Ricercando

Il vaccino della felicità

Il vaccino della felicità

PRESENTAZIONE DELL’AUTRICE

Mi chiamo Patrizia Pecollo, lavoro come medico omeopata libero professionista.
Scelgo di diventare medico nel 1977, affascinata dal modello del medico condotto di montagna, dove sono nata, che conosceva la storia delle persone e delle famiglie da generazioni.
Quando nel 1985 ho inizio a fare le sostituzioni ai colleghi medici di base mi accorgo di avere a mia disposizione pochissimo tempo da dedicare alla raccolta della storia di ciascun paziente; la sala d’attesa dell’ambulatorio rumoreggia di pazienti impazienti che attendono che firmi loro una prescrizione, una ricetta, come se io fossi la commessa di uno spaccio aziendale di farmaci ed esami.
Le storie dei pazienti sono molto simili tra loro, più o meno come la seguente: “Buongiorno dottoressa, soffro di mal di testa dall’età di 15 anni, ho preso tanti antidolorifici che mi è venuta la gastrite, così ho preso farmaci per la gastrite, saranno quelli o no, non lo so, dopo mi son venuti problemi di fegato, ho preso farmaci per il fegato che mi hanno fatto venire la pressione alta”.
-“E il mal di testa?”
-“Quello ce l’ho sempre! Prendo una medicina per il dolore e una per lo stomaco a ogni attacco, circa una, due volte alla settimana, e un’altra, anzi due, per la pressione alta tutti i giorni”.
Oltre a ciò mi rendo conto che spesso, pur con tutta la buona volontà, non possiedo strumenti per alleviare malesseri e sofferenze delle persone che si rivolgono a me.
Percepisco il disagio esistenziale e relazionale di ciascuno ma non possiedo
conoscenze sufficienti, né farmaci adeguati, né parole idonee, a lenirlo.
Così mi dedico allo studio di varie discipline alternative: fitoterapia, essenze, alimentazione, macrobiotica, ma alla fine mi rendo conto che il focus è sempre sull”oggetto paziente’ e nulla sul contorno, ambiente di vita e le relazioni. Finalmente nel 1988 incontro una medicina che cura la persona nel suo insieme, con pochi farmaci e privi di effetti collaterali, la medicina Omeopatica, terapia delle relazioni (da re-ligo: lego insieme), il cui focus sono le connessioni senza perdere di vista l’individuo.
Frequento la Fondazione Omeopatica Italiana di Napoli diretta dal dottor Nicola Del Giudice, Endocrinologo e Omeopata, fondata insieme al fratello Emilio Del Giudice, Fisico, presso la quale ottengo il Diploma Quinquennale di ‘Terapeuta Unico’ che significa ‘terapeuta che cura il paziente nella sua totalità psico-fisico- emozionale’ dando centralità alla dinamica relazionale grazie all’ascolto.
Contemporaneamente con l’omeopatia vado risolvendo i vari problemi di salute che mi affliggono fin dall’infanzia.
L’altro aspetto fondamentale che perseguo è la cooperazione: fra terapeuti che comunicano tra loro con lo stesso linguaggio, quello dell’omeopatia, e fra esseri umani appartenenti ad un’unica specie che può evolvere soltanto se unita da un sentimento di appartenenza, sia al suo interno, sia con la natura, sia con l’universo intero di cui fa parte.
Questo grazie all’ottica sistemica sviluppata della fisica applicata ai sistemi viventi che propone un modello di funzionamento dell’essere umano più profondo e globale rispetto alle varie discipline considerate singolarmente.
Dal ’93 inizio il lavoro a tempo pieno come libero professionista.
Posso definite il mio compito come quello dell’interprete simultaneo: traduco il linguaggio dei sintomi del corpo in linguaggio emotivo-relazionale (linguaggio antico e dimenticato), in modo che la persona diventi responsabile della cura di sé.
Ad esempio: davanti a una persona con problemi di stomaco, dalla difficoltà
digestiva, all’acidità, all’ulcera al cancro, ci si pone la domanda: che cosa
significano? Che cosa ci sta comunicando il corpo? Quale situazione non riesce a digerire il paziente? Da quanto tempo? Che cosa si può fare per migliorare la situazione?

Il rimedio omeopatico aiuta la persona a modulare i livelli emotivi per giungere ad una elaborazione del conflitto alla base del sintomo, migliorandolo, fino alla soluzione-guarigione.
Ma se il paziente dice: “Il medico sei tu e questo è il mio corpo, guariscilo tu che sei un esperto, io non me ne voglio occupare!” oppure “Voglio stare bene senza cambiare nulla, voglio tornare come prima” la relazione di cura non si instaura, la relazione è uno scambio a due.
Ma quando il paziente impara poco a poco a entrare in connessione con se stesso, a prendersi cura di sé sotto la mia guida, allora possono avvenire anche “miracoli” e l’evoluzione umana riprende la sua direzione.
Il medico si prende cura del paziente ma è il paziente che guarisce.

VIRUS, BATTERI, FUNGHI E PARASSITI

Il nostro organismo è composto più da batteri, virus, funghi e qualche
parassita passeggero, che cellule: 50 mila miliardi contro 30 mila miliardi.

o Se potessimo creare un ambiente totalmente asettico moriremmo in poco
tempo perché tra i batteri che popolano il nostro intestino, ad esempio,
alcuni sono fondamentali per la produzione della vitamina K che ha un’azione anticolagulante.
La superficie del corpo che ospita questi microrganismi si aggira sui 2
mq per la pelle che riveste l’esterno del corpo, e 32 mq per le mucose
che rivestono l’apparato digerente, senza considerare l’apparato
respiratorio, urinario e genitale, di cui non ho trovato la stima dell’estensione.
Come può dunque un batterio o un virus, al di fuori di quei 50 mila
miliardi (di saprofiti) che ospitiamo, essere letale?

Quando si manifesta un’epidemia di influenza, vediamo reazioni diverse
all’interno dei componenti della stessa famiglia: qualcuno non si ammala,
qualcuno si ammala in maniera leggera e guarisce in pochi giorni, qualcun altro si ammala in maniera più grave manifestando complicazioni di qualche tipo come bronchiti, sinusiti ecc., qualcuno muore. Come mai? Eppure l’agente patogeno, che sia un virus o un batterio è sempre lo stesso!
Quando ero bambina, se qualche compagno di scuola faceva una
malattia infantile come il morbillo, la rosolia, la varicella, gli orecchioni,
chi stava bene veniva portato a trovare il compagno ammalato affinché
si prendesse la malattia. Era un modo per immunizzarsi, ma nonostante
ciò, spesso accadeva che persino all’interno della stessa famiglia
qualcuno non si ammalasse. Ad esempio pur avendo contratto la parotite
da piccola l’ho ripetuta a 36 anni insieme alla mia figlia secondogenita,
subito seguita dalla terzogenita mentre la primogenita è rimasta indenne.
Siccome l’organismo vivente è un sistema complesso è necessario prendere in considerazione diversi fattori, tra i quali quello cosiddetto di terreno.

