato e dimostrando che è possibile percorrere sentieri diversi da quelli già battutti, potrebbero esserci dei rischi e chi sceglie di assumersi la responsailità di tali incognite è semplicemente giudicato pazzo, un folle che necessita di essere protetto da sé stesso, deve essere ordinatamente riportato sulla retta e prestabilita via. Forse troveremo qualche cartello qua e là che potrebbe darci l’illusione di avere diritto alla libera scelta ma cammineremo sempre in sicurezza verso la medesima meta. Non abbiamo più la possibilità di decidere cosa sia meglio per noi, nè possiamo concederci il lusso di sbagliare da soli.
“Il sistema è industria, azienda, informazione”
Concetto perfettamente chiaro, che merita però di essere sottolineato nella sua semplicità. Segue una forte critica all’automazione e alla meccanizzazione industriale che vengono riproposte e si riproducono invadendo anche altri ambiti della vita, contesti che non dovrebbero essere sfiorati da questo genere di dinamiche, che non dovrebbero essere privati di quell’umanità e di quelle emozioni che li rendono speciali, pur mantenendo le caratteristiche “imperfezioni” che contraddistinguono i sentimenti, e forse proprio per questo, scongiurano possibili derive.
Come per l’evoluzione, ritorna il concetto del sistema fine a sé stesso, che per continuare a esistere e a perpetuarsi ha bisogno di elementi adatti a sostenerne il paradigma. Con questa consapevolezza mette in pratica tutto ciò che facilita la sua realizzazione e indirizza le necessità a lui funzionali. Getta le basi per la nascità di un nuovo tipo di uomo, generazioni che da subito vivranno al suo servizio.
“Un grande cuore freddo di titanio sotto una membrana umida” Ed ecco tutta la passione di Danno per il cyber racchiusa in una sola riga, questo mi rimanda col pensiero a parecchi giochi di parole che ho amato e ancora rimango attonita di fronte all’abilità di esprimere, ma soprattutto di far arrivare dall’altra parte, dritto al punto, un concetto, una sensazione, un pezzo di anima.
Ammiro quella capacità di sintesi e riuscirci con una sola rima è qualcosa di estremamente bello e inspiegabilmente intenso. Continuiamo con un trucchetto che può essere riscontrato in svariati campi, a partire dalla tecnologia. Il piacere che si riceve da una notifica si trasforma facilmente in dipendenza se non si utilizzano correttamente i dispositivi di cui si dispone e se non si è sufficientemente cauti. Questo meccanismo va sicuramente a favore di chi lo utilizza e l’obbedienza, consapevole o meno, potrebbe essere considerata come un’ottima moneta di scambio.
Ogni voce fuori dal coro infastidisce e a volte è ritenuta potenzialmente pericolosa, da eliminare o strumentalizzare in base alle situazioni, questo è un passaggio essenziale per evitare che il castello di carta fatto di scientismo e congetture, tenuto in piedi nonostante le sconsiderate e folli corse verso il nulla, crolli sotto lo sguardo critico e autonomamente pensante di quei coraggiosi occhi pronti a mettere in discussione ogni loro apparente certezza con l’umiltà che serve ad ammettere quanto siano stati precipitosi nel venerare qualcosa di decisamente discutibile, quanto siano stati presuntuosi nel sentenziare su tutto ciò che credevano di sapere arrivando infine ad essere pronti a riconoscere quanto poco in realtà sappiano davvero.
Questi freddi calcolatori ai quali è stato sottratto il buon senso necessiterebbero di un forte scossone, per recuperare l’umanità che va dissolvendosi nel calcolo delle probabilità, tentando di scovare l’ultimo dissidente rimasto in piedi nel suo disperato tentativo, quello di passare tra le maglie sempre più strette del sistema. Probabilmente Danno ci aveva visto lungo perchè il suo ultimo verso non potrebbe essere più attuale.
