16 BARRE feat. MEZZOSANGUE – Kaspar Hauser

16 BARRE feat. MEZZOSANGUE – Kaspar Hauser

Per le info sugli artisti rimando agli articoli usciti in precedenza: 16 Barre e Mezzosangue.


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Testo Completo

Benni apre la prima srtrofa evocando un’immagine relativa al tempo.
Sembra voler dar voce a Kaspar Hauser, ricordando la sua prigionia, identificando l’amore come polvere per terra in un penitenziario pare quasi volerci mettere in guardia su qualcosa, scrivendo sotto il ferro di una grata dal centro di Norimberga, dove fu incarcerato. Il sogno di benessere che offre un bagno caldo in un calidario può, in un attimo, facilmente trasformarsi in un calvario. Potrebbe essere questo il suo messaggio? Ci troviamo in un illusorio e fuggente attimo di pace che si regge precario sui vapori inconsistenti di una vasca termale? Seguono rime criptiche che possono far riferimento alla parte oscura, di sè, del vivere terreno.  

Nel ritornello John Princekin identifica le loro voci con quelle degli scribi.
Messaggeri dai corpi marchiati, dagli occhi sbarrati, sottolineando lo stato di consapevolezza nel quale si trovano.

Altra possibile similitudine che secondo me si può cogliere in questo senso tra il fanciullo d’Europa e i nostri ambasciatori è questa: “il contatto col mondo gli era quasi insopportabile, i suoi sensi così acuti lo mettono a dura prova e se non fosse per la sua eccezionale tempra si sarebbe irrimediabilmente perso, psichicamente”.

John Princekin apre la seconda strofa lanciando sassolini contro l’Opportunity Rover (detto anche Mars Rover, veicolo a motore che viaggia sulla superficie del corpo celeste) e sventola i 3 biglietti di sola andata per la metro dell’Einstein-Rosen (teoria fisica riguardante un cunicolo spazio-temporale, detto anche galleria gravitazionale, un buco nello spazio-tempo einsteiniano che permetterebbe a chi lo attraversa di viaggiare ad una velocità superiore a quella della luce da un punto all’altro dell’universo, consentirebbe anche di viaggiare nel tempo).

“Ho creduto che parlarsi potesse servire
A salvarsi dal morire dentro prima di sparire” è pura poesia.
Come si interpreta il sublime? Ci vedo tutte le speranze che ha riposto nella sua musica, nel voler lanciare un messaggio, nel voler parlare, oltre che a se stesso, anche all’anima delle persone pure, per non “morire dentro” prima di dissolversi e sparire. Per lasciare un segno? Un’eredità? Oppure perchè le parole in fin dei conti servono a poco?

Prosegue con un riferimento alla battaglia di Blood River (Sudafrica. Le truppe Zulu combattono per la propria terra, vogliono impedire l’insediamento dei coloni Boeri.)
Il fiume si tinse di rosso, il sangue degli autoctoni, l’acqua che turbina nel cuore di Princekin è torbida proprio come quella del Blood River, il fatto che giri lungo un’orbita di un’altra fine fa pensare ad un periodo di transizione, ad un cambiamento, soprattutto perchè prosegue dicendo che servirebbe più sorriso.
Una denuncia contro il colonialismo in generale o la semplice descrizione di uno stato d’animo? Entrambe le cose? Seguono altre rime a tema esoterico forse riferite a Lord Stanhope? Massone aristocratico nemico di Kaspar.

Targa commemorativa fotografata per noi da Mas Dee! =)


Conclude facendo una riflessione sul mondo moderno, totalmente inquadrato dalla matematica, partendo dai numeri dell’IBAN (chiaro riferimento all’importanza attribuita ai soldi) lungo la retta di Riemann (funzione matematica) fino ad incontrare un “punto fuori posizione”, qualcosa che non si può quantificare, qualcosa che non si può spiegare con i freddi numeri, con la scienza, che arrivata a questo punto della retta, nega qualsiasi fenomeno per il quale non esistano ancora spiegazioni logiche, razionali o replicabili, pur di non vedere la sua equazione andare in frantumi.

Arriviamo all’ultima strofa di Mezzosangue, apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni che può essere vista come una critica verso la Chiesa ma anche come un omaggio a quello che dovrebbe essere il vero significato della fede, quella più pura e genuina, quella del principio appunto, non ancora contaminata e strumentalizzata dagli uomini che hanno sempre utilizzato la religione come forma di controllo.
Significativo al riguardo questo particolare della storia: “Nonostante la sua immensa bontà, Hauser non aveva fede, è l’esempio del fatto che l’idea di Dio non è innata nell’uomo, ma gli viene dall’esterno, sia attraverso l’osservazione della natura, sia attraverso l’istruzione o l’esempio.”
Un riferimento e un omaggio anche all’innocenza di Kaspar Hauser, essere libero dalla corruzione del sistema?
Torna l’imposizione dei numeri, come dittatori che schiavizzano il nostro presente e diventano moneta per comprare opportunità. Numeri che possono essere identificati nei soldi ma anche nelle visualizzazioni per esempio, puntando tutto sulla quantità, sulla massa, quei numeri permettono di arrivare “in alto”.

Mezzo rifiuta di “stare sul pezzo” in questo senso perchè non è interessato a certe vette, artificiose e fittizie. Per questo esce con una delle sue perle, versi che contraddistinguono la sua sconfinata, semplice e disarmante genialità:
Mo che tutti parlano del rap è il rap a stare zitto
criticando la scena hip hop, ormai satura di pagliacci e finti gangsta che seguono solo la moda e hanno perso il vero significato che sta alle origini di questo genere.
Continua criticando la società che ha messo radici profonde dentro la parte più oscura delle persone, si nutre di questi disvalori e allo stesso tempo li alimenta, in un circolo vizioso senza fine. Identifica negli USA le origini di questa società, che marchia gli uomini, li “porta al pascolo” come un gregge e mira ad averli tutti buoni ed obbedienti, tutti a seguire il pastore.
A questo punto elenca i numeri della successione di Fibonacci (o successione aurea) e si diramano vie d’infinite interpretazioni. Può voler paragonare chi si sottomette a tutto ciò, ai conigli nell’esperimento di Leonardo Fibonacci quando afferma:
A te interessano i tuoi simili, non superi gli zero”.
Non sei disposto nemmeno ad ascoltare chi la pensa diversamente da te e quindi diverso dai tuoi simili, non superi gli zero può riferirsi ad una concetto strettamente valutativo dell’essere umano visto come specie.
Potrebbe essere visto come una sorta di chiusura mentale perchè non superi lo zero, non scopri cosa c’è oltre.
Gli zero potrebbero essere quelli dei conti in banca, quindi sei talmente materialista che non vai oltre, non superi quel tipo di attaccamento venale.

L’utopia di Mezzo?
“Spezzerei le gambe ad ogni vossignoria di ogni gerarchia”
Non credo che questa rima abbia bisogno di spiegazioni, la trascrivo e sottolineo perchè riassume in una riga parte del suo pensiero e credo possa essere condiviso da molti. Non è anche la nostra utopia in fin dei conti?

Chiude il cerchio tornando sulla spiritualità, fornendoci la sua visione:
“Sto nell’uno con coscienza”.
In sostanza: “quale messa?”.
Possiamo starcene benissimo a casa se vogliamo guardarci dentro, parlare con la parte più profonda di noi stessi, non c’è alcun bisogno delle celebrazioni per sentirsi parte di qualcosa, per essere collegati all’universo intero, al tutto, che in definitiva siamo noi, ognuno di noi.

Alla fine del viaggio all’interno di queste menti che si sono elevate oltre ogni confine, lascio libera interpretazione, scevra da condizionamenti, all’ultima rima.
Ricordando sempre che “malgrado le terribili prove cui fu sottoposto, Kaspar Hauser conservò la fiducia negli uomini; colmo di bontà, egli accettò il suo destino, perdonando chi gli aveva fatto tanto male. Egli ha così trasformato in una vittoria dello spirito la sconfitta sul piano esteriore, ha trasformato il male in bene.”

Buonanotte dai discendenti di Kaspar Hauser. Al prossimo tuffo nell’inestimabile e poetica emozione che le rima ci dona.
Alla prossima analisi su CGS

~Lely~

Equilibrio e Direzione. Tra Contenuto e Forma.

Equilibrio e Direzione. Tra Contenuto e Forma.

Amo leggere, che si tratti di libri, canzoni, articoli o semplici scleri improvvisi.
Per me leggere è un po’ come sbirciare, o irrompere (a seconda dello stile) nell’universo interiore della persona che scrive, svuotando il contenuto della testa nero su bianco, traducendo il linguaggio del cuore in lettere.

Amo i grovigli di parole in tutte le loro forme, la melodia in continuo divenire che si ricrea cambiando continuamente l’ordine dei termini in cerca dell’armonia logaritmica, la sensazione intensa di conclusione che mi pervade quando trovo la sequenza perfetta, giocando con la punteggiatura che scandisce il tempo.
Le metafore mi affascinano.

Scrivo, leggo, rileggo…ed eccola!
La combinazione di sillabe che ti risuona dentro, sinuosa come una spirale aurea…balsamo per la vista, vorrei tatuarmela!
Magari accanto al verso di “Cose Preziose” che ho scelto quando la mia nonna è morta, per portarmi sempre appresso un pezzetto di lei, di noi. Ecco un’altra fissa che ho, marchiare indelebili vissuti sulla pelle.
Per questo sentivo fosse necessario un omaggio a Kaos, che incarna la ragione del mio avvicinamento al rap, quindi ho fissato con l’inchiostro una sua rima, già incisa nel mio cuore da tempo e fonte di lancinanti e dolorose risignificazioni dopo la perdita subita.