Iniziamo dalla piante: come mai alcune malattie delle piante in certe aree
risultano devastanti mentre in altre coesistono con esse?

“Questa problematica è dovuta alla localizzazione geografica della pianta e
del relativo parassita. Se entrambi sono autoctoni, cioè si sono evoluti sia l’uno che l’altro nella stessa zona geografica, normalmente si stabilisce un equilibrio tra organismi.
Esempi: un tormento dei nostri castagneti, a parte le altre note malattie
endemiche, è per esempio il Cinipide (insetto imenottero importato dalla
Cina), o il Punteruolo Rosso della palma (coleottero curculionide)
importato dall’Asia, ecc.” (Luigi Colosimo, dott. Agronomo, biodinamico)
o Per le piante dunque il concetto di terreno comprende: il livello chimico che consiste degli elementi nutritivi di terra, aria, acqua, temperatura e umidità; il livello elettromagnetico determinato dal campo magnetico
terrestre (rete di Hartman) combinato con le frequenze provenienti
dalla ionosfera (frequenze di Shumann), i raggi solari, la luce,
insieme ai dispositivi costruiti dall’uomo.
Anche per le piante, parassiti, virus, funghi e batteri rappresentano
la componente più direttamente o indirettamente visibile,
riconducibile a malattia.
Per gli esseri umani, chiamiamo questi fattori relazioni ( da re-ligo: lego tra) ovvero tutto ciò che connette che lega l’individuo all’ambiente esterno, da quello più vicino a lui, famiglia, parentela, amicizia, paese; fino a quello più
lontano, nazione, stato, periodo storico, cultura ecc; insieme all’ambiente
interno ovvero la connessione dell’individuo con il suo corpo e il suo mondo
interiore: emozioni, sentimenti, bisogni, aspettative, immaginazione, ecc.
L’essere umano poi ha la facoltà di interiorizzare l’ambiente esterno, di
memorizzarlo, di confrontarlo integrandolo o vivendolo in conflitto con
quello esterno, e portarlo sempre con sé.
Grazie alla sua capacità di elaborazione/digestione può in parte
modificare l’ambiente esterno, adattandolo alle sue esigenze; e in parte
modificare se stesso adattandosi all’ambiente.
In ogni caso l’ambiente di vita modella l’individuo, lascia dei solchi, dei
segni sia interiori sia visibili all’esterno; sia a livello di corporeità e gesti,
sia di mente, pensieri, convinzioni, credenze. L’ambiente esterno dà forma all’individuo, nel bambino piccolo come
onde emotivo/affettive, poi come parola che, con il tempo e la
ripetizione, diventa struttura (‘il logo si fece carne’) ovvero connessione,
sia tra le cellule, i neuroni, sia tra gli eventi, trasformandoli in significati
(legame tra evento- emozione – elaborazione – memoria). Ciò avviene sia
a livello corporeo sia a livello cerebrale. Il cervello in ogni caso è un5
elemento del corpo, che grazie alla sua superspecializzazione,
assume il ruolo di direttore d’orchestra.


Il direttore d’orchestra quindi fa parte dell’orchestra e ha il ruolo di creare unità tra gli strumentisti dando loro i segnali di attacco, di ritmo, di espressione. La sinfonia da eseguire verrà scelta nella cooperazione tra individuo (nella sua totalità) e ambiente, in base a quelle già esistenti. Perché sia eseguita con soddisfazione per tutti è necessario che ci sia accordo tra direttore e musicisti.
Ogni musicista impara la sua parte, poi ci saranno le prove a piccoli gruppi e infine l’esecuzione davanti al pubblico.
Può accadere che durante il concerto uno dei musicisti si distragga per
qualche motivo e perda il ritmo, oppure sbagli la nota, o ancora che
stoni. Il direttore continua a dirigere, gli altri orchestrali a suonare la loro
parte, mantenendo l’insieme, cosicché la stonatura viene assorbita e
passa inosservata, oppure, se essa è più forte o prolungata, può turbare
l’armonia per un momento creando con il disagio una sorta di ‘risveglio’.
Un richiamo all’attenzione di chi tra il pubblico si stava assopendo
cullato dalla melodia, oppure di chi tra i musicisti si stava annoiando per
la ripetizione del pezzo.
Spesso il disturbo della stonatura apre la possibilità di novità, di
creatività, di cambiamento nell’esecuzione della sinfonia.
Altre volte la turbolenza, soprattutto se è molto intensa o prolungata può
insinuarsi inducendo tutti a seguirla, a partire dal direttore d’orchestra
che modifica il ritmo. Anche in questo caso può essere una variazione
interessante che, opportunamente elaborata, può aprire la possibilità di
una nuova composizione musicale stimolando la creatività di tutti.
Altre volte invece il rumore è talmente intenso e disturbante da creare
prima confusione poi stravolgimento della melodia mentre il direttore
d’orchestra perde completamente il ritmo d’insieme.
Questa è una metafora del nostro sistema immunitario, che coincide con
l’identità individuale: il direttore d’orchestra è il cervello, i gruppi di strumenti sono gli apparati del nostro organismo, i musicisti gli organi, i rumori dell’ambiente sono gli eventi della vita.
Quando riusciamo a esprimere la nostra personale sinfonia, il che accade
per la maggior parte della vita, ci troviamo nello stato di salute; che è
una situazione sempre fluttuante, pulsante in maniera coerente pur se
continuamente mutevole, si adatta alle vicende della vita e degli
ambienti con piccole modifiche mantenendo la sincronia fra le parti,
come ballerini in un balletto.
Gli imprevisti possono essere stimolanti, risvegliare l’attenzione, riportarci
alla consapevolezza del qui e ora, rinforzando la coesione dell’insieme,
dell’identità individuale, dopo un breve momento di scompiglio.
Le turbolenze durevoli, così come i traumi, possono lasciare un segno
che stimola la creatività in vista di un adattamento che può rinforzare o
indebolire la coerenza dell’insieme, in questo abbiamo una possibilità di scelta consapevole, se siamo attenti ai segnali anche minimi che riceviamo dal corpo, il quale è sempre sincero.
Le turbolenze di breve durata sono le malattie acute, mentre quelle di
lunga durata sono quelle che la medicina ufficiale definisce croniche
cioè inguaribili, mentre le medicine energetiche, come omeopatia e
agopuntura, definiscono di terreno o costituzionali, nel senso che
entrano a fare parte dell’identità dell’individuo come storia personale.
Penso che i farmaci compresi i vaccini di qualunque tipo si inseriscano in
questo contesto come una turbolenza tra le tante.
Dopo aver letto diversi documenti sul nuovo vaccino a mRNA anti-
covid19, scritti e pubblicati sia da chi lo promuove sia da chi ne
sottolinea i pericoli, dopo aver analizzato il bugiardino inviato alle ASL,
dopo essermi confrontata con esperti che lavorano nel campo delle
biotecnologie, la conclusione che ho tratto non è diversa dalle premesse,
e cioè che questo nuovo farmaco rappresenta per il nostro organismo una
turbolenza tra le tante. Certamente uno stimolo nuovo, non ancora subìto
dall’organismo umano, non ancora osservato né sperimentato nel lungo
periodo e in un numero adeguato di volontari, in base a cui sia possibile
trarre conclusioni riguardo alla sua efficacia e sicurezza.
La reazione alla sostanza dipende come sempre dall’insieme della
situazione individuale nel momento in cui l’organismo riceve la
turbolenza-vaccino.
Le medicine energetiche: omeopatia, agopuntura, ionorisonanza,
reflessologia ecc. e tutte le terapie che hanno come scopo quello di
consolidare la coerenza individuale sono utili nell’affrontare le varie
turbolenze della vita.