“In questa caccia all’uomo su scala globale Questo è l’ultimo passo, questo è l’atto finale”
Nato a Roma il 23 gennaio 1991. Fin da bambino prende lezioni di musica, imparando anche a suonare pianoforte e chitarra. Si avvicina all’hip hop verso i 12-13 anni, grazie alle canzoni di Kaos e forse, anche grazie a questo, cresce a testa alta, forte nei valori. A 17 anni, in seguito a problemi finanziari della famiglia, va via di casa, mantenendosi da solo. Si è presentato sulla scena rap italiana con un video su YouTube, indossava un passamontagna, divenuto poi il suo simbolo di riconoscimento. Gli fu assegnato da Esa il premio della Critica visti i consensi raggiunti. Il suo primo lavoro è Musica Cicatrene Mixtape.
Mezzosangue apre la strofa con l’impianto che fa vibrare i cuori e fischiare i timpani, parte carico sulla traccia pensando a quanto è facile perdere di vista certe facce, le lasci andare, le dimentichi ed è come se non avessero mai incontrato il tuo sguardo, come se non fossero mai esistite. Ci sono altri visi che invece si marchiano indelebili nei tuoi ricordi e anche se li perdi non te li scordi mai. Questo passaggio può essere più plausibilmente interpretato con un’accezione positiva, se ci riferiamo alle persone che hanno significato molto per noi, quelle che ci hanno lasciato qualcosa di talmente grande che sarebbe tragico scordarne i lineamenti, lasciar dissolvere il ricordo di quei veri rapporti, mentre anche l’ultimo dettaglio va ad estinguersi. Negativamente parlando si potrebbe riferire anche a quei volti che ti perseguitano mentre pensi che daresti qualsiasi cosa per poter dimenticare. Potrebbe rientrare in questa categoria la gente che crede di sapere tutto di te, sempre in prima linea a giudicare e sempre pronta a dispensare consigli che lei stessa evita di seguire.
Troviamo un bel riferimento alla vita, paragonata all’avventura di Ulisse verso la sua lontana Itaca. Trovare un solido appiglio sarà di vitale importanza per affrontare e superare i momenti più burrascosi del nostro viaggio. Ci serviranno valori ben consolidati e radici profonde per non essere trascinati via dalla corrente, non sarà sufficiente la superficialità di una zattera, anche se leggeri, non saranno i pensieri frivoli a tenerci a galla. Potremmo vivere situazioni difficili, momenti che potrebbero minacciare la nostra quiete e il nostro equilibrio, forse pagheremo per qualcosa che abbiamo fatto in passato? Salderemo il conto della persona che ci siamo lasciati alle spalle? Il karma di chi eravamo. Chi può dirlo con certezza?
In alcuni momenti, come questo, per Mezzo e per tutti quelli che si rispecchiano nelle sue parole, l’unica figura autorizzata a sentenziare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è il barman che si ha di fronte, del quale vediamo solo il busto sfocato svettare sopra al bancone lucido. L’unico alchimista che miscelando ad arte, in maniera sublime, è in grado di fermare per un po’ quel trambusto che non ci abbandona mai. Dopo svariati giri, per qualche ora è pace. Hakuna Matata.
Appena il tempo di iniziare a godersi la tranquillità con gli unici due amici che siamo certi non ci abbandonerebbero mai, entrambi Jack.
Uno che fa compagnia al ghiaccio nel bicchiere e rende il mondo ovattato, l’altro alla fine delle cuffie è intento a regalare note di conforto, come lui solo sa fare.
Il tutto prima che la dura realtà irrompa di nuovo rumorosa e prepotente come una raffica di vento gelido a ricordarci che non abbiamo ancora fatto rientro al porto. Non ancora.
I versi di Mezzosangue non sono solo poesia, emozione ed empatia, sono la sua stessa vita, sono i suoi sacrifici che si riversano dentro al foglio vuoto, colmandolo.