“Saprò sentire la tua voce anche se tace
Sarò capace di inoltrarmi in posti senza luce” =)

Sono allergica alle ripetizioni, anche se le trovo utili nei punti giusti, in particolare quando danno forza ai concetti, cerco di scovare un dono ovunque e in questo caso sono grata alla mia forte intolleranza, perchè mi sprona a scavare, mi aiuta ad interiorizzare sempre nuovi modi per esprimere quel che ho in mente.
Citando un passaggio tra i tanti che mi hanno fatto innamorare del rap…

“E cambio mille volte e mille volte ancora intreccio…” =P

Mi piace scrivere, mi perdo…o forse ri-trovo me stessa nei flussi di pensiero.
Credo di essere indicibilmente lenta ma, senza volermi in alcun modo paragonare a lui, do una pacca di consolazione alla mia autostima a volte precaria, pensando che pure Kaos fa passare anni tra un album e l’altro… =D

Cerco anche attenuanti nella mia condizione di mamma e nei turni di lavoro pesanti, pur essendo convinta del fatto che se davvero credi in qualcosa, una via la trovi sempre…quindi eccomi qui, a scrivere.
La maggior parte delle mie energie le brucio con i bimbi perchè abbiamo costituito un’associazione di famiglie impegnate nella creazione di una comunità educante che si sta formando in campo pedagogico per sostenere e accompagnare i propri figli nei loro percorsi di apprendimento fuori dalle istituzioni.

Nonostante la consapevolezza di poter scrivere saltuariamente, mi piacerebbe condividere la mia passione, anche quella per il rap, con chi sente e comprende sul serio la forza che può sprigionare.
Tento di portare in superficie quello che suscita in me la vita e la musica mi aiuta in questo, trattandosi di un canale molto potente.

Scrivo principalmnte quel che sento, scrivo di ciò che ritengo importante.
Perchè?
Me lo sono chiesta parecchie volte, ancora me lo domando e non penso di aver trovato una risposta definitiva, granitica.
Per far luce su angoli bui forse, per condividere un punto di vista, la mia percezione, per contribuire con il mio piccolo tassello a quel disegno immenso e complesso che è la rappresentazione della realtà, tanto tangibile quanto soggettiva.
Sarà per questo che mi piace fare le tre del mattino sui puzzles, mi emoziona vedere le immagini che si delineano lentamente sotto le dita, rendermi conto di quanto può essere destabilizzante e allo stesso tempo indispensabile cambiare prospettiva, osservare attraverso gli occhi di chi si trova al lato opposto del tavolo, perchè nota particolari ai quali tu non fai caso, perchè da quell’angolazione è tutto diverso.
Se prendiamo in esame le visioni del mondo, può essere davvero arricchente tendere ad un atteggiamento simile e sono convinta che potrebbe aiutarci a vivere meglio, con più aperture e meno giudizi.
Pezzo dopo pezzo, emerge il quadro d’insieme che riempie gli occhi di significato…ed è bellissimo! 

Il denominatore comune sta appunto nella comunicazione, che lega e da senso al tutto.
Per me il rap è questo, è la sublimazione di quel che mi anima, collocandosi al crocevia delle mie attitudini, che si intersecano in questo genere.
Ci ho messo un sacco di tempo per capire cosa fare dell’articolo sull’ultimo album di Kaos: “Chiodi”, l’ho concluso definitivamente il 13 giugno, giorno antecedente l’uscita, ma è rimasto nascosto nel limbo delle mie confusioni finora.
Ho sorriso quando mi sono imbattuta in “Outsider”, una delle tracce, perchè proprio così avevo definito Kaos =)
Vedo le sincronicità come fossero cartelli stradali, indicano la via.
Mi sembra di aver scritto in maniera più distaccata e impersonale rispetto al solito, ed è così in effetti.
Nonostante ciò, mi rendo conto di essere ancora lontana dal classico stile giornalistico che per definizione informa e fa arrivare i concetti un po’ a tutti, mirando ad un’ampia fetta di pubblico.

Tornando alle motivazioni che muovono, in riferimento all’intersoggettività che ci lega tutti, so bene quali sono per me i messaggi importanti da trasmettere, dovrei solo capire a chi ho intenzione di rivolgermi e come, perchè a volte ho il timore di risultare comprensibile solo a me stessa.
Spesso mi viene questo dubbio, poi penso ai tecnicismi dei Triflusso, a certe “bestie sacre” (cit. M3R =P ), in particolare alla quantità di ascolti necessari per afferrare ogni singola rima…e mi consolo!
Mi dico che va bene così, che troverò l’equilibrio tra contenuto e forma continuando nella stessa direzione.
Mi dico che i semi germoglieranno esattamente dove devono.

Anche se ancora fumoso, l’interrogativo sta qui intorno, e sto sperimentando.
Visto il livello d’attenzione medio cerco di stare nei 4000 caratteri/2 minuti di lettura, ma se mi lascio trasportare senza regole arrivo ai 6000 e oltre senza accorgermi, mi risulta difficile rimanere in recinti del genere ma comprendo sia funzionale in alcuni casi e ci provo, perchè credo sia utile per migliorare e mi aiuta a lavorare sulla sintesi.
Ho cercato di capire se posso scrivere così senza snaturarmi, di capire se il testo in tal modo condensato mi rappresenta.
Il discorso è più complesso se parliamo della tipologia di scrittura, non so se riuscirò mai a scrivere diversamente e sopratutto non sono sicura di volerlo fare.

Tutto in divenire!

E niente… “Questa è la fine!”

Che porta sempre con sè un nuovo inizio!

Just Me ~Lely~

“Chiodi” – Il nuovo album di Kaos One &…

“Chiodi” – Il nuovo album di Kaos One & Dj Craim

L’hip hop non è un fenomeno d’immediata comprensione e il rap è un genere musicale che necessita di attenzione nell’ascolto, di un’immersione totale.

Lo stesso brano offre una miriade di risignificazioni, che si svelano lentamente, ogni volta che lo si riascolta.
Conosci davvero una canzone quando la senti in tutte le sfumature dei tuoi stati d’animo, quando la rivedi attraverso la lente delle tue ultime consapevolezze, quando fa definitivamente parte di te e il processo è reciproco, perchè è come se scoprendo un’altra inesplorata zona dell’universo interiore espresso in quelle liriche, facessi luce anche su alcune parti di te rimaste in ombra fino ad allora.


E’ magico e travolgente, simbiotico se parliamo dell’alchimia percepita durante i live.
Attendiamo quindi, con estremo entusiasmo, il momento in cui potremo inabissarci con piena coscienza nell’album di Kaos One e DJ Craim uscito il 14 giugno.

E’ curioso notare che il tempo necessario ad assaporare un disco facendolo proprio è direttamente proporzionale al tempo che serve a farne nascere uno nuovo, intercorrono sempre parecchi anni infatti tra un lavoro e l’altro, le “lunghe” tempistiche hanno sempre contraddistinto Kaos.

E’ una peculiarità del Maestro, questo il titolo che gli è stato attribuito, per molti probabilmente è solo un modo di esprimere l’immensa gratitudine verso i suoi testi, verso le emozioni che incanalano e suscitano, con infinita umiltà ci ha ironizzato su: “…scrivo minchiate e mi chiamate Maestro”.

Il suo valore verte sulla qualità, non risiede certo nella quantità, un dettaglio in via d’estinzione causa la nostra era fondata sulla produttività.

Il singolo “Titanic” riconferma lo stile unico di un outsider, è l’underground in persona che non si smentisce mai e conserva il suo tocco.
Per comprendere meglio, eccone un assaggio.

“Ed è sempre speciale
Sempre più demenziale
La sagra del ridicolo
Qua è sempre carnevale
Sarà
La percentuale di realtà mascherate
La festa nazionale delle verità scontate”

Un’istantanea della nostra “civiltà”, la distorsione del mondo condensata in qualche schizzo d’inchiostro e trasmessa attraverso la sua inconfondibile voce: vera e intensa, tanto autentica da risultare incredibilmente limpida, trasparente e cristallina nei contenuti, pur mantenendo il caratteristico graffio roco.

Entra dirompente nel tuo essere e si fa spazio nel costato per poi insinuarsi, riparatrice, in ogni crepa di incoerenza.
Vibra verità, sorretta dalla forza di un beat e dal perfetto connubio che ne deriva, grazie alla garanzia costante che troviamo in Dj Craim.
Spingendosi sempre più giù, conclude il suo viaggio direttamente nel profondo dell’anima, e lì resta.
Incisa e indelebile.💜
Che dire!

Nonostante l’apertura e la curiosità verso le sperimentazioni, nonostante il valore che si può attribuire al radicale cambiamento di un artista, se genuino, sarebbe impensabile non spendere due parole per elogiare questa rinnovata coerenza.
Forse uno dei motivi per cui credo fermamente che l’ integrità di Kaos sia così importante, trattandosi di merce rara, è riconducibile all’assurdità di questo tempo, sembra esserci un estremo bisogno di onestà e dignità in questo particolare periodo storico, affollato di insensatezze.

Perciò concludiamo, ripartendo saldamente da un nuovo inizio.
“Perchè il rispetto ti ossessiona e la morale non perdona” nel caotico e fluido presente, ed è rincuorante trovare in lui un pilastro irremovibile, qualunque sia la realtà vissuta e qualunque sia la verità alla quale crediamo.
Dal principio di non contraddizione all’infinito, nella ricerca introspettiva che tenta di dare un senso alla vita, celebriamo le piccole cose, quelle che contano, partendo dalla nostra umanità.

Ce lo rammenta dal palco: “Siete voi…Cose preziose“.
Aspettando settembre per sentirselo dire di nuovo, cercando ancora quell’incredibile sinergia, cantando sottopalco al Magnolia!

Kaos, sempre fedele a se stesso.
L’intramontabile bagliore di una leggenda.

~Lely~

Bring Me The Horizon – Autentica evoluzione artistica o…

Bring Me The Horizon – Autentica evoluzione artistica o spinte commerciali?

Nuova collaborazione per i BMTH (band inglese attiva dal 2004), “Bad Life” con Sigrid, giovanissima cantante norvegese.
Non è l’unico improbabile accostamento nato ultimamente, “Bad Habits” con Ed Sheeran fa pensare al binomio fantastico di Gianni Rodari, non vale solo per vocaboli e storie da inventare, quanto più distanti e al primo sguardo inconciliabili possano sembrare due elementi, tanto più imprevedibili potrebbero rivelarsi le potenzialità espressive ancora latenti.

Proprio per la loro tendenza a sperimentare, per il loro essere in continuo divenire, sarebbe alquanto complicato strutturare le riflessioni sullo stile dei BMTH appoggiandosi ai sottogeneri musicali. Cosa ancor più importante, non avrebbe senso disquisire sull’infinità di etichette predefinite nelle quali ci si deve infilare a tutti i costi e dalle quali si tenta poi di evadere in cerca di una forzata originalità.

Parliamo quindi senza tecnicismi, abbandonando i compartimenti stagni delle deviazioni musicali senza crearne di nuovi, parliamo semplicemente di sonorità, di vibrazioni.
Parliamo di autenticità in ogni sua forma, la cerchiamo.
Metalcore, Alternative Rock, Avant-garde? A chi interessa?