CONSIDERAZIONI FINALI
Mi piacerebbe terminare questa breve disamina rassicurando voi e me con la prescrizione di una pillola magica, una formula riparatrice, una panacea per ogni male.
Ma non esiste, e, se esiste, non la possiedo.
Noi apparteniamo alla specie umana, la specie umana fa parte della vita e la vita è complessità.
La vita vuole esprimere se stessa in tutte le sue potenzialità e per farlo si adatta ai cambiamenti collettivi, qualsiasi essi siano, mantenendo le peculiarità individuali.
Questo non è facile né si realizza una volta per tutte ma è un processo costante.
Come funamboli siamo sempre in procinto di cadere rovinosamente al suolo mentre procediamo con attenzione, oscillando, per adattarci al movimento della fune sotto i nostri piedi, mossa dal loro stesso passo.
Ciò che conta non è evitare i conflitti, né farsene travolgere, bensì risolverli
creativamente con finalità costruttiva, conservando l’umano.
In che cosa consista l’essenza dell’umano, ingrediente segreto di ogni animo, è ricerca quotidiana dentro e fuori di noi.
Come mi ha detto un amico:”Il periodo che stiamo attraversando non finirà tanto presto, anzi sarà lungo; ma se pensiamo con la nostra testa e sentiamo con la totalità di noi stessi sarà un periodo in cui vivremo davvero, non ci lasceremo vivere” (Martino Ermacora, dott. Veterinario e biotecnologo).
Vorrei sottolineare che, secondo me, l’elemento fondamentale per vivere davvero è la progettualità condivisa. Cioè una progettualità che soddisfi tutti e tre i livelli, mentale, fisico, emozionale, in una collettività all’interno della quale si coopera in una direzione comune.
In questo modo una collettività può acquisire una identità propria, una coerenza, che le permette di esistere come un tutt’uno, in cui ogni individuo fa la sua parte con soddisfazione e per il benessere collettivo; una collettività in cui i conflitti vengono affrontati e risolti rispettando le esigenze sia del singolo sia del gruppo.
Proposta: non lasciamo che l’attenzione alle regole che ci vengono imposte riempia il nostro orizzonte. Non permettiamo che la modalità conflittuale del muro contro muro, della competizione in cui ‘io sono meglio di te’ prenda il sopravvento, sia nell’ambito delle relazioni individuali sia collettive.
Pur seguendole con la coda dell’occhio, teniamo lo sguardo davanti a noi, cercando modelli teorici e pratici di una nuova realtà da costruire insieme giorno dopo giorno.

Storia

Ricordiamo il matematico Ennio De Giorgi (1928 – 1996)

Ennio De Giorgi è stato uno dei più grandi matematici del XX secolo. Nacque a Lecce l’8 febbraio 1928. Nel 1946, dopo la maturità classica, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria di Roma, ma l’anno successivo passò a matematica, laureandosi nel 1950 con Mauro Picone. Subito dopo divenne borsista presso l’IAC a Roma, e, nel 1951, assistente di Picone all’Istituto Castelnuovo. Nel 1958 vinse la cattedra di analisi matematica bandita dall’Università di Messina, dove prese servizio in dicembre. Nell’autunno del 1959, su proposta di Alessandro Faedo, venne chiamato alla Scuola Normale di Pisa, dove ha ricoperto per quasi quarant’anni la cattedra di analisi matematica, algebrica ed infinitesimale. Nel settembre del 1996 fu ricoverato all’ospedale di Pisa. Dopo aver subito vari interventi chirurgici, si spense il 25 ottobre dello stesso anno. Nel corso della sua lunga carriera ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti accademici. Ricordiamo in particolare il Premio Caccioppoli nel 1960, appena istituito, e il prestigioso premio Wolf nel 1990. Nel 1983, nel corso di una solenne cerimonia alla Sorbona, fu insignito della Laurea ad honorem in Matematica dell’Università di Parigi. Fu socio delle più importanti istituzioni scientifiche, in particolare dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia Pontificia, dove svolse fino all’ultimo un ruolo molto attivo.

De Giorgi è stato un grande e per certi versi insuperabile matematico sotto tutti i punti di vista: come risolutore di problemi, come inventore di teorie, come creatore di una “scuola” comprendente diverse generazioni di allievi e collaboratori, ora sparsi in diverse università italiane e nel mondo. Ha dato un grande slancio alla scuola matematica pisana, nella grande tradizione di Dini e Tonelli.