L’interludio diviso in due parti è l’estratto di Waking Life proposto stamattina per la nostra settimana tematica! Per l’occasione riproponiamo e rivisitiamo una delle riflessioni del nostro Mer Curio. Quando è stata l’ultima volta che ci siamo alzati allegri, con la voglia di uscire di casa? Quando è stata l’ultima volta che abbiamo sorriso così, senza alcun motivo apparente? Quando è stata l’ultima volta che siamo rientrati tardi, sotto quella pioggerella leggera? E nel pieno di un diluvio mentre i fulmini sembravano crepare il cielo? Quando è stata l’ultima volta che siamo stati svegli a cantare fino al mattino dimenticando l’ora, il lavoro e l’affitto? Quando è stata l’ultima volta che abbiamo vissuto con ardente passione? Assumendoci la responsabilità di quello che siamo davvero. Accogliendo e accettando il rischio inscindibile da alcune delle azioni essenziali intraprese per raggiungere ciò che vogliamo davvero. Arrivando fino in fondo, tagliando i traguardi che ci siamo prefissati ed essendo pienamente soddisfatti del risultato.
Ogni volta che prendi una decisione, l’Universo cospira per realizzarla
L’esistenzialismo come spinta alla crescita personale e alla comprensione strettamente individuale del vivere potrebbe essere molto più concreto di quanto immaginiamo, tutt’altro che inutile e totalmente opposto al senso di disperazione a cui invece viene associato. Spesso ci si può sentire come gocce in un’infinita distesa d’acqua e lo sconforto nel constatare quanta poca influenza esercitiamo come singoli individui può prendere il sopravvento.
Il monologo proposto fa riflettere e dona speranza. L’apparente inutilità legata al peso delle nostre decisioni personali crea precedenti ed esempi che, soprattutto se presi singolarmente e isolati, per quanto piccoli e insignificanti possano sembrare, finiscono per essere fatti di osmio, il metallo con la maggior massa per unità di volume e con questa densità le nostre scelte pesano molto più di quanto siamo disposti a credere.
Questo fa la differenza. Noi possiamo fare la differenza. Se solo la smettessimo di sentirci “vittime di una concomitanza di forze”.
Se solo la smettessimo di credere che siano gli eventi a decidere per noi. Se solo la smettessimo di nasconderci dietro al “tanto non cambia niente”. Perchè sempre e solo noi abbiamo l’ultima parola su chi decidiamo di essere.
La seconda strofa si apre sottolineando la tendenza all’insoddisfazione denunciata nell’interludio e facendo riferimento alla dannosità di certi comportamenti umani, parla di autodistruzione.
“Non basta dirlo per sfatarlo” non è sufficiente essere informati sui fatti, imparare a livello nozionistico, pensare di sapere o avere la presunzione di conoscere. Si rischia comunque di superare il limite. Potrebbe anche voler mettere l’accento sull’importanza dell’esperienza diretta e sulla necessità di interiorizzare i concetti per raggiungere la piena consapevolezza.
“Perdi tutto, prendi tutto fino all’overdose” Mezzo sembra riconoscere quanto le sue rime possano risultare impegnative e a tratti gravose perchè spesso tocca argomenti seri o tristi, sembra riconoscere che le sue parole possano essere definite pungenti perchè spesso si occupa di tematiche scomode e infine si identifica in Keyser Söze, forse sentendosi sempre giudicato colpevole come il personaggio del film “I soliti sospetti”. Quando il livello di sopportazione è al limite accade spesso di essere travolti dalla voglia di scappare, di andarsene semplicemente via.
Probabilmente sarebbe più facile dire addio se solo servisse a risolvere i problemi e a volte condivido la sua esasperazione, a volte le persone provano a capirci, a volte siamo noi a fare il primo passo tentando di spiegare, con l’intenzione di lasciare un pezzetto di noi stessi agli altri quando in realtà siamo i primi a non comprenderci, ad avere nell’anima dei punti ciechi vasti come oceani inesplorati. Segue qualche verso incazzato con Dio o si tratta solo di un intercalare? Può essere la presa di coscienza di una resa, accettare di non avere più le forze per credere ancora che a qualcuno importi dei tuoi pensieri e lasciare andare tutto, perdendo ogni contatto. Può essere uno sfogo per non essersi mai sentito ascoltato, per non aver ancora ricevuto le risposte alle sue domande.