Non è un crimine avere un’opinione indipendentemente dalla categoria più seguita, spaziare tra i generi e apprezzarne molti, in base allo stato emotivo nel quale ci si trova per esempio.
Dolcevita (nonostante resti nei confini reggae e hip hop quando tratta artisti specifici) aveva scritto qualcosa al riguardo, trovo interessante questo articolo uscito tempo fa, in particolare la sua conclusione.
Certo, scream e growl sono molto graditi, una lirica intensa viene percepita come espressione ultima dell’anima e un bel giro di batteria può dare i brividi ma in definitiva, è tutto piuttosto personale.

Elettronica, melodia. Vanno bene entrambe! Perchè focalizzarsi e non uscire mai dai binari?
Denigrare qualsiasi scostamento e giudicare dalle apparenze cercando di imporre la propria visione, spesso senza apertura e senza conoscere, è un fenomeno lampante di questi tempi, così anche nella musica.
Camminiamo quindi in un campo minato rischiando l’ira dei puristi con queste affermazioni ma, a chi interessa?

Oliver Sykes è indubbiamente cambiato, dall’uscita di “Amo” (sesto album in studio), sembra voler indossare i panni di un vero frontman: eccentrico e teatrale.
Non possiamo però sapere cosa stia realmente accadendo dentro la sua testa, è ancora lì da qualche parte il ragazzo tormentato che riversa nei testi il suo dolore?
Svuotando i polmoni durante i live fino all’ultimo soffio d’ossigeno, in simbiosi con chi sente e vive profondamente quelle note, quelle sillabe e quelle sensazioni, sopra e sottopalco, senza distinzione.

La passione che vibra con le corde vocali, quelle di tutti.
Questo era Oli, questo erano i BMTH.
Ora? Chissà!

Il brano con Machine Gun Kelly, tenendo conto anche del vecchio dissing con Eminem, fa riflettere sulle possibili strategie di marketing utilizzate dagli artisti per darsi visibilità a vicenda, sulla manipolazione mediatica e sui modi di porsi che sembrano essere imposti causa la direzione a senso unico imboccata da questa società folle.
Diventa complicato discernere le scelte aziendali dalla vera essenza di ognuno, considerando anche le varie contaminazioni e le influenze genuine che possono derivare dalle unioni di ricerca sperimentale.
Crescere e cambiare sono due verbi intrinsecamente legati tra loro, nell’arte come nella vita, in generale.
Il processo è inevitabile e implica dei passaggi, sarebbe preoccupante non riscontrare alcun mutamento, ci troveremmo nell’immobilità, nella stasi.
Ci stiamo solo chiedendo in quali casi sia un percorso naturale e in quali indotto.
In ogni caso, stiamo a vedere sperando che quei corpi estranei, i granelli di sabbia depositati nei loro cuori durante il viaggio, si trasformino nelle perle che stanno cercando.
Illuminanti e uniche, come le gemme che continueranno a risplendere in “That’s the spirit” e in “Sempiternal”, miglior album di sempre, comunque vada.

Mai si disperderà la travolgente energia di “Shadow Moses”.

Oliver Sykes Fonte foto
~Lely~

XVI Religion – Religion

XVI Religion – Religion

John Princekin, una mente infinita la sua, a tratti difficile da decifrare perchè immensa nella sua profondità.
Visto che l’abbiamo incontrato per ben tre giorni, andiamo a chiudere la settimana tematica riportando qualche stralcio di una sua intervista, rilasciata in occasione dell’uscita di Pyramid.
Chi meglio di lui puà farci comprendere gli intenti che spingono l’arte dei XVI Religion sempre avanti e sempre più su?

“A noi piace la fantascienza, ci mettiamo delle visioni un po’ nostre, un po’ di quello che vediamo in giro, un po’ di come ci immaginiamo l’incubo della vita che tentiamo di riprodurre tramite la nostra musica…tentiamo sempre di far pensare con noi il nostro ascoltatore, facciamo una riflessione insieme a loro. Abbiamo un riscontro di determinati tipi di persone che la pensano come noi su quello che può essere la società e il pensiero dell’uomo. Sono delle riflessioni su quello che è odierno tramite immagini di fantasia e mostri…Lo scopo è non sentirsi soli…Noi tentiamo con la nostra musica di far capire a tutte queste persone che si sono distaccate dalla società che non sono da sole, ci siamo anche noi che la pensiamo come loro e insieme a noi tantissima gente…”.

Jodorowsky diceva che bisognava pensare ad ogni nostra cellula come se fosse un universo infinito, concludiamo con una delle visioni più belle di Princekin in risposta a questo pensiero.

“…noi siamo tutti universi, differenti ed ingiudicabili perchè nessuno può giudicare il trascorso di un universo. Però allo stesso tempo tanti universi non si accorgono di essere infiniti e quando noi parliamo nei testi di questo non facciamo mai riferimenti odierni, ma aurei proprio per far capire che la coscienza di ogni individuo è infinita e ineguagliabile. Dobbiamo sentirci universi per essere davvero infiniti.”

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Testo Completo

Il pezzo si apre con una bellissima citazione tratta dal film “Stalker”.
Può apparire paradossale una visione nella quale la musica è totalmente slegata dall’ideologia viste le analisi dei testi presi in considerazione finora, che rappresentano l’esatto opposto, l’attivismo che si manifesta proprio attraverso l’arte per arrivare dritto al cuore.
La vera essenza della vecchia scuola e dell’underground è senza dubbio questa, è l’espressione di tale concetto.
In particolare se parliamo di rap, è la rappresentazione e la condivisione dei propri ideali, le rime come strumento, come mezzo comunicativo per il raggiungimento di una consapevolezza maggiore anche a livello di crescita individuale, traguardi che diventano il fine ultimo in un continuo vorticare di pensieri e riflessioni, il piacere che deriva dai semplici incastri di parole, dai riferimenti fino alle analogie.

L’intro si riferisce quindi alla musica come suono universale, in questo caso può alludere alla base con tutte le sue sfaccettature, dalla più semplice alla più elaborata con loop e campionamenti vari.
Credo che in gran parte sia una questione di gusti personali, anche se la complessità di un singolo beat può lasciare senza fiato, a volte il grezzo “bum cha” con la classica e “semplice” metrica o con gli stratagemmi del flow per stare sui 4/4 può essere altrettanto sconvolgente, questa è solo la mia opinione e non vorrei risultare troppo di parte perchè per certi versi adoro quello stile, così come nell’elettronica adoro la minimal, quindi forse non faccio testo.

Mi piace pensare che più nello specifico la citazione possa rappresentare un omaggio allo scratch, altra caratteristica distintiva della cultura hip hop che merita il suo spazio.
Ho scelto “Religion” proprio per questo motivo, per gli scratch che contiene, per valorizzare questa tecnica che è in grado di regalare momenti di intensa emozione mentre ti ritrovi a scivolare anche tu avanti e indietro con la manipolazione del tempo perdendoti nella distorsione del suono sul vinile, mentre ti abbandoni facendoti cullare o trascinare, a seconda dei pezzi, dal cursore.

La musica può andare oltre le parole, forse può arrivare molto più in profondità, lo si capisce quando ci si ritrova accanto a persone che non parlano la stessa lingua, il banco di nebbia comunicativo si dissolve in un secondo, spazzato via dall’incalcolabile potere unificante del suono.
Niente a che vedere con quello che siamo soliti chiamare linguaggio, ma ciò non è inteso come l’ allontanamento dal concetto di comunicazione, al contrario, è il soffermarsi a riflettere sulle sue più svariate molteplicità, quelle ritenute possibili e perchè no, anche quelle che vengono confinate nell’ambito della suggestione.

Per intenderci, la sinergia che provano le persone accalcate sottopalco, mentre il battito dei loro cuori si sincronizza, non si può considerare vera comunicazione?
Le esperienze telepatiche sono tutte sapientemente spiegate dalla scienza con la sua tipica prospettiva riduzionistica? Spesso vengono catalogate come semplici allucinazioni.
La musica assume un ruolo centrale in tutto questo, almeno per quanto riguarda la mia personale esperienza.

Tornando alle pulsazioni, Benni apre la prima strofa con uno dei contenuti che preferisco, è il cuore che indica la strada.
Non importa se le avversità contribuiscono alla costruzione di quella corazza che lo rende inaccessibile dall’esterno, lo possiamo sempre raggiungere dall’interno.
Possiamo scegliere di tenerlo stretto, tendere l’orecchio per afferrare i suoi sussurri, per capire cosa davvero intende dirci, dove vuole portarci. Sta a noi decidere se seguirlo o soffocarlo.
In un mondo che non sentiamo più nostro, lasciamo andare tutto e il tutto perde il suo significato, non ci facciamo più impressionare dall’assurdità dei tempi che corrono, ormai non inorridiamo più di fronte all’insensatezza inumana.

L’unico baluardo ancora in piedi è la nostra musica, che fa sempre rabbrividire di piacere, è la schiettezza e la genuinità di questa passione condivisa.
Tornando alla sinergia del sottopalco, non è in alcun modo possibile scordarsi delle sensazioni che si provano ai live, quando chi sta sopra al palco versa ogni singola goccia di se stesso nelle casse e attraverso di esse colma le anime aperte e recettive, stabilendo un contatto.
Contatto che in qualche modo si trasforma in legame e si salda indissolubilmente.
Mai più soli.

“Dieci di noi posson bastare per cento di loro”


Vari riferimenti all’ipocrisia, all’alienazione e alla perdita di valori umani.
Non sono poche le difficoltà che si riscontrano di continuo nei rapporti con le persone, con la maggior parte di loro almeno.

Rarissimo invece trovare teste in sintonia, combattiamo perciò in pochi, ma compatti.
Delusi dal genere umano per l’ennesima volta perchè abbiamo creduto, di nuovo, in un legame fittizio, che in realtà esisteva solo in funzione di qualche tornaconto, qualunque sia l’interesse in questione.
Non ha importanza. Materiale o immateriale.
Per ottenere qualcosa di concreto o semplicemente per il bisogno di gonfiare l’ego e per la volontà di ostentare ciò che non si è realmente.
Questo genere di comportamento è diffusissimo, per gli eterni idealisti diventa pesante incorrere in queste dinamiche di continuo, perchè il fatto che siano ricorrenti purtroppo non riduce la delusione che portano con sè, accompagnata da una disillusione profonda, con il tempo ci si fa l’abitudine, isolandosi automaticamente per non dover affrontare quel tipo di mondo.
Una nota positiva non manca mai, anche nelle situazioni peggiori si può trovare qualcosa di buono, di certo trarne insegnamento, in questo caso sbattere contro la falsità non ci spezza, ci rinforza e soprattutto ci ricorda di restare sempre veri, in ogni istante.