E’ difficile, se non impossibile, sintetizzare in poche righe i suoi fondamentali contributi, e rinviamo al necrologio apparso sul Bollettino dell’Unione Matematica Italiana e alla prefazione dell’opera “Ennio De Giorgi selecta”, pubblicata da Springer nel 2005, per una descrizione piu’ esauriente. De Giorgi è certamente noto in tutto il mondo per aver fornito nel 1957 il tassello mancante alla risoluzione completa del XIX problema di Hilbert, precedendo di un anno John Nash. Al di là del risultato, le tecniche da lui introdotte per risolvere questo problema sono al giorno d’oggi uno strumento fondamentale di lavoro nella teoria delle equazioni alle derivate parziali. Ma già prima di questo lavoro, che lo impose all’attenzione del grande pubblico, De Giorgi fondò in un’impressionante serie di lavori la moderna teoria geometrica della misura e delle superfici minime. Questo programma, in qualche modo già delineato ma tecnicamente non realizzato da Caccioppoli, porta a un rovesciamento di prospettiva e ad un abbandono quasi totale, nello studio del problema, di considerazioni topologiche, a favore un uso molto piu’ sofisticato di tecniche di teoria della misura. In una serie di lavori, culminante in una collaborazione con Bombieri e Giusti, De Giorgi risolve completamente il problema di Bernstein riguardanti soluzioni intere dell’equazione delle superfici minime, mostrando l’esistenza di soluzioni non banali da 8 dimensioni spaziali in su. Al tempo stesso, nello spazio Euclideo di dimensione 8, viene esibito il primo esempio di ipersuperficie minima con singolarità, il cosiddetto cono di Simons. Nel 1960 la serie di lavori sulla teoria delle superfici minime culmina nella pubblicazione del teorema di regolarità: ancora una volta, i metodi da lui introdotti per risolvere hanno una tale profondità e naturalità da imporsi anche in molti altri contesti, ad esempio in problemi di tipo evolutivo o nello studio delle singolarità di mappe tra varietà. Negli anni ‘70 De Giorgi sviluppa la Gamma-convergenza, una teoria disegnata per descrivere successioni di problemi di calcolo delle variazioni, i limiti delle loro soluzioni, il problema variazionale limite. Questa teoria riprende e interpreta in un contesto variazionale la teoria della G-convergenza, sviluppata da Spagnolo negli anni ‘60. Questi sono gli anni di massima espansione della “scuola” di De Giorgi e la teoria viene sviluppata in innumerevoli direzioni. Al giorno d’oggi, per il suo carattere fondamentale, la Gamma-convergenza è uno strumento di uso comune, e ormai noto anche in ambito applicativo, nella descrizione di transizioni di fase, perturbazioni singolari, elasticità non lineare. A partire dalla metà degli anni ‘70, stimolato dalle problematiche e dalle difficoltà emerse nelle sue esperienze di insegnamento di base presso l’Università dell’Asmara, Ennio De Giorgi decise di trasformare uno dei suoi tradizionali corsi presso la Scuola Normale in un seminario in cui discutere ed approfondire tematiche fondazionali insieme a studenti e ricercatori interessati, non necessariamente specialisti di logica. Inizialmente si proponeva soltanto di trovare una formulazione dei consueti fondamenti insiemistici, atta a fornire una base assiomatica chiara e naturale su cui innestare i concetti fondamentali dell’analisi matematica. Dal punto di vista metodologico, De Giorgi seguiva il tradizionale metodo assiomatico contenutistico usato nella matematica classica, cercando gli assiomi fra le proprietà più rilevanti degli oggetti presi in considerazione, ben sapendo che gli assiomi prescelti non possono comunque esaurire tutte le proprietà degli oggetti considerati; la sua presentazione era rigorosa, ma non legata ad alcun formalismo, anche se apprezzava la possibilità di fornire formalizzazioni da confrontare con le correnti teorie fondazionali di tipo formale. Gradualmente le sue riflessioni e le discussioni dentro e fuori del seminario portarono De Giorgi ad elaborare e proporre teorie sempre più generali: nel suo approccio ai fondamenti era essenziale individuare ed analizzare alcuni concetti da prendere come fondamentali, senza però dimenticare che l’infinita varietà del reale non si può mai cogliere completamente, in accordo con l’ammonimento “ci sono più cose fra cielo e terra di quante ne sogni la tua filosofia” che l’Amleto di Shakespeare dà ad Orazio, e che De Giorgi aveva eletto a sintesi della propria posizione filosofica.

Le caratteristiche essenziali delle sue teorie possono essere sintetizzate in quattro punti:

  • non riduzionismo: ogni teoria considera molte specie di oggetti, collegate ma non riducibili l’una all’altra;
  • apertura: si deve sempre lasciare aperto lo spazio per introdurre liberamente e naturalmente in ogni teoria nuove specie di oggetti con le loro proprietà;
  • autodescrizione: le più importanti proprietà, relazioni ed operazioni che coinvolgono gli oggetti studiati dalla teoria, così come le asserzioni ed i predicati che vi si formulano, debbono essere a loro volta oggetti della teoria;
  • assiomatizzazione semi-formale: la teoria viene esposta utilizzando il metodo assiomatico della matematica tradizionale.

Sul piano più eminentemente tecnico, il cosiddetto “Principio di Libera Costruzione” è il contributo più importante dato da De Giorgi alla Logica Matematica. La generalità e la naturalezza della formulazione del principio, analizzato a fondo in un lavoro di Forti e Honsell, hanno permesso analisi più approfondite e la determinazione di “assiomi di antifondazione” che sono ora considerati i più appropriati per le applicazioni della teoria degli insiemi alla semantica e all’informatica. Negli ultimi anni della sua vita, forse anche a causa di alcuni problemi di salute, De Giorgi preferì ritagliarsi un ruolo meno attivo ma non per questo meno incisivo nella comunità dei matematici: più che fornire dimostrazioni o dare indicazioni di tipo tecnico, preferiva delineare e proporre a tutti gli amici, colleghi e allievi, ambiziosi e ampi programmi di ricerca. Nel delineare questi programmi, tutt’altro che velleitari, era guidato dalla sua profonda intuizione e dalla sua esperienza, che lo portavano a cogliere gli aspetti veramente decisivi dei problemi, sfrondati dei loro artificiali tecnicismi. Alcuni di questi programmi sono stati concretamente sviluppati dai suoi ultimi allievi, altri sono rimasti incompiuti in forma di congetture, ancora al centro dell’interesse degli specialisti.

(Luigi Ambrosio)

Necrologio UMI

  • Luigi Ambrosio, Necrologio di Ennio De Giorgi , Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, serie 8, volume 2-B (1999), n. 1, p. 3-31.
  • http://mathematica.sns.it/autori/919/
Storia

Sumerian Fallout

Riproponiamo quest’interessante articolo pubblicato originalmente da Giuliano C. per il sito www.traterraecielo.live

Vorrei iniziare quest’articolo con una frase credo fin troppo inflazionata poiché… forse non tutti sanno che le teorie su un antico conflitto nucleare avvenuto in un passato remoto della storia dell’uomo abbondano in modo sempre più insistente sia sul web che sulla carta stampata, basterà digitare su un motore di ricerca “esplosione nucleare nel passato” è vedrete che sorprese.

Certo ci sono molte speculazioni in merito soprattutto da quando è stata sdoganata la “teoria degli antichi astronauti” in base alla quale numerose riviste e stazioni sia radio che TV più o meno importanti hanno dato largo respiro.

Ma uno degli aspetti più interessanti della questione bombe atomiche nel passato risiede nel fatto che se ne parli in diversi testi sacri facendo riferimento sia agli effetti della ricaduta radioattiva, ad opera dei venti e delle piogge, sia sulle persone che sull’ambiente. A riguardo cito due episodi, uno noto ai più l’altro forse un po’ meno e per certi versi un pò forzato.

Il primo è quello di “Sodoma e Gomorra” l’altro è quello relativo all’antica città indiana di Mohenjo-Daro1. Ma per semplicità di esposizione ci soffermeremo solo sul primo.

Sodoma e Gomorra

Leggendo i passi della Genesi 14, 1-2-3:

1 Al tempo di Amrafel re di Sennaar, di Arioch re di Ellasar, di Chedorlaomer re dell’Elam e di Tideal re di Goim, 2 costoro mossero guerra contro Bera re di Sòdoma, Birsa re di Gomorra, Sinab re di Adma, Semeber re di Zeboim, e contro il re di Bela, cioè Zoar. 3 Tutti questi si concentrarono nella valle di Siddim, cioè il Mar Morto.