“Ti ho chiesto chi è che vince se vinco contro me stesso” può denotare il suo conflitto interiore, il bisogno di comprensione, la voglia di migliorarsi sempre. In definitiva non ha molta importanza sapere con chi ce l’abbia di preciso, a chi si riferisca, visto che chiunque sia l’interessato, è sparito nel nulla, lasciandolo solo, come hanno fatto tutti in questo mondo spietato.
Lascio libera interpretazione all’ultima sua rima, un po’ perchè la trovo eloquente, un po’ perchè mi piace molto l’idea di concludere lasciando aleggiare nell’aria i suoi versi.
“L’insieme storico decide in ogni mutamento dei nostri poteri, prescrive i loro limiti al nostro campo d’azione e al nostro avvenire reale; condiziona il nostro atteggiamento nei confronti del possibile e dell’impossibile, del reale e dell’immaginario, dell’essere e del dover essere, del tempo e dello spazio. E’ a partire da esso che decidiamo a nostra volta dei nostri rapporti con gli altri, cioè del senso della nostra vita e del valore della nostra morte.”
Sartre
Non è una novità, l’ambiente nel quale siamo immersi ci condiziona. Quanto siamo lontani dalla nostra essenza?
Questa riflessione mi ha sempre fatto sentire impotente, forse perchè la scoperta dell’influenza esercitata da un costrutto che viene individuato e destrutturato viene seguita da un’altra presa di coscienza in quello che sembra essere un interminabile e meticoloso lavoro di smontaggio, pezzo per pezzo.
Con la sensazione di essere aggrappati alla punta dell’iceberg, neanche troppo saldamente e senza la possibilità di intravedere il fondo.
A quali profondità possono arrivare le nostre suggestioni? Viene da chiedersi se un’esistenza intera sia sufficiente per comprenderle tutte, viene da pensare al tempo e alla sua dilatazione, al passato che rinasce ogni volta nei ricordi e rivive in essi, facendo sfumare la nostra percezione di ciò che è finito, del presente e del futuro come elementi separati e distinti. La stessa riflessione di Sartre allo stesso tempo dona speranza, perchè nonostante tutto, lascia spazio all’autodeterminazione e alla possibilità di dare un senso individuale e strettamente personale alla vita e ancor più alla morte.
Forse non chiediamo di venire al mondo, forse non scegliamo in che condizioni arrivarci, magari non possiamo sempre cambiare quello che ci circonda ma siamo di certo artefici del nostro immaginario e possiamo scegliere di credere in un ideale anche se sembra scomparso dalla faccia della terra. Possiamo vivere il sogno sbirciando da tutte le prospettive possibili, possiamo invertire tutti i processi che distruggono la nostra volontà.
Abbiamo davvero smesso di sognare? Ci siamo rassegnati a sopravvivivere in un mondo che qualcun’altro ha disegnato per noi? Subire anzichè creare. Un’esistenza che non ci appartiene. Un vuoto che avanza e avvolge tutto e tutti. L’oscurità dilagante nella quale siamo confinati, distanziati gli uni dagli altri, oggi come non mai.
Da parecchio tempo divisi e frammentati emotivamente.
Da non molto, anche se già da troppo, separati fisicamente e socialmente. Impauriti, in un perenne stato di tensione, continuamente condizionati e manipolati.
E’ questo il presente che scegliamo di vivere? Sono le fondamenta sulle quali decidiamo di costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli?
Adattarsi ed accettare passivamente un modo di essere che ci viene descritto come l’unico possibile, come inevitabile e imprescindibile, un paradigma che viene imposto dall’alto e cala sulle nostre teste senza ammettere replica. Questo non è inventare e progettare la realtà che scegliamo e desideriamo.