“Per ogni scambio di coscienza che mi porterò per sempre dentro
Per ogni notte in cui ci penso mentre mi addormento
Cerco qualcosa di introvabile, roba da lacrime”

Pura poesia che merita di essere riportata e semplicemente sottolineata, perchè non è necessario aggiungere altro, non avrebbe senso.
Non poteva mancare un accenno alla Placca Pioneer che richiama buona parte delle tematiche ricorrenti del gruppo.

Segue lo scratch con il campionamento dei seguenti versi:
“Goditi il presente perché da domani non t’assicuro niente”
tratto da “Goditi il Presente” dei Lyricalz.
“A favore di chi è nella merda da una vita e fa parlare di sé” 
tratto dalla strofa di Lord Bean nel brano “Gli occhi della strada” in “Dio Lodato” di Joe Cassano.

Lo scratch alla fine del pezzo è favoloso, sono pittosto certa si tratti della voce campionata di Gruff ma non sono riuscita a trovare la traccia originale. Se qualcuno la riconosce me lo può far sapere??? Pleeeease!

Avanti…Entra Princekin nella seconda strofa con il suo dono evocativo, facendoci sempre alzare il mento verso il cielo, col suo sentirsi radicato e indivisibile dall’universo intero che alimenta l’arte, che accompagna le anime sul sentiero tracciato da un ideale, valori tanto forti da non poter essere dimenticati.

La passione che unisce, arde incessantemente, ci fa sentire meno soli e dona la forza di andare avanti, qualsiasi sia la condizione nella quale ci troviamo.

Con “rifugio di fortuna” potrebbe far riferimento anche alla nostra Terra, che ospita ma non possiede per citare Princekin in un’altro suo pezzo, lo sguardo sempre rivolto verso qualche nebulosa lontana, l’essere parte del tutto, il percepirsi come universi infiniti.

Unificati da questo ardore non solo smettiamo di sentirci dispersi e isolati, ritroviamo lo slancio e la conseguente energia che ci permette di mantenere un’attitudine positiva verso la vita, l’atteggiamento costruttivo necessario a realizzare ciò in cui crediamo.

In cosa crediamo?
In un sogno, in un futuro progettato su fogli scarabocchiati, sui quali l’inchiostro dilaga dando forma ad oceani sconfinati, senza più ostacoli.

I sogni e l’amore sono sullo stesso piano e non si vendono, nè si comprano; non si possono proprio stimare, nè sciupare o depredare.
Questo è un concetto che si comprende solo ed esclusivamente vivendolo.
Il verso che segue riguardo ai social lo condivido molto.
Non ho mai avuto un profilo facebook, quando mi chiedevano un contatto spesso ero costretta a giustificarmi, a sorbirmi la stessa, inutile retorica.
Sei tagliato fuori dal “mondo”, perdi l’opportunità di tenerti in “contatto” con gli “amici”, rinunci a tutte le comodità “gentilmente offerte” e non puoi evitarlo per sempre, dovrai adeguarti.

Spero sia già abbastanza chiaro il senso di tutte quelle virgolette, a volte le parole assumono un significato estremamente diverso da quello che potrebbe essere il loro valore universale, in base ai caratteri intrinseci che ognuno associa a quel determinato vocabolo.

Quando due persone pronunciano lo stesso identico termine non stanno necessariamente dicendo la stessa cosa, vogliono comunicare quello che secondo loro quella parola rappresenta ma non è detto che entrambi ci vedano dentro le stesse cose. Per questo a volte il linguaggio crea delle grosse interferenze.

Tornando ai social, esclusa l’unione iniziale per la scelta vaccinale, i primi gruppi che mi è capitato di frequentare su telegram sono quelli che stanno spuntando come i funghi in questo periodo pandemico di azioni liberticide e continue violazioni dei diritti individuali e collettivi.

Potrebbe essere una forma di aggregazione positiva se non fosse per l’atteggiamento generalizzato che si riscontra in questi contenitori di dissenso già altamente compartimentati dove una buona parte di chi si definisce “illuminato” giudica il resto del mondo con la stessa arroganza che dice di voler combattere, torna nello stesso recinto dal quale dice di voler uscire focalizzandosi sempre sui soliti argomenti nel tentativo di scardinare quei meccanismi che invece si ritrova inconsapevolmente ad alimentare.

Seguendo l’esempio di Princekin: chi ha orecchie per intendere, intenda. Chiusa parentesi.

Non poteva mancare infine un accenno ai viaggi interstellari tanto amati dai XVI Religion, che già nel 2016, forse percependo l’avvicinarsi di un periodo buio come quello che stiamo attraversando ora mentre scrivo, sentirono il bisogno di “radunare adepti per la fine dell’opera”.

Anime libere da ogni limite imposto, che sviluppano la capacità di elevarsi oltre i loro confini, che non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno e “brillano di luce propria”.

Quella luminosità essenziale a spazzare via l’oscurità che avanza inesorabile, quella tenebra che ci avvolge, troppo spesso senza incontrare resistenza, senza alcuna difficoltà.

~Lely~

John Princekin – Il tuo amico di penna

John Princekin – Il tuo amico di penna

John Princekin faceva parte dei 16 Barre, ai quali abbiamo già accennato nella prima analisi della settimana.


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Testo completo

Con le cuffie nelle orecchie come tutte le mattine infilo gli anfibi ed esco per andare al lavoro, sorrido mentre varco la porta d’ingresso e realizzo ciò che ho appena sentito, l’inconfondibile e graffiante voce di Princekin che apre la prima strofa dicendo:
“Dai usciamo, mettiti le scarpe, oggi visita su Marte”, mi blocco perplessa per qualche secondo prima di girare la chiave nella serratura e mi dico divertita…
“Vaaaaa bene! Ci sono, scarpe messe e sto proprio uscendo! In realtà dovrei recarmi al lavoro ma quando mi ricapita un viaggio sul pianeta rosso?”.
La vicina che passa la sua esistenza alla finestra avrà sicuramente pensato che come al solito stessi parlando da sola, ma stavolta no! Stavo rispondendo alla bellissima sincronicità che l’universo mi aveva regalato.

Faccio ripartire la canzone mentre mi metto alla guida e mi perdo tra quei monti gialli e quella sabbia finissima, devo ammettere di essermi davvero abbandonata alla sua capacità evocativa.
Ho avuto qualche difficoltà nel decidere come proseguire sull’analisi perchè non conosco i lavori da solista di John Princekin, ma sono rimasta piacevolmente sorpresa, questo pezzo mi è piaciuto molto.
Con il suo intro tratto da Waking Life non poteva mancare nella nostra settimana tematica quindi alla fine ho scelto di inserirlo ugualmente e mi sono ritrovata a sorridere di nuovo perchè proprio di scelte tratta.

Non ho la pretesa di spiegare nel dettaglio ogni suo riferimento e non mi sento in grado di azzardare un’interpretazione che vada oltre le mie semplici riflessioni su alcuni specifici passaggi.
Tra le particolarità che mi hanno fatto innamorare di questo genere c’è la seguente: certi pezzi li assapori piano piano, un po’ come quando conosci una persona e ogni volta scopri qualcosa di nuovo su di lei, come se la stessi spogliando lentamente, sotto a ogni parte superficiale che levi, trovi qualcosa di più profondo e arrivi a comprendere la sua interiorità.

Accade proprio come quando incontri qualcuno, i punti che si hanno in comune sono quelli che spesso tendono ad avvicinare inizialmente, così come i significati che cogli al primo ascolto di una canzone sono quelli che magari risuonano di più con la sinfonia del tuo mondo, con la percezione della tua realtà.
Proseguendo nella conoscenza è probabile trovarsi in disaccordo ogni tanto, non condividere proprio tutti gli interessi o pensarla in modo totalmente diverso su determinate questioni, così come nella musica, è possibile rimanere incantati da un singolo brano pur non conoscendo o non condividendo tutte le tematiche trattate dall’artista.
Durante gli ascolti successivi, in base al tempo passato e al proprio percorso di crescita si capiscono cose sempre diverse, maggiori dettagli, particolari che non ti avevano minimamente sfiorato, un po’ come capita con certi libri, i più belli.

Il messaggio che ho ricevuto dalla prima strofa è semplice e lo condivido parecchio, è sconfinata la follia di questa nostra società moderna, così frenetica e sempre in corsa verso il nulla.
Si ha la sensazione che più niente abbia valore, fatta eccezione per quello economico.
E’ difficile credere che nonostante la meta sia inesistente, le energie impiegate nel rincorrere quel fine illusorio siano reali, ma in definitiva lo sono e da qualche parte inevitabilmente porteranno, senza la minima cognizione di causa probabilmente ci condurranno proprio verso quel nulla, ma non sarà certo…nulla di buono.

Il ritornello mi ha colpita molto, mi ha trasmesso un forte senso di unione, consolidando i pensieri di questo ultimo periodo e confermandomene soprattutto uno: perchè continuare a focalizzarci sulle differenze anzichè lasciar confluire i punti di forza verso un unico obiettivo?
Verso qualcosa di vero, in fondo, non abbiamo tutti lo stesso sole davanti?
Pure il riferimento all’istinto che tanto è andato perduto con il sopravvento della fredda ragione mi è piaciuto tanto, avendo continuamente a che fare con quel tipo di “razionalità” che appare sempre e paradossalmente più folle del semplice sentire. Qualunque sia alla fine la destinazione, ci arriveremo tutti in un modo o nell’altro, prima o poi.

Trovo la seconda strofa ancora più significativa per quanto riguarda le scelte, i limiti mentali che spesso ci autoimponiamo, l’ostinazione nel restare ancorati a ciò che sarebbe meglio lasciar andare prima che trascini tutto giù con sè.
A volte accade perchè si è lavorato tanto su quella precisa rotta e il solo pensiero di rimettere tutto in discussione terrorizza, a volte semplicemente non si vedono alernative all’orizzonte e si preferisce restare a galleggiare sul posto, dimenticandosi perfino della sete, nell’attesa di veder comparire un ombra stagliata nel cielo, perchè non si trova il coraggio di mettersi a nuotare verso lo sconfinato mare aperto senza sapere cos’ha in serbo il futuro, oltre quella misteriosa e netta linea che divide acqua e nuvole.