Tali versi narrano della guerra (durata circa 12 anni) che il Dio Yahweh mosse loro per la rottura del giuramento fatto da questi Re che sanciva l’alleanza con lui.

Racconti sumero-accadici esposti dallo studioso Mauro Biglino

Quindi abbiamo un riferimento geografico preciso e che a quanto pare in base a racconti di storici sia greci che romani coincideva con una valle che venne ricoperta d’acqua a seguito di tragici eventi (Valle di Siddim vuol dire “valle dei campi”).

vaduta googlemaps della valle di Siddim
La depressione a sud del Mar Morto ove si ipotizzano le collocazioni di Sodoma e Gomorra.

Riferimenti più antichi si possono trovare nel Epopea di Erra/Nergal, un antico scritto sumero-accadico stando al quale, secondo le traduzioni di Sitchin, Erra mosse guerra contro il fratello Marduk a causa della quale non solo furono distrutte le due città bibliche ma provocarono anche la “creazione” del Mar Morto!

Questo scontro si verificò con modalità e ricadute sull’ambiente che ricordano gli effetti di un esplosione nucleare. Tanto è vero che questi si estesero fino alla bassa valle tra il Tigri e L’Eufrate! Ciò è riportato in particolare, ma non solo, in un testo sumero chiamato “Lamentazione per la Distruzione di Ur” ove si piangeva l’abbandono della città (non la sua distruzione fisica) a causa di un “vento malefico” che si abbatté su tutta l’antica Sumer.

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La guerra coinvolse anche altri siti considerati militarmente strategici come il “porto spaziale” del Sinai.

Gli effetti di questo vento cagionavano una morte orribile e vengono descritti con singolare precisione: “Tosse e muco riempiono il petto, le bocche traboccano di saliva e schiuma, ottusità e stordimento s’impadronivano degli uomini” e ancora quando questo vento ormai avviluppava le sue vittime “le loro bocche si riempivano di sangue“.

I testi raccontano anche che tale vento non era naturale ma frutto di un evento “generato da un unico atto, in un bagliore accecante!” e che proveniva “dalle montagne […] come un veleno era arrivato dall’occidente“.

Non mi dilungo nel citare le traduzioni delle tavolette sumere ma da queste appare fin troppo chiaramente che si sta parlando di esplosioni nucleari e del successivo vento radioattivo con tutte le conseguenze che porta con se.

E quando ho notato la foto sotto riportata ho visto una prova concreta offerta da una fonte autorevole e attendibile che certi fenomeni meteorologici avvengono e possono essere avvenuti anche in passato.

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Una grande tempesta di polvere cielo oscurato su gran parte del Iraq e Arabia Saudita. Il Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS) sul satellite Terra della NASA ha catturato questa immagine naturale colore di polvere che soffia sopra i due paesi la mattina del 29 ottobre, 2017.

1 il temine “bufala” a me non piace, tuttavia in merito alla teoria dell’esplosione nucleare che avrebbe interressato l’antica città indiana invito a leggere il seguente articolo – Mohenjo-Daro la bufala dell’esplosione nucleare -, sempre per non perdere la bussola e considerare gli argomenti a 360° per farsi poi una propria idea in merito, al fine di tenere sempre viva la fiamma della dialettica e della ricerca delle risposte.

Fonti:

Z.Sitchin – Il giorno degli Dei

N.A.S.A.

Approfondimenti:

L’EPOPEA DI GILGAMESH – Dalla civiltà sumerica a quella babilonese

Omnis

Perché WhatsApp non sarà mai sicuro

Pavel Durov (May 15, 2019) – traduzione di A.Solinas

Il mondo sembra essere scioccato dalla notizia che WhatsApp abbia trasformato qualsiasi telefono in uno spyware. Tutto ciò che è presente sul tuo telefono, comprese foto, e-mail e testi, è accessibile agli hacker solo perché hai installato WhatsApp [1].

Questa notizia non mi ha sorpreso, però. L’anno scorso WhatsApp ha dovuto ammettere che aveva un problema molto simile: una singola videochiamata tramite WhatsApp era tutto quello che un hacker necessitava per ottenere l’accesso a tutti i dati del telefono [2].

Ogni volta che WhatsApp deve risolvere una vulnerabilità critica nella loro app, una nuova sembra prendere il suo posto. Tutti i loro problemi di sicurezza sono efficacemente adatti per la sorveglianza, sembrando e lavorando molto, come backdoor.

A differenza di Telegram, WhatsApp non è open source, quindi non c’è modo per i ricercatori sulla sicurezza di verificare facilmente se ci sono backdoor nel suo codice. WhatsApp non solo non pubblica il suo codice, ma fa esattamente l’opposto: WhatsApp oscura deliberatamente i binari della sua app per assicurarsi che nessuno sia in grado di studiarli a fondo.

WhatsApp e la sua società madre Facebook potrebbero persino essere obbligati a implementare backdoor – tramite processi segreti come gli ordini di aprire bocca dell’FBI [3]. Non è facile eseguire un’applicazione di comunicazione protetta dagli Stati Uniti. La nostra squadra ha passato una singola settimana negli Stati Uniti nel 2016 procurandosi tre tentativi di infiltrazione da parte dell’FBI [4] [5]. Immagina cosa possono fare 10 anni in quell’ambiente in un’azienda americana.

Le agenzie di sicurezza usano gli sforzi anti-terrorismo per giustificare l’impianto di backdoor. Il problema è che tali backdoor possono essere utilizzate anche da criminali e governi autoritari. Non c’è da stupirsi che i dittatori sembrino adorare WhatsApp: la sua mancanza di sicurezza consente loro di spiare la propria gente, quindi WhatsApp continua a essere liberamente disponibile in posti come la Russia o l’Iran, dove Telegram è bandito dalle autorità [6].

In effetti, ho iniziato a lavorare su Telegram come risposta diretta alla pressione personale delle autorità russe. Allora, nel 2012, WhatsApp stava ancora trasferendo messaggi in plaintext (ndr, testo semplice). Era folle. Non solo governi o hacker, ma i provider di telefonia mobile e gli amministratori WiFi avevano accesso a tutti i testi di WhatsApp [7] [8].

Successivamente WhatsApp ha aggiunto un po ‘di crittografia, che si è rivelata rapidamente uno stratagemma di marketing: la chiave per decodificare i messaggi era disponibile per diversi governi, incluso quello russo [9]. Poi, mentre Telegram iniziava a guadagnare popolarità, i fondatori di WhatsApp vendettero la loro azienda a Facebook e dichiararono che “La privacy era nel loro DNA” [10]. Se fosse vero, doveva essere in un gene dormiente o recessivo.

3 anni fa WhatsApp ha annunciato di aver implementato la crittografia end-to-end in modo che “nessun terzo possa accedere ai messaggi”. Questo ha coinciso con una spinta aggressiva per tutti i suoi utenti a eseguire il backup delle chat nel cloud. Quando ha effettuato questa operazione, WhatsApp non ha comunicato ai propri utenti che, una volta eseguito il backup, i messaggi non erano più protetti dalla crittografia end-to-end e dunque accessibili agli hacker e alle forze dell’ordine [11]. Un marketing brillante per il quale alcune persone ingenue stanno ancora scontando il loro tempo in prigione come risultato [12].