Cosa significa quindi, in definitiva, essere? Sei perchè è così che bisogna essere? Sei perchè semplicemente esisti o il tuo esserci è legato al tuo scopo, a quello per cui decidi di vivere e soprattutto a quello per cui saresti disposto a morire? Quello che fai, fa la differenza?
Forse non abbiamo smesso di sognare volontariamente, il sogno ci è stato portato via piano piano, secondo dopo secondo, ci è stato sottratto lentamente da un’infinita sequela di futili e superficiali sciocchezze. E’ stato davvero totalmente sostituito dal materialismo e da quella che ci piace tanto chiamare realtà? Dall’effimera e passeggera smania del superfluo?
Inutile cercare un unico colpevole, tra l’infinità di condizionamenti indotti e autoindotti. E’ tempo di ricominciare a inseguire ciò che sentiamo vero, anche a costo di sembrare illusi idealisti in cerca di qualcosa che è andato perso nel tempo, qualcosa che forse non c’è mai stato, ma che importa?
Sarà, domani. Noncuranti di ciò che chiunque potrebbe pensare e senza il timore di essere. E’ tempo di ricominciare a sognare.
I XVI Religion (in precedenza 16 Barre) sono un gruppo rap underground. Lunardi Stefano (John Princekin, mc-producer), Di Benedetto Andrea (Benni,mc) e Brazzorotto Luca (Jack Burton, beat maker). Il gruppo è legato a radici fondamentalmente rap ma non è fermo ad un genere, spazia in tutti gli orizzonti musicali, fino a collaborare con gruppi electro, rock, sperimentali. I testi, graffiati sulla base, sono legati alle tematiche del nuovo ordine mondiale, dell’apertura mentale e del controllo da parte di entità superiori. Testi visionari che accomunano le tematiche della società moderna a mondi paralleli di inganni e mostri nascosti nell’ombra.
“Cantiamo le gesta di umani..umani coscienti nell’incubo indotto.”
Link canzone youtube. Per chi non visualizza il contenuto scegliendo di rifiutare i cookies.
L’intro è di Maelle, che apre il pezzo con la sua splendida voce, condividendo un’inquietudine che contraddistingue chi non si accontenta, chi non si rassegna al semplice trascinarsi, in questo particolare contesto può rappresentare chi desidera ardentemente dare significato ai propri passi nell’esistenza, ciò è maggiormente significativo se parliamo di un periodo di transizione e cambiamento, caratterizzato dal dubbio e dall’incertezza, come quello che stiamo attraverando ora.
La prima strofa è di Benni, che parte con il filo conduttore della nostra settimana tematica, ringraziando il sogno perchè consapevole della sua importanza. Troviamo qui un’altro elemento che potrebbe andare a ridefinire il profilo tracciato poco più su, un’altro punto che accomuna chi non sa ancora con precisione dove andrà e cosa farà domani. Il sogno. Perchè è necessario? Perchè ci dona la speranza, la voglia, la forza e la caparbietà che servono per creare il mondo in cui scegliamo di esistere. Attori anzichè comparse. Vivere anzichè sopravvivere.
“Tu abbi fede in noi, stringi questa mano più forte che puoi”
Avere fede significa credere in qualcosa e forse, in un’epoca tanto materialista quale la nostra, stringere la mano ad un sognatore potrebbe davvero essere ciò di cui abbiamo bisogno, potrebbe essere difficile da spezzare una catena di mani strette con la forza che deriva da teste ostinate a voler guardare sempre oltre le nubi. Una volta uniti potremmo andarcene via, via da tutto quello che riteniamo sbagliato, via da tutto quello che ci fa soffrire, via e basta. “Obbligheremo le stelle a danzare per noi”, spingeremo l’universo a intonare quella melodia che ci fa vibrare all’unisono. “Anche se il cosmo ci rifiuta l’odio ci cattura e il vuoto fa paura”, non importa se questo mondo non è più adatto a noi, forse non lo è mai stato, non importa se l’odio a volte prende il sopravvento e non importa se il futuro ci spaventa. Abbiamo l’ardore del fuoco dalla nostra parte, che cauterizza le nostre ferite e può fornirci tutta l’energia necessaria per resistere. Continua la strofa, descrivendo queste righe per quello che sono, i dialoghi interiori di semplici sognatori, lontani anni luce da alcune delle dinamiche legate alla scena. Niente a che vedere con la fama, con i soldi, con superficialità e apparenza. Tutto un altro modo di porsi. Lontano dai riflettori, appunto.