So, my mind bring me the horizon and go on.

“E allora alzati, vieni con me che ti mostro quanto sbagli
Quanto è facile voltare pagine e cucire tagli
Non è vero che non è una scelta aperta
Questo è un fiume dove ogni ramo è collegato nel suo delta

Pura poesia, credo che i miei versi preferiti siano questi, tornando al fatto che siamo tutti diretti verso lo stesso porto.
Capita di sentirsi in balia delle onde, attanagliati dalla paura di finire sotto, di non riuscire più a risalire in alcun modo e infine di affogare miseramente ma “tutto muta, nulla si ferma” e si trova il modo di stare a galla imparando a scivolare in mezzo al delirio, a seguire la corrente senza farsi travolgere.

Il pezzo si conclude con il monologo di Waking Life che ci siamo goduti oggi all’ora dei vespri seguito da un’altro estratto del film “L’attimo fuggente”.
Direi che si commentano bene da soli, lascia senza parole, e senza fiato per un istante, anche l’outro con un accenno a “Moonlight Sonata” di Beethoven. 

~Lely~

Kaos – Pandemia

Kaos – Pandemia

Kaos (Marco Fiorito, 1971-Caserta) è uno dei precursori dell’hip hop in Italia, inizia con le altre arti che contraddistinguono questo movimento: la break dance e i graffiti.
Prosegue come MC e sta anche dietro ai piatti per alcuni suoi lavori, comincia con il rap in inglese per poi passare all’italiano, si può quindi considerare uno degli artisti più completi della scena e un fiero rappresentante del più puro e vero underground.
Che altro aggiungere?

Kaos al Nessun Dorma – Varese.
Pezzi di anima sul palco.

Semplicemente un “dannato” poeta che scuote e fa vibrare la tua anima con le corde vocali, soprattutto dal vivo, quando ci si fonde tutti in un’unico suono, nella stessa vibrazione.


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Testo Completo

Pandemia.
Curioso, lo so, suona così familiare in questo periodo non è vero?
Pensiamo all’ultima nostra settimana o all’ultimo mese, in realtà potremmo prendere in considerazione l’intero anno.
Si, è passato un anno bella gente. 

Quante volte abbiamo sentito o pronunciato questa parola, calcolando anche tutte le sue varianti quali pandeminchia, pseudopandemia, psicopandemia e via dicendo?
Quante volte abbiamo nominato il suo fedele compagno dai petali petalosi o, per stare in tema, le sue varianti più “simpatiche” quali coronavairus, minchiavirus, ginovirus e via dicendo?
Chi ce lo fa fare? A chi importa il numero esatto di volte?
Viene la nausea solo a pensare di doverci pensare quindi andiamo semplicemente avanti tornando indietro. Rewind. 

Pandemia.
Non è quello che vi aspettereste di sentire, non è quello di cui vorreste parlare probabilmente o quello che tutti siamo costretti in un modo o nell’altro a subire, è altro.
A mio avviso, uno dei pezzi migliori di kARMA, il terzo album di Kaos.
Sarà che ho lasciato dei pezzi di cuore sottopalco ai live quando la sinergia tra le persone che cantano all’unisono era talmente forte da non riuscire a descriverla e nei momenti difficili mi veniva sempre in mente, mi dava sollievo.

Credo di essermi ripetuta la sua prima rima centinaia di volte, l’avrò cantata davvero centinaia di volte, quando stavo male per qualcosa mettevo le cuffie, lasciavo che la voce rauca di Kaos alleviasse il mio dolore e alleggerisse la zavorra che comprimeva il mio costato.

“A questa vita non ho chiesto niente in fondo
Manco di venire al mondo
Mi domando se c’è un senso e non rispondo”

Può sembrare banale se non ci si presta la dovuta attenzione, la trasformavo in un mantra e rieccheggiava nella mia testa con la sua disarmante elementarità finchè raggiungevo una sorta di rassegnazione cosmica che mi permetteva di superare più facilmente quell’ostacolo.
Giusto o sbagliato andavo avanti e stavo meglio, quando non ce la facevo più a volte svuotavo la testa dalle domande invece di ostinarmi a volerla riempire con le risposte.

A volte se pensi all’universo intero ti rendi conto di quanto piccolo sei e diventano più piccoli anche i tuoi problemi, forse, o semplicemente ti rendi conto che alla fine passerà.
Farai come hai sempre fatto, ti sei lasciata alle spalle l’ostacolo precedente e quello prima ancora, in un modo o nell altro, e così sarà per quello che hai di fronte e per il successivo.

A tal proposito, una persona speciale ha condiviso con me la seguente citazione di Jodoworsky:

“decisi di lasciarmi andare alla corrente, di non fare la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che m’era successo finora era bastato a distruggermi; nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto. Il mondo era intatto.
Domani poteva anche esserci la rivoluzione, l’epidemia, il terremoto; domani poteva non restare viva un’anima a cui volgersi per compassione, per aiuto, per fede. A me sembrava che la grande calamità già si fosse manifestata, che io non potevo esser più veramente solo che in quel preciso momento. Decisi che non mi sarei attaccato a nulla, che non avrei atteso nulla, che d’ora in poi avrei vissuto come un animale, una bestia da preda, un pirata, un predone.”

Riassume bene lo stato d’animo che ho cercato di descrivere.
Ti eclissi, oscurando la tua carcassa per proteggerla, per proteggere quel che ancora è restato intero.

“Nascondo quel che è rimasto di me stesso
Ma ora il tempo sta scadendo e sono ancora in questo posto”


Non so perchè ho sempre pensato a questa interpretazione, il bello di certi testi è proprio questo, ti si modellano addosso, ti entrano nell’anima e non puoi più farne a meno.
Pensando al tempo e alla sua fine, se di fine si può parlare, nascondi quello che ti è rimasto attaccato di buono dopo l’ultimo scontro con la vita, seppellisci quella parte di te per non rischiare di perderla del tutto ma la linea è sottile e così facendo rischi di rinunciare a questo luogo e a questo tempo.
Potresti pagare un prezzo molto più alto di quanto quella parte di te vorrebbe, la tua anima che si arrende e ormai sepolta, non è più in grado di protestare.

Per Kaos il seguente passaggio è forse una provocazione verso Dio?
Verso la promessa di un paradiso dove il dolore non esiste nonostante il peso di essere giudicati tutti colpevoli dalla nascita, macchiati dal peccato originale.

“Il resto è sentenza che mi ha visto già colpevole
Insisto su un punto debole: sto Dio c’ha troppe regole”

Ci si potrebbe domandare come può la semplicità dell’essere, dell’uno nel tutto, sottostare alla complessità imposta dalla religione che appare sempre più umanizzata, sempre più subordinata al pensiero dell’uomo con tutti i suoi difetti, sempre più lontana da quello che dovrebbe rappresentare, specchio della vera essenza di Dio.

Segue una delle considerazioni più comuni, una delle classiche domande che non è possibile evitare nel disquisire sull’esistenza di un Dio: perchè mai avrebbe creato il male?
Credo sia capitato a tutti di chiederselo almeno una volta nella vita e anche il passo successivo viene abbastanza naturale, il rendersi conto di non desiderare il perdono di nessuno perchè la colpa che ci è stata tramandata, l’affronto commesso dai progenitori dell’umanità, non sembra nemmeno lontanamente paragonabile alla cattiveria e all’ingiustizia che caratterizzano il nostro mondo terreno, considerato appunto un inferno fin troppo reale e tangibile.

^^^Nulla si crea nulla si distrugge

Con paradiso artificiale potrebbe far riferimento sia alla ricerca di un benessere riprodotto e sintetico, sia alla messa in discussione della sua vera esistenza, tornando al discorso delle imposizioni religiose e all’attribuzione antropomorfa che ne deriva.

Un’altro passaggio che risulta immediato è il constatare quanto tutto appaia capovolto e privo di ogni logica mentre si cerca di comprendere la sua legge che di nuovo, non fa pensare a un qualcosa di sacro e divino, ma si mostra più funzionale all’egoismo della nostra civiltà e alla sua viscerale necessità di dominio.

Kaos conclude la prima strofa sottolineando una contraddizione che può passare inosservata, nel Padre Nostro si recita: “non indurci in tentazione ma liberaci dal male” anche se da sempre ci viene insegnato che a tentarci è invece il maligno.
Un’altro dubbio che sorge spontaneo riguarda proprio la traduzione dal greco di quel verso, che è stata oggetto di controversia.
Alcuni ritengono sia esatta l’originale, tradotta letteralmente con il verbo “indurre” mentre per altri andrebbe sostituita con la più morbida e probabilmente politicamente corretta: “non abbandonarci nella tentazione”.
Sarà che si adatta sicuramente meglio alla narrazione della nostra cara Diocesi?
Perchè mettere in dubbio la correttezza della traduzione proprio quando iniziano a sollevarsi le obiezioni che fanno emergere le incongruenze con alcune parti della versione cattolica ufficiale? Uno spunto per approfondire.

Arriviamo così a riflettere sulla differenza tra due elementi che potrebbero essere considerati una cosa sola ma sembrano sempre più distanti l’uno dall’altro.
Da una parte la Chiesa come istituzione con tutti i coinvolgimenti che ne derivano, dall’ancestrale bisogno di controllo al più moderno e capitalistico interesse economico, la Chiesa strettamente legata all’uomo e di conseguenza inscindibile dalla sua innata corruttibilità.
Dall’altra parte la sacralità della religione.
Possono apparire come linee parallele che osservate da una particolare prospettiva sembrano sovrapporsi ma in realtà non si incontrano mai veramente.

Il ritornello parte con le parole che si pronunciano mentre si fa il segno della croce e racchiude nella frase successiva tutte le perplessità esposte nella canzone, Kaos fa riferimento ad un equivoco e si domanda quanto di veramente sacro ci sia in questo credo, che si trova in una situazione sempre più precaria.
Siamo immersi nelle tentazioni con dei comandamenti da osservare, siamo istigati a peccare, minacciati dalle fiamme e allo stesso tempo ricattati con la promessa della vita eterna.