Gli utenti di WhatsApp abbastanza resilienti da non cadere ai pop-up costanti che dicono loro di eseguire il backup delle loro chat possono ancora essere tracciati da una serie di altri trucchi: dall’accesso ai backup dei loro contatti alle modifiche invisibili della chiave di crittografia [13]. I metadati generati dagli utenti di WhatsApp – tracce che descrivono chi chatta con chi e quando – vengono divulgati a tutti i tipi di agenzie, in grandi volumi dalla società madre di WhatsApp [14].

WhatsApp ha una storia consistente – dalla crittografia zero all’inizio, fino a una serie di problemi di sicurezza stranamente adatti a scopi di sorveglianza. Guardando indietro, non c’è stato un solo giorno nel tragitto di 10 anni di WhatsApp, in cui il servizio è stato sicuro. Ecco perché non penso che solo l’aggiornamento dell’app mobile di WhatsApp, possa renderlo sicuro per chiunque. Perché WhatsApp diventi un servizio orientato alla privacy, deve rischiare di perdere interi mercati e scontrarsi con le autorità nel suo paese d’origine. Non sembrano essere pronti per quello [15].

L’anno scorso, i fondatori di WhatsApp hanno lasciato la società a causa delle preoccupazioni sulla privacy degli utenti [16]. Sono sicuramente legati da ordini di bavaglio o NDA (accordo di non divulgazione, ndr), quindi non sono in grado di discutere apertamente sulle backdoor, senza rischiare la loro fortuna e libertà. Sono stati in grado di ammettere, tuttavia, che “hanno venduto la privacy dei loro utenti” [17].

Riesco a capire la riluttanza dei fondatori di WhatsApp a fornire maggiori dettagli: non è facile mettere a repentaglio il tuo comfort. Diversi anni fa ho dovuto lasciare il mio paese dopo aver rifiutato di conformarmi alle violazioni della privacy degli utenti di VK sanzionate dal governo [18]. Non è stato piacevole. Farei qualcosa di simile di nuovo? Con piacere. Alla fine ognuno di noi morirà, ma noi, come specie, resteremo per un po ‘. Ecco perché penso che accumulare denaro, fama o potere sia irrilevante. Servire l’umanità è l’unica cosa che conta davvero nel lungo periodo.

Eppure, nonostante le nostre intenzioni, sento di deludere l’umanità in questa faccenda dello spyware di WhatsApp. Un sacco di persone non possono smettere di usare WhatsApp, perché i loro amici e familiari sono ancora lì. Ciò significa che noi di Telegram abbiamo fatto un brutto lavoro nel persuadere le persone a passare. Mentre abbiamo attirato centinaia di milioni di utenti negli ultimi cinque anni, non era abbastanza. La maggior parte degli utenti di Internet è ancora in ostaggio dall’impero Facebook / WhatsApp / Instagram. Molti di coloro che usano Telegram sono anche su WhatsApp, il che significa che i loro telefoni sono ancora vulnerabili. Anche chi ha abbandonato completamente WhatsApp probabilmente sta ancora usando Facebook o Instagram, entrambi pensano che sia OK archiviare le password in chiaro [19] [20] (Non riesco ancora a credere che un’azienda tecnologica possa fare qualcosa del genere e farla franca con esso).

Nei suoi quasi 6 anni di esistenza, Telegram non ha avuto perdite di dati o falle di sicurezza del tipo che WhatsApp dimostra ogni pochi mesi. Negli stessi 6 anni, abbiamo rivelato esattamente zero byte di dati a terze parti, mentre Facebook / WhatsApp hanno condiviso praticamente tutto con tutti coloro che hanno affermato di aver lavorato per un governo [13].

Poche persone al di fuori della community dei fan di Telegram si rendono conto che la maggior parte delle nuove funzionalità di messaggistica vengono visualizzate per la prima volta su Telegram e quindi vengono copiate in carta carbone da WhatsApp fino ai minimi dettagli. Più recentemente stiamo assistendo al tentativo di Facebook di prendere in prestito l’intera filosofia di Telegram, con Zuckerberg che improvvisamente dichiara l’importanza della privacy e della velocità, citando praticamente la descrizione dell’app di Telegram parola per parola nel suo discorso F8.

Ma lamentarsi dell’ipocrisia di Facebook e della mancanza di creatività non aiuterà. Dobbiamo ammettere che Facebook sta attuando una strategia efficiente. Guarda cosa hanno fatto a Snapchat [21].

Noi di Telegram dobbiamo riconoscere la nostra responsabilità nel formare il futuro. Siamo noi o il monopolio di Facebook. È o libertà e privacy o avidità e ipocrisia. Il nostro team ha gareggiato con Facebook negli ultimi 13 anni. Li abbiamo già battuti una volta, nel mercato dei social network dell’Europa orientale [22]. Li batteremo di nuovo nel mercato globale della messaggistica. Dobbiamo farlo.

Non sarà facile. Il reparto commerciale di Facebook è enorme. Noi di Telegram, invece, facciamo zero marketing. Non vogliamo pagare giornalisti e ricercatori per dire al mondo di Telegram. Per questo, ci affidiamo a te, ai milioni di nostri utenti. Se ti piace abbastanza Telegram, lo dirai ai tuoi amici. E se ogni utente di Telegram persuade 3 dei propri amici a cancellare WhatsApp e a spostarsi permanentemente su Telegram, Telegram sarà già più popolare di WhatsApp.

L’epoca dell’avidità e dell’ipocrisia finirà. Inizia un’era di libertà e privacy. È molto più vicino di quanto sembri.

References

[1] Business Insider WhatsApp was hacked and attackers installed spyware on people’s phonesMay 15, 2019

[2] Security Today WhatsApp Bug Allowed Hackers to Hijack AccountsOctober 12, 2018

[3] Wikipedia Gag order – United States

[4] Neowin FBI asked Durov and developer for Telegram backdoor – September 19, 0271

[5] The Baffler The Crypto-Keepers – September 17, 2017

[6] New York Times What Is Telegram, and Why Are Iran and Russia Trying to Ban It? – May 2, 2018

[7] YourDailyMac Whatsapp leaks usernames, telephone numbers and messages – May 19, 2011

[8] The H Security Sniffer tool displays other people’s WhatsApp messages – May 13, 2012

[9] FilePerms WhatsApp is broken, really broken – September 12, 2012

[10] International Business Times Respect for Privacy Is Coded Into WhatsApp’s DNA: Founder Jan Koum – March 18, 2014

[11] Independent WhatsApp Update Brings Backups That Are Not Encrypted and So Could Allow People to Read Messages – August 28, 2018

[12] Slate How Did the FBI Access Paul Manafort’s Encrypted Messages? – June 5, 2018