Un modo per sentirsi vivi e non rischiare di sprecare il proprio tempo, così prezioso, rubandolo irrimediabilmente a tutti quegli attimi che ci fanno sorridere e che vorremmo poter ricordare vicini e sentire vividi nei nostri cuori. A questo punto Benni sembra sfogare la sua rabbia per non esserersi mai sentito compreso e capito da chi ritiene già morto, succube di questa realtà deviata e orribile. Non è difficile rispecchiarsi nei suoi versi, dare più importanza all’emozione che può racchiudere un semplice profumo, sentirsi legati all’universo in maniera più profonda e rendersi conto di non aver mai rimpianto un gesto d’amore. Conclude con quello che sembra avere tutta l’aria di un conflitto interiore, vista la semiautomatica sotto il mento, i demoni nella sua testa che si risvegliano quando è il corpo a riposare rappresentano la parte oscura di ognuno di noi?
Nel ritornello torna Maelle con i dubbi sul futuro, non sappiamo nè cosa faremo, nè dove andremo, ma una cosa è certa, sappiamo da dove siamo partiti, dal volume delle casse.
John Princekin apre la seconda strofa concretizzando il concetto uscito dall’analisi sull’importanza del sogno in questa realtà sempre più legata al mondo materiale. Il viaggio astrale come mezzo per arrivare a comprendere davvero il significato che si cela dietro a queste barre.
L’inutilità che si riscontra nel tentativo di colpire qualcosa di immateriale restando con i piedi saldamente piantati al suolo. La ricerca dei nostri stessi valori negli occhi degli altri, la volontà di evitare le persone tossiche, quelle che non ci comprendono, quelle già morte, quelle che fingono, indossando “occhi felici”.
L’essere vivi, al contrario, colma gli occhi di lacrime e non di rado. Nonostante l’annebbiamento della vista risulta facile notare le pesanti catene fatte di egoismo, competizione e interessi strette attorno alle caviglie di questi esseri definiti da Princekin non umani, di conseguenza non degni, da non considerare nemmeno insomma. Questo tipo di distacco è un atteggiamento necessario, da mettere in pratica senza alcun dispiacere.
“Io non tradisco con il lapis. Faccio rap che è una religione che si prega sempre gratis” Un piccolo elogio ai veri valori del rap, tra i quali la lealtà e il disinteresse verso il mero guadagno. Da buoni sognatori, doniamo e riceviamo speranza, con un auspicio, siamo tanti e se trovassimo il modo per unirci, potremmo tenere sotto scacco chi minaccia la nostra legittima libertà.
“Ogni nuova persona che s’avvicina è una lucina nel buio che avanza” perciò non calcoliamo chi non merita la nostra attenzione e affrontiamo tutto e tutti a testa alta, senza paura.
“Io sono nato dal nulla e non mi spaventa niente” Siamo quello che siamo grazie a noi stessi, siamo arrivati qui da soli, dal basso e partendo da zero, per questo nulla ci dovrebbe spaventare, perchè continueremo così, come abbiamo sempre fatto. Forse un’allusione al pensiero di Schopenhauer, al nulla dell’universo, quindi tutt’altra interpretazione? Una cosa è certa, possono tentare di farci fuori, provarci di nuovo e provarci ancora…queste note basse faranno sempre vibrare i nostri cuori a tempo, con la musica, ricordandoci di restare umani, in ogni istante.