Si apre la seconda strofa riproponendo un verso sul peccato originale e introducendo il libero arbitrio che non può di certo essere esercitato dal bambino nel momento del suo battesimo.
Allo stesso modo, non è stato interpellato nessuno, non è servito alcun secondo parere quando è stato creato l’inferno appositamente per punire chi disobbediva, nonostante Dio venga dipinto come misericordioso e disposto a perdonare tutto e tutti, un’altra contraddizione che fa notare Kaos in modo implicito stavolta, solo accostando all’amore infinito la creazione degli inferi.

Nel verso successivo quel “Dov’era?” potrebbe riferirsi di nuovo al concetto di libero arbitrio ma potrebbe anche essere rivolto direttamente a Dio, che nei momenti difficili viene invocato spesso e in mancanza di un segno ci si rassegna alla perdita della fede, alla scomparsa di ogni speranza.

Citando De Andrè:

“Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano
con un coltello piantato nel fianco, gridai la mia pena e il suo nome.
Ma forse era stanco forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano.”

Spesso quando si soffre a causa dei comportamenti “umani” ci si interroga sulla fede, il pensiero vola verso l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, la domanda sorge quindi spontanea, se davvero siamo le sue copie alberga anche in lui, come in noi, la parte oscura che è artefice o che permette le più ignobili atrocità?
Su questa linea arriviamo ad analizzare la figura di Lucifero che viene presentata dalla Chiesa come oltraggiosa e sbagliata.

Premetto, non è mia intenzione urtare la sensibilità di nessuno, non ho risposte in tasca e quello che sto per scrivere ha per me una connotazione esclusivamente simbolica e figurativa.
Cercando di mettere da parte ogni preconcetto, senza soffermarci a speculare sulle varie teorie riguardanti le differenze tra Satana e l’angelo caduto, prendendo in esame solo ed esclusivamente i “fatti” che la Bibbia ci narra e l’interpretazione del Cristianesimo, si potrebbe in effetti considerare il “portatore di luce”, appunto, come quello che appare: un semplice rivoluzionario, un dissidente che si è ribellato ed è stato esiliato.
Che abbia cercato di aprire gli occhi dell’uomo sull’illusione nella quale viveva la sua esistenza?
Tentandolo con quel frutto proibito, con l’albero della conoscenza?
Anche se può far inorridire perchè inverte ogni prospettiva, viene quasi spontaneo azzardare un paragone tra il regno dei cieli e il nostro sistema attuale, che mette al rogo chi dissente e chi è in cerca di verità.

Non poteva mancare una forte critica alla Chiesa.
Nonostante le belle parole scritte sul breviario a proposito degli emarginati credo che nemmeno il più convinto credente possa negare la presenza di questa forbice “invisibile” che sta dividendo i pochissimi ricchi dai moltissimi poveri.
Innegabili anche i rapporti con lo Stato e il sangue che è stato versato negli anni tra crociate e terribili delitti isolati, come non si può negare la sconfinata ricchezza in ballo.

Una sera, gironzolando a Roma, misi qualche moneta nel cappello di un senzatetto, uno che in strada ci viveva davvero, non uno di quelli con le scarpe in ordine.
Il mattino dopo mi ritrovai malauguratamente incastrata nei musei del Vaticano, in un soleggiato giorno di primavera, quando in realtà avrei voluto essere altrove, a Parco Savello magari…se non direttamente verso Roma Sud, al Villaggio Globale magari.
Ripensai alle scarpe di quell’uomo e l’infinita quantità di oro sparsa in ogni angolo mi parve indecente e mi fece venire la nausea, circondata da tutta quella opprimente magnificenza e da quello sfarzo asfissiante…quasi mi mancò l’aria.
Sono passati 15 anni e ancora ricordo, come fosse ieri, quel fastidio che grattava dall’interno e quella pressione che percepivo dall’esterno.
Iniziai quindi ad allungare il passo verso la porta con la freccia che indicava l’uscita, ma per ogni salone attraversato, dopo ogni fottuto corridoio, ecco una nuova fottuta porta con attaccata una nuova fottuta freccia.
Questa cosa amplificò le mie brutte sensazioni e alla fine mi spazientii, iniziai a correre.
Ve le immaginate le espressioni sui volti dei turisti?
Finalmente fuori, presi una boccata d’aria e sgattaiolai nel primo barettino che incontrai per farmi una birra, che in quel momento fu necessaria, come l’ossigeno.
Mi resi conto di quanto poco avessi in comune con realtà di quel tipo e di quanto sentissi il bisogno di allontanarmi.
Come Kaos, preferii la scomunica.
Aneddoto finito, possiamo andare avanti.

Quando fa riferimento al “disegno più grande” credo voglia andare oltre i recinti che la religione alza, per avvicinarsi alla vera essenza, per tentare di capire davvero chi siamo e perchè siamo qui.
I quesiti si moltiplicano perchè più ci si sforza di comprendere ma soprattutto più si crede di capire, maggiori saranno gli interrogativi.
Il sangue sulla lapide che si espande può rappresentare proprio l’efferratezza dei peccati della Chiesa ma essendo collocato appena dopo le domande che aumentano inesorabilmente con la consapevolezza, può allo stesso tempo essere paragonato alla sete di conoscenza che accomuna chi è in fase di ricerca da una vita.

“Penitenziatige” è l’abbreviazione in volgare di questa frase latina: «Poenitentiam agite, appropinquavit enim regnum caelorum», significa «Fate penitenza, ché il regno dei cieli è vicino» e considerati gli spargimenti di sangue sopracitati, non ha bisogno di alcun commento.

La terza strofa parte con un ultimatum che Kaos sembra dare a se stesso, rompere definitivamente e allontanarsi quindi per sempre dal mondo religioso o decidere di restarci incarnando le sue contraddizioni.
Ci mette un millesimo di secondo a scegliere, dopo tanto implorare e chissà quanti tentativi, dice basta, vivere una vita col collare per un’evanescente promessa di pace, anche se tra sicurezze ed agi, non è facilmente accettabile e sopportabile da tutti, inoltre è arrivato a pensare che ci sia davvero poco di “concreto” in quanto professa la religione, vista più come un’antica forma di controllo collaudata nei secoli, che come la vera espressione del divino.

Torniamo alla ricerca della verità che può sopraffare e consumare se non viene vissuta e gestita con lo spirito adatto a decifrare e a metabolizzare la crescita, se non si è disposti ogni tanto a lasciar andare, a volte ad accettare di tornarci quando sarà il momento e soprattutto ad avere la mente tanto aperta da riuscire a mettere continuamente in discussione se stessi e tutte le proprie certezze, per superare quindi ogni condizionamento, interno od esterno che sia.

Da sempre l’uomo detta legge provando a far passare le sue “verità” come assolute, tentando di nascondere quelle meno funzionali alla sua visione del mondo o peggio, ai suoi interessi, cercando di sopprimere tutte le alternative scomode.
Può essere dovuto ad un subdolo meccanismo mentale che ci spinge a voler avere conferma della nostra lettura?
A volerla rinforzare attraverso l’imposizione?

“In girum imus nocte et consumimur igni” è una frase latina palindroma, che da destra come da sinistra significa “Giriamo in tondo nel buio e siamo divorati dal fuoco”.

Lascio all’ultimo verso libera interpretazione anche perchè la mia si deduce facilmente dai paragrafi sopra e credo di essermi già dilungata troppo come al solito. 

“In girum imus nocte et consumimur igni”

~Lely~

Artificial Kid – Il Sistema

Artificial Kid – Il Sistema

Ai concerti le voci si sovrappongono, si uniscono, diventano una cosa sola.
A volte ho il timore di dimenticare, ma quando ancoro un ricordo come quello fissato nello scatto qui sopra, ricordo anche l’intensità di certi attimi, è indelebile.

“Il mio grido di allarme verso un mondo sordo che non si accorge più di nulla e che sta sempre più perdendo la sua umanità. Ecco, penso che il concetto intorno al quale ruota tutto il disco sia proprio il significato di “essere umano”.


Con queste parole Danno (Simone Eleuteri) dei Colle Der Fomento, considerati uno dei migliori gruppi underground in Italia, racchiude il messaggio principale insito in “Numero 47”, l’album dal quale è tratto il pezzo che analizzeremo, prodotto dagli Artificial Kid (Danno alla voce, StabbyoBoy alle produzioni musicali, DJ Craim agli scratch e Champa alla grafica) uniti proprio da questo unico progetto sperimentale di cyberpunkrap.

CRAIM: “Credo sia il modo migliore per rappresentare quello che ci sta succedendo intorno. Il problema è che la realtà è peggiore della fantasia.”

Qui l’intervista. Ricordo di aver sorriso dall’inizio alla fine mentre leggevo gli aneddoti e i dietro le quinte della produzione.

STABBYOBOY: In questo periodo sono stressato, sono in fase di recupero psicofisico per 543584384 motivi diversi ma riesco comunque a mettermi sulle mie macchine con l’intento di fare sempre qualcosa. Sto producendo alcuni beat per alcuni soggetti poco raccomandabili della scena romana, DEVO chiudere il disco con Fabiana Fondi per il progetto Liquid Minds e devo trovare un lavoro.

Trascrivo questo virgolettato perchè lo trovo molto significativo e credo mi possa aiutare a trasmettere, a tentare di far comprendere davvero il seguente concetto: il genere è nato dalla strada e alla strada dovrebbe appartenere.
Gli artisti non dovrebbero sentirsi superiori, non dovrebbero essere venerati e strapagati, sono esattamente come noi e come chiunque altro, danno voce alle nostre voci, semplicemente.
Parlano con l’arte dell’anima. Con la verità del loro sentire.

Questo, per me, è il vero underground. E in questo caso è pienamente rappresentato.


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Testo Completo

Non c’è spazio per i dissidenti nel sistema che è andato instaurandosi, l’omologazione è diventata la chiave di volta che permette la continuità dell’ordinamento vigente e il suo definitivo successo. L’ideale sarebbe saltare definitivamente tutto il processo di transizione, trasformandolo nel più efficace e duraturo indottrinamento, è quello che sta succedendo con la scuola?
Resa obbligatoria sempre più precocemente, parliamo della Francia dove anche l’homeschooling è sotto attacco.

Immagine da Creative Commons

Le parole del presidente Macron riassumono bene questa visione:

“…la scuola in uno Stato ha il compito di formare un determinato tipo di cittadino con canoni delineati e precettivi.”