[13] AppleInsider WhatsApp backdoor defeats end-to-end encryption, potentially allows Facebook to read messages – January 13, 2017

[14] Forbes Forget About Backdoors, This Is The Data WhatsApp Actually Hands To Cops – January 22, 2017

[15] New York Times Facebook Said to Create Censorship Tool to Get Back Into China – November 22, 2016

[16] The Verge WhatsApp co-founder Jan Koum is leaving Facebook after clashing over data privacy – April 30, 2018

[17] CNET WhatsApp co-founder: ‘I sold my users’ privacy’ with Facebook acquisition – September 25, 2018

[18] New York Times Once celebrated in Russia, programmer Pavel Durov chooses exile – December 2, 2014

[19] TechCrunch Facebook admits it stored ‘hundreds of millions’ of account passwords in plaintext – March 21, 2019

[20] Engadget Facebook stored millions of Instagram passwords in plain text – 18 April, 2019

[21] Vanity Fair Snapchat is doing so badly, the feds are getting involved – November 14, 2018

[22] HuffPost Vkontakte, Facebook Competitor In Russia, Dominates – October 26, 2012

Antropologia

Patogenesi moderna e antica demonologia – Calligaris e Jung

Repost dell’articolo originalmente scritto sul sito “Il Caduceo”

Anche fra coloro che conoscono la figura di Giuseppe Calligaris, sono pochi quelli che hanno preso in considerazione i suoi testi sul cancro, sulle malattie psichiatriche e le sue ipotesi patogenetiche.
Fra le numerose scoperte fatte dal Calligaris vi sono le placche cutanee la cui stimolazione attiva le funzioni autoscopiche ed eteroscopiche, di cui abbiamo detto nel nostro precedente articolo. Tali placche una volta stimolate sono in grado di attivare nello sperimentatore la capacità di vedere immagini riferite a sé o ad altri (auto o etero-scopia); in altri casi la stimolazione delle placche porta alla esteriorizzazione “oggettiva” delle immagini evocate su uno specifico campo cutaneo, attraverso immagini dermografiche spontanee.  Tale possibilità ha dato modo di effettuare delle “esplorazioni” con carattere diagnostico. Infatti la presenza di alcune placche più adatte permette all’osservatore, una volta posto in presenza  di un paziente o di un reperto di questi (materiale organico: un capello, campioni biologici oppure una foto), di attivare la capacità di  rilevare molte informazioni, come le zone anatomiche interessate, la struttura istologica etc. oltre che ovviamente, permettere la visione o la rappresentazione dell’agente patogeno. Che tale associazione fosse valida veniva corroborato dall’apparizione di immagini di patogeni noti all’epoca, in presenza di reperti o di pazienti con la corrispondente patologia.

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Immagine dermografica di alcuni patogeni. In (1) si vede bacillo di Koch, comparso in presenza di un tubercolo polmonare asportato da un paziente.

Dobbiamo anche far presente che le localizzazioni delle placche, in generale e non solo queste coinvolte nella nostra trattazione,  sono date da Calligaris in modo sempre puntuale, che gli effetti carica sono stati descritti osservando sempre una casistica (e non un singolo individuo) e che tali effetti sono ripetibili e sono stati ripetuti dai suoi collaboratori, oltre che dagli attuali operatori di Dermoriflessologia. Gli effetti riscontrati hanno dunque un carattere costante e ripetibile.

Di sicuro un particolare e sorprendente significato hanno quelle autoscopiche ed eteroscopiche. Questo strumento euristico ha dato a Calligaris la possibilità di fare delle ricerche su diverse patologie i cui risultati ha esposto nei suoi libri  Il cancro  (1937), Malattie infettive  (1938), Nuove ricerche sul cancro (1940), Malattie mentali (1942), testi solitamente poco conosciuti anche fra i ricercatori e gli estimatori dei suoi lavori.

In queste sue pubblicazioni ha esposto il risultato delle sue indagini eteroscopiche (telediagnosi, esplorazioni basate in sostanza su fenomeni chiaroveggenti ripetibili e confermati su diversi operatori/sperimentatori). I risultati di queste indagini sono molto importanti e forse stanno sulle stesso livello di importanza e predittività di quelle indagini chiaroveggenti di Leadbeater che nella Chimica occulta (1895) aveva anticipato le conformazioni delle strutture atomiche e infra-atomiche anticipando di diversi decenni il modello ad orbitali della fisica quantistica introdotto da Schrödinger.

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Immagini dalla Occult Chemistry di C. Leadbeater

Il frutto di queste indagini ha dato modo di “oggettivare” delle forme e figure molto precise riferibili a patogeni specifici. Come risultato di ciò Calligaris fu portato a supporre un’origine infettiva per molte patologie alcune delle quali alla sua epoca, come oggi, l’eziologia è sconosciuta, oppure è scartata l’ipotesi infettiva. In effetti il carattere sorprendente di queste osservazioni è in fondo legato alla natura rivoluzionaria di questo risultato.

Calligaris riteneva di aver individuato attraverso queste indagini extranormali oggetti multipli di un medesimo tipo (ciascuno per ogni malattia, spesso in grado di evolvere in relazione alla stadiazione della patologia)  di particolari forme caratteristiche. Riteneva di aver trovato in tali  immagini di “oggetti” gli agenti morbigeni microscopici causanti o connessi con la patologia. Ciò era corroborato dal fatto che: 1) tale metodo rivelava esattamente le forme di patogeni batterici già noti es. il Bacillo di Koch. 2) le placche cutanee dell’infezione risultava sempre risonanti su tutti i pazienti.

Molti di tali patogeni presunti osservati con l’eteroscopia erano di natura ignota. Calligaris propose il termine “Depositi” ipotizzando che fossero residui di attività batteriche o dal catabolismo di tessuti. Più avanti si convincerà che tali forme sono delle evoluzioni vere e proprie di patogeni già noti: es. alcuni di essi, come l’agente tricefalo, da lui così chiamato, deriverebbe dal patogeno di Koch, agente eziologico della Tubercolosi. Altro termine che userà sarà quello di “ultravirus”, impiegando ciò il termine della microbiologia dell’epoca  stava cominciando ad intuire l’esistenza dei virus.

Ovviamente si trattava per lo più di patogeni – questi da lui supposti ed individuati attraverso le sue indagini – di cui all’epoca, come ben sapeva ed ammetteva lui stesso, non si riusciva a trovare traccia alle osservazioni microscopiche, e dunque non erano sino ad allora mai stati isolati. L’elemento di effettiva novità, che giustamente può sollevare più di una perplessità è che molte delle patologie così reinterpretate sono  oltre al cancro, numerosi disturbi psichiatrici; la cosa del resto non può stupire se si pensa che il nostro era un neuro-psichiatra e i soggetti che poteva osservare erano in primis pazienti psichiatrici. Si può dire che per quasi tutte le patologie psichiatriche il Calligaris era convinto di aver trovato gli agenti eziologici di tipo infettivo. Esemplare è il caso delle Dementia precox (il termine con cui allora si designava la Schizofrenia) che veniva così posta in relazione all’agente con l’agente tricefalo, già detto, e sui cui torneremo.