In base alla realtà nella quale siamo immersi questa frase può essere percepita in mille modi differenti, come tutto del resto.
Non è così strano che, partendo da certi presupposti, alla luce di svariati avvenimenti e considerando la piega assunta dalla società odierna, si possa facilmente ancorare quella nostra particolare percezione al pensiero di Danno che immaginando un futuro non troppo lontano, lastricato da “metallo e plastica” fa sorgere il ragionevole dubbio, se non addirittura la lecita preoccupazione, che possa essere scopo recondito della scuola, intesa come parte integrante del sistema, quello di masticare e risputare fuori i nostri figli coi circuiti fusi e gli occhi già chiusi.
Talmente spaesati da non essere più in grado di orientarsi, da non riuscire più a vedere, a riconosce la propria identità, a distinguere le proprie idee da quelle imposte alla collettività.
Talmente confusi da non essere più in grado di identificarsi fermamente in se stessi, ritrovandosi catapultati in un mondo sempre più artificiale e fittizio.
Siamo così lontani dallo scenario distopico che immaginó Danno?

Il controllo di corpo e mente fin dall’incubazione, la volontà e il vantaggio nel mantenere la popolazione in una sorta di limbo glaciale dal quale risulta difficile uscire.
Le sinapsi rallentano, reagire diventa arduo se calcoliamo la pressione esercitata dalle continue e subdole minacce volte ad imporre un’unica strada percorribile, appositamente tracciata per inseguire acriticamente il progresso fine a se stesso.
Una strada ben delineata, da alti muri laterali, per non rischiare che qualcuno finisca fuori tracciato aprendo un varco nell’inesplorato e dimostrando che è possibile percorrere sentieri diversi da quelli già battutti, potrebbero esserci dei rischi e chi sceglie di assumersi la responsailità di tali incognite è semplicemente giudicato pazzo, un folle che necessita di essere protetto da se stesso, deve essere ordinatamente riportato sulla retta e prestabilita via.
Forse troveremo qualche cartello qua e là che potrebbe darci l’illusione di avere diritto alla libera scelta ma cammineremo sempre in sicurezza verso la medesima meta.
Non abbiamo più la possibilità di decidere cosa sia meglio per noi, nè possiamo concederci il lusso di sbagliare da soli.

“Il sistema è industria, azienda, informazione” è sufficientemente chiara ma merita di essere sottolineata nella sua semplicità.
Segue una forte critica all’automazione e alla meccanizzazione industriale che vengono riproposte e si riproducono invadendo anche altri ambiti della vita, contesti che non dovrebbero essere sfiorati da questo genere di dinamiche, che non dovrebbero essere privati di quell’umanità e di quelle emozioni che li rendono speciali, pur mantenendo le caratteristiche “imperfezioni” che contraddistinguono i sentimenti, e forse proprio per questo, scongiurano possibili derive.

Come per l’evoluzione, ritorna il concetto del sistema fine a se stesso, che per continuare a esistere e a perpetuarsi ha bisogno di elementi adatti a sostenerne il paradigma.
Con questa consapevolezza mette in pratica tutto ciò che facilita la sua realizzazione e indirizza le necessità a lui funzionali.
Getta le basi per la nascità di un nuovo tipo di uomo, generazioni che da subito vivranno al suo servizio.

“Un grande cuore freddo di titanio sotto una membrana umida”
Ed ecco tutta la passione di Danno per il cyber racchiusa in una sola riga, questo mi rimanda col pensiero a parecchi giochi di parole che ho amato e ancora rimango attonita di fronte all’abilità di esprimere, ma soprattutto di far arrivare dall’altra parte, dritto al punto, un concetto, una sensazione, un pezzo di anima.

Ammiro quella capacità di sintesi e riuscirci con una sola rima è qualcosa di estremamente bello e inspiegabilmente intenso.
Continuiamo con un trucchetto che può essere riscontrato in svariati campi, a partire dalla tecnologia.
Il piacere che si riceve da una notifica si trasforma facilmente in dipendenza se non si utilizzano correttamente i dispositivi di cui si dispone e se non si è sufficientemente cauti.
Questo meccanismo va sicuramente a favore di chi lo utilizza e l’obbedienza, consapevole o meno, potrebbe essere considerata come un’ottima moneta di scambio.

Ogni voce fuori dal coro infastidisce e a volte è ritenuta potenzialmente pericolosa, da eliminare o strumentalizzare in base alle situazioni, questo è un passaggio essenziale per evitare che il castello di carta fatto di scientismo e congetture, tenuto in piedi nonostante le sconsiderate e folli corse verso il nulla, crolli sotto lo sguardo critico e autonomamente pensante di quei coraggiosi occhi pronti a mettere in discussione ogni loro apparente certezza con l’umiltà che serve ad ammettere quanto siano stati precipitosi nel venerare qualcosa di decisamente discutibile, quanto siano stati presuntuosi nel sentenziare su tutto ciò che credevano di sapere arrivando infine ad essere pronti a riconoscere quanto poco in realtà sappiano davvero.

Questi freddi calcolatori ai quali è stato sottratto il buon senso necessiterebbero di un forte scossone, per recuperare l’umanità che va dissolvendosi nel calcolo delle probabilità, tentando di scovare l’ultimo dissidente rimasto in piedi nel suo disperato tentativo, quello di passare tra le maglie sempre più strette del sistema.
Probabilmente Danno ci aveva visto lungo perchè il suo ultimo verso non potrebbe essere più attuale. 

“In questa caccia all’uomo su scala globale
Questo è l’ultimo passo, questo è l’atto finale”

~Lely~

Mezzosangue – Esistenzialismo

Mezzosangue – Esistenzialismo

Nato a Roma il 23 gennaio 1991. Fin da bambino prende lezioni di musica, imparando anche a suonare pianoforte e chitarra. Si avvicina all’hip hop verso i 12-13 anni, grazie alle canzoni di Kaos e forse, anche grazie a questo, cresce a testa alta, forte nei valori.
A 17 anni, in seguito a problemi finanziari della famiglia, va via di casa, mantenendosi da solo.
Si è presentato sulla scena rap italiana con un video su YouTube, indossava un passamontagna, divenuto poi il suo simbolo di riconoscimento.
Gli fu assegnato da Esa il premio della Critica visti i consensi raggiunti.
Il suo primo lavoro è Musica Cicatrene Mixtape.

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Testo completo

Mezzosangue apre la strofa con l’impianto che fa vibrare i cuori e fischiare i timpani, parte carico sulla traccia pensando a quanto è facile perdere di vista certe facce, le lasci andare, le dimentichi ed è come se non avessero mai incontrato il tuo sguardo, come se non fossero mai esistite.
Ci sono altri visi che invece si marchiano indelebili nei tuoi ricordi e anche se li perdi non te li scordi mai.
Questo passaggio può essere più plausibilmente interpretato con un’accezione positiva, se ci riferiamo alle persone che hanno significato molto per noi, quelle che ci hanno lasciato qualcosa di talmente grande che sarebbe tragico scordarne i lineamenti, lasciar dissolvere il ricordo di quei veri rapporti, mentre anche l’ultimo dettaglio va ad estinguersi.
Negativamente parlando si potrebbe riferire anche a quei volti che ti perseguitano mentre pensi che daresti qualsiasi cosa per poter dimenticare. 
Potrebbe rientrare in questa categoria la gente che crede di sapere tutto di te, sempre in prima linea a giudicare e sempre pronta a dispensare consigli che lei stessa evita di seguire.

Troviamo un bel riferimento alla vita, paragonata all’avventura di Ulisse verso la sua lontana Itaca.
Trovare un solido appiglio sarà di vitale importanza per affrontare e superare i momenti più burrascosi del nostro viaggio.
Ci serviranno valori ben consolidati e radici profonde per non essere trascinati via dalla corrente, non sarà sufficiente la superficialità di una zattera, anche se leggeri, non saranno i pensieri frivoli a tenerci a galla.
Potremmo vivere situazioni difficili, momenti che potrebbero minacciare la nostra quiete e il nostro equilibrio, forse pagheremo per qualcosa che abbiamo fatto in passato?
Salderemo il conto della persona che ci siamo lasciati alle spalle? Il karma di chi eravamo.
Chi può dirlo con certezza?

In alcuni momenti, come questo, per Mezzo e per tutti quelli che si rispecchiano nelle sue parole, l’unica figura autorizzata a sentenziare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è il barman che si ha di fronte, del quale vediamo solo il busto sfuocato svettare sopra al bancone lucido.
L’unico alchimista che miscelando ad arte, in maniera sublime, è in grado di fermare per un po’ quel trambusto che non ci abbandona mai.
Dopo svariati giri, per qualche ora è pace. Hakuna Matata.

Appena il tempo di iniziare a godersi la tranquillità con gli unici due amici che siamo certi non ci abbandonerebbero mai, entrambi Jack.

Uno che fa compagnia al ghiaccio nel bicchiere e rende il mondo ovattato, l’altro alla fine delle cuffie è intento a regalare note di conforto, come lui solo sa fare.

Il tutto prima che la dura realtà irrompa di nuovo rumorosa e prepotente come una raffica di vento gelido a ricordarci che non abbiamo ancora fatto rientro al porto.
Non ancora.

I versi di Mezzosangue non sono solo poesia, emozione ed empatia, sono la sua stessa vita, sono i suoi sacrifici che si riversano dentro al foglio vuoto, colmandolo.

L’interludio diviso in due parti è l’estratto di Waking Life proposto stamattina per la nostra settimana tematica!
Per l’occasione riproponiamo e rivisitiamo una delle riflessioni del nostro Mer Curio.
Quando è stata l’ultima volta che ci siamo alzati allegri, con la voglia di uscire di casa?
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo sorriso così, senza alcun motivo apparente?
Quando è stata l’ultima volta che siamo rientrati tardi, sotto quella pioggerella leggera?
E nel pieno di un diluvio mentre i fulmini sembravano crepare il cielo?
Quando è stata l’ultima volta che siamo stati svegli a cantare fino al mattino dimenticando l’ora, il lavoro e l’affitto?
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo vissuto con ardente passione?
Assumendoci la responsabilità di quello che siamo davvero.
Accogliendo e accettando il rischio inscindibile da alcune delle azioni essenziali intraprese per raggiungere ciò che vogliamo davvero.
Arrivando fino in fondo, tagliando i traguardi che ci siamo prefissati ed essendo pienamente soddisfatti del risultato.

L’esistenzialismo come spinta alla crescita personale e alla comprensione strettamente individuale del vivere potrebbe essere molto più concreto di quanto immaginiamo, tutt’altro che inutile e totalmente opposto al senso di disperazione a cui invece viene associato.
Spesso ci si può sentire come gocce in un’infinita distesa d’acqua e lo sconforto nel constatare quanta poca influenza esercitiamo come singoli individui può prendere il sopravvento.

Il monologo proposto fa riflettere e dona speranza.
L’apparente inutilità legata al peso delle nostre decisioni personali crea precedenti ed esempi che, soprattutto se presi singolarmente e isolati, per quanto piccoli e insignificanti possano sembrare, finiscono per essere fatti di osmio, il metallo con la maggior massa per unità di volume e con questa densità le nostre scelte pesano molto più di quanto siamo disposti a credere.

Questo fa la differenza.
Noi possiamo fare la differenza.
Se solo la smettessimo di sentirci “vittime di una concomitanza di forze”.

Se solo la smettessimo di credere che siano gli eventi a decidere per noi.
Se solo la smettessimo di nasconderci dietro al “tanto non cambia niente”.
Perchè sempre e solo noi abbiamo l’ultima parola su chi decidiamo di essere.

La seconda strofa si apre sottolineando la tendenza all’insoddisfazione denunciata nell’interludio e facendo riferimento alla dannosità di certi comportamenti umani, parla di autodistruzione.

“Non basta dirlo per sfatarlo” non è sufficiente essere informati sui fatti, imparare a livello nozionistico, pensare di sapere o avere la presunzione di conoscere.
Si rischia comunque di superare il limite. Potrebbe anche voler mettere l’accento sull’importanza dell’esperienza diretta e sulla necessità di interiorizzare i concetti per raggiungere la piena consapevolezza.

Perdi tutto, prendi tutto fino all’overdose
Mezzo sembra riconoscere quanto le sue rime possano risultare impegnative e a tratti gravose perchè spesso tocca argomenti seri o tristi, sembra riconoscere che le sue parole possano essere definite pungenti perchè spesso si occupa di tematiche scomode e infine si identifica in Keyser Söze, forse sentendosi sempre giudicato colpevole come il personaggio del film “I soliti sospetti”.
Quando il livello di sopportazione è al limite accade spesso di essere travolti dalla voglia di scappare, di andarsene semplicemente via.

Probabilmente sarebbe più facile dire addio se solo servisse a risolvere i problemi e a volte condivido la sua esasperazione, a volte le persone provano a capirci, a volte siamo noi a fare il primo passo tentando di spiegare, con l’intenzione di lasciare un pezzetto di noi stessi agli altri quando in realtà siamo i primi a non comprenderci, ad avere nell’anima dei punti ciechi vasti come oceani inesplorati. Segue qualche verso incazzato con Dio o si tratta solo di un intercalare?
Può essere la presa di coscienza di una resa, accettare di non avere più le forze per credere ancora che a qualcuno importi dei tuoi pensieri e lasciare andare tutto, perdendo ogni contatto.
Può essere uno sfogo per non essersi mai sentito ascoltato, per non aver ancora ricevuto le risposte alle sue domande.

“Ti ho chiesto chi è che vince se vinco contro me stesso” può denotare il suo conflitto interiore, il bisogno di comprensione, la voglia di migliorarsi sempre.
In definitiva non ha molta importanza sapere con chi ce l’abbia di preciso, a chi si riferisca, visto che chiunque sia l’interessato, è sparito nel nulla, lasciandolo solo, come hanno fatto tutti in questo mondo spietato.

Lascio libera interpretazione all’ultima sua rima, un po’ perchè la trovo eloquente, un po’ perchè mi piace molto l’idea di concludere lasciando aleggiare nell’aria i suoi versi.

~Lely~

XVI Religion – El Condor

XVI Religion – El Condor

I XVI Religion (in precedenza 16 Barre) sono un gruppo rap underground.
Lunardi Stefano (John Princekin, mc-producer), Di Benedetto Andrea (Benni,mc) e Brazzorotto Luca (Jack Burton, beat maker).
Il gruppo è legato a radici fondamentalmente rap ma non è fermo ad un genere, spazia in tutti gli orizzonti musicali, fino a collaborare con gruppi electro, rock, sperimentali.
I testi, graffiati sulla base, sono legati alle tematiche del nuovo ordine mondiale, dell’apertura mentale e del controllo da parte di entità superiori. Testi visionari che accomunano le tematiche della società moderna a mondi paralleli di inganni e mostri nascosti nell’ombra.


“Cantiamo le gesta di umani..umani coscienti nell’incubo indotto.”


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Testo Completo

L’intro è di Maelle, che apre il pezzo con la sua splendida voce, condividendo un’inquietudine che contraddistingue chi non si accontenta, chi non si rassegna al semplice trascinarsi, in questo particolare contesto può rappresentare chi desidera ardentemente dare significato ai propri passi nell’esistenza, ciò è maggiormente significativo se parliamo di un periodo di transizione e cambiamento, caratterizzato dal dubbio e dall’incertezza, come quello che stiamo attraverando ora.

Dal volume delle casse
The Random Vibez image

La prima strofa è di Benni, che parte con il filo conduttore della nostra settimana tematica, ringraziando il sogno perchè consapevole della sua importanza.
Troviamo qui un’altro elemento che potrebbe andare a ridefinire il profilo tracciato poco più su, un’altro punto che accomuna chi non sa ancora con precisione dove andrà e cosa farà domani.
Il sogno. Perchè è necessario?
Perchè ci dona la speranza, la voglia, la forza e la caparbietà che servono per creare il mondo in cui scegliamo di esistere. Attori anzichè comparse. Vivere anzichè sopravvivere. 

“Tu abbi fede in noi, stringi questa mano più forte che puoi”

Avere fede significa credere in qualcosa e forse, in un’epoca tanto materialista quale la nostra, stringere la mano ad un sognatore potrebbe davvero essere ciò di cui abbiamo bisogno, potrebbe essere difficile da spezzare una catena di mani strette con la forza che deriva da teste ostinate a voler guardare sempre oltre le nubi.
Una volta uniti potremmo andarcene via, via da tutto quello che riteniamo sbagliato, via da tutto quello che ci fa soffrire, via e basta.
“Obbligheremo le stelle a danzare per noi”, spingeremo l’universo a intonare quella melodia che ci fa vibrare all’unisono.
“Anche se il cosmo ci rifiuta l’odio ci cattura e il vuoto fa paura”, non importa se questo mondo non è più adatto a noi, forse non lo è mai stato, non importa se l’odio a volte prende il sopravvento e non importa se il futuro ci spaventa.
Abbiamo l’ardore del fuoco dalla nostra parte, che cauterizza le nostre ferite e può fornirci tutta l’energia necessaria per resistere.
Continua la strofa, descrivendo queste righe per quello che sono, i dialoghi interiori di semplici sognatori, lontani anni luce da alcune delle dinamiche legate alla scena. Niente a che vedere con la fama, con i soldi, con superficialità e apparenza.
Tutto un altro modo di porsi.
Lontano dai riflettori, appunto.

Un modo per sentirsi vivi e non rischiare di sprecare il proprio tempo, così prezioso, rubandolo irrimediabilmente a tutti quegli attimi che ci fanno sorridere e che vorremmo poter ricordare vicini e sentire vividi nei nostri cuori.
A questo punto Benni sembra sfogare la sua rabbia per non esserersi mai sentito compreso e capito da chi ritiene già morto, succube di questa realtà deviata e orribile.
Non è difficile rispecchiarsi nei suoi versi, dare più importanza all’emozione che può racchiudere un semplice profumo, sentirsi legati all’universo in maniera più profonda e rendersi conto di non aver mai rimpianto un gesto d’amore.
Conclude con quello che sembra avere tutta l’aria di un conflitto interiore, vista la semiautomatica sotto il mento, i demoni nella sua testa che si risvegliano quando è il corpo a riposare rappresentano la parte oscura di ognuno di noi?

Nel ritornello torna Maelle con i dubbi sul futuro, non sappiamo nè cosa faremo, nè dove andremo, ma una cosa è certa, sappiamo da dove siamo partiti, dal volume delle casse.

John Princekin apre la seconda strofa concretizzando il concetto uscito dall’analisi sull’importanza del sogno in questa realtà sempre più legata al mondo materiale.
Il viaggio astrale come mezzo per arrivare a comprendere davvero il significato che si cela dietro a queste barre.

L’inutilità che si riscontra nel tentativo di colpire qualcosa di immateriale restando con i piedi saldamente piantati al suolo.
La ricerca dei nostri stessi valori negli occhi degli altri, la volontà di evitare le persone tossiche, quelle che non ci comprendono, quelle già morte, quelle che fingono, indossando “occhi felici”.

L’essere vivi, al contrario, colma gli occhi di lacrime e non di rado.
Nonostante l’annebbiamento della vista risulta facile notare le pesanti catene fatte di egoismo, competizione e interessi strette attorno alle caviglie di questi esseri definiti da Princekin non umani, di conseguenza non degni, da non considerare nemmeno insomma.
Questo tipo di distacco è un atteggiamento necessario, da mettere in pratica senza alcun dispiacere.

“Io non tradisco con il lapis. Faccio rap che è una religione che si prega sempre gratis”
Un piccolo elogio ai veri valori del rap, tra i quali la lealtà e il disinteresse verso il mero guadagno.
Da buoni sognatori, doniamo e riceviamo speranza, con un auspicio, siamo tanti e se trovassimo il modo per unirci, potremmo tenere sotto scacco chi minaccia la nostra legittima libertà.

“Ogni nuova persona che s’avvicina è una lucina nel buio che avanza” perciò non calcoliamo chi non merita la nostra attenzione e affrontiamo tutto e tutti a testa alta, senza paura.


“Io sono nato dal nulla e non mi spaventa niente”
Siamo quello che siamo grazie a noi stessi, siamo arrivati qui da soli, dal basso e partendo da zero, per questo nulla ci dovrebbe spaventare, perchè continueremo così, come abbiamo sempre fatto.
Forse un’allusione al pensiero di Schopenhauer, al nulla dell’universo, quindi tutt’altra interpretazione?
Una cosa è certa, possono tentare di farci fuori, provarci di nuovo e provarci ancora…queste note basse faranno sempre vibrare i nostri cuori a tempo, con la musica, ricordandoci di restare umani, in ogni istante

~Lely~