Più avanti affronterò il merito di queste ipotesi di Calligaris, esponendo la mia valutazione sulle sue interpretazioni, alla luce di altre discipline e teorie, e credo anzi di aver forse trovato il “bandolo della matassa”, indicando quello che è – a mio parere – il vero senso di certi risultati, almeno per diverse casistiche, oltre a fornire una mia chiave interpretativa generale.


La triade psicosomatica: patogeni, biofrequenze ed emozioni

A questo punto però occorre fare una digressione di carattere propriamente medico, prima ancora che olistico, per rendere giustizia al Calligaris, in merito alla sua ipotesi patogenetica.

In realtà l’ipotesi di Calligaris, in termini strettamente medici e alla luce delle conoscenze attuali, è molto meno peregrina di quello che poteva apparire, non solo al suo tempo, ma anche già solo qualche decennio fa. In realtà non è del tutto inammissibile oggi che diverse patologie (ad esempio autoimmuni, o degenerative o anche di tipo psichiatrico) possano trovare almeno una concausa in agenti infettivi. Diversi agenti infettivi possono svolgere questo ruolo di causa “secondaria” e anche solo restringendoci alla classe dei micoplasmi, le osservazioni in merito a quanto il loro ruolo sia stato riconsiderato dalla medicina convenzionale, sono molto indicative. Presenza di Mycoplasma pneumoniae è stata scoperta nel tratto urogenitale di pazienti con malattia infiammatoria pelvica, uretriti e altri disturbi delle vie urinarie. E’ stato scoperto nel tessuto e fluido cardiaco di pazienti con cardite, pericardite, tachicardia, anemia, anemia emolitica e altre malattie coronariche. E’ stato trovato nel fluido cerebrospinale di pazienti con meningite ed encefalite, morbo di Alzheimer, SLA e altre infezioni, malattie e disturbi del sistema nervoso centrale. E’ stato regolarmente trovato nel midollo osseo di bambini con leucemia. Il mycoplasma pneumoniae e altre sette specie di micoplasma sono state riconosciute come concausa o importante co-fattori di molte malattie croniche incluse artrite reumatoide, morbo di Alzheimer, sclerosi multipla, fibromialgia, fatica cronica, diabete, morbo di Crohn, uretrite non gonococcica, asma, lupus, sterilità, AIDS, alcuni tipi di cancro e leucemia.

I dr. Baseman e Tully in un articolo del 1997 dal titolo Mycoplasmas: Sophisticated, Reemerging, and Burneded by their Notoriety affermano:

i micoplasmi da soli possono provocare malattie croniche e acute in diverse parti dell’organismo con un ampio numero di complicazioni e sono stati coinvolti come co-fattori della malattia. Recentemente i micoplasmi sono stati indicati come co-fattori della patogenesi dell’AIDS, alle trasformazioni maligne e all’aberrazione cromosomica, alla sindrome della Guerra del Golfo e altre malattie complesse e inspiegabili, compresa la sindrome da fatica cronica, il morbo di Crohn e vari tipi di artrite.

Circa la correlazione Aids-micoplasmi, tale ipotesi è stata sostenuta dallo stesso L. Montagnier, premio Nobel per la Medicina e scopritore dell’HIV, in particolare con il Mycoplasma penetrans, che fu appunto isolato per la prima volta nei malati di Aids.  Si osservava infatti che la mortalità delle cellule infette diminuiva col trattamento a base di tetraciclina, uno dei pochi antibiotici attivi sui micoplasmi, mentre un antibiotico non dovrebbe avere effetti antivirali. Anche senza rifarsi all’estrema ipotesi Duesberg, è sempre più diffusa la convinzione che le infezioni di micoplasma siano una necessaria concausa per lo scatenamento dell’immunodeficienza acquisita (si parla infatti di secondo killer). Si pensa che i micoplasmi penetrando in linfociti infettati da virus in forma latente, li “attivino” scatenando la replicazione virale.

Uno dei fattori della tossicità dei micoplasmi che li rende facilmente correlabili a molte patologie degenerative è che tali batteri incrementano notevolmente lo stress ossidativo, in quanto rilasciano alte quantità di perossido di idrogeno e sono quindi una fonte di radicali liberi. Questo induce danni alle strutture proteiche e, ancor peggio, agli acidi nulceici (genotossicità). Si è constatato che patologie degenerative del sistema nervoso (Parkinson e Alzheimer) presentano sempre elevati livelli di radicali liberi; si è ipotizzato che lo stress ossidativo possa essere  fra i fattori eziologici remoti anche di patologie.  Questo “stress” oltre che a fattori psichici può essere dovuto anche a fattori di tipo microbiologico. Difese immunitarie alterate a livello del GALT possono permettere il passaggio ematico di batteri (es. i colibacilli) che in condizioni fisiologiche non avverrebbe. IL SNC centrale verrebbe raggiunto per alterazioni della barriera ematoencafalica o da forme nanobatteriche. I micoplasmi sono appunto dei nanobatteri. Spesso sono stati trovati nel sangue di pazienti con Alzheimer forme nanobatteriche. Anche la sclerosi calcifica delle valvole cardiache e la formazione dell’ateroplacca dei vasi si sospetta possa essere dovuta a forme batteriche intracellulari.

Inoltre vi è una condivisa visione di fondo, all’interno della paradigma olistico e in molte correnti naturopatiche o di medicina non convenzionale, che possa esservi una corrispondenza e una correlazione fra: 1) determinati stati psichici 2) biofrequenze, intese come particolari variazioni nel biofeedback, rilevabili nei vari tipi di test bio-energetici, e 3) agenti patogeni di tipo infettivo. Le frequenze sono in realtà frequenze fisiche, rilevabili attraverso letture bioenergetiche con varie metodiche di lettura della conduzione elettrica cutanea, spesso legata agli agopunti o meridiani (Ryodoraku, Elettroagontura di Völl, Mora test, etc..) e a cui si può assegnare una particolare interpretazione bioenergetica. Particolari frequenze sono dunque comuni, sia ad un organismo affetto da certe patologie infettive, sia  ad un soggetto che sta vivendo specifiche emozioni (il più delle volte negative o “problematiche”). In questa concezione “paradigmatica”, in realtà ampiamente condivisa tanto da non avere una paternità individuale, vi è dunque una sorta di “frequenza” energetica comune, che correla alcuni tipici stati emotivi o delle particolari costellazioni mentali,  con degli agenti microbiologici sul piano fisico. Vi è dunque la possibilità di leggere questa correlazione in senso bi-direzionale, ovviamente, anche se da un punto di vista più generale si dovrebbe poter attribuire una priorità al piano “mentale” come causante, e una risultante finale o conseguente sul piano “fisico” (in realtà microbiologico), con il piano “energetico” (quelle delle frequenze pure) a fare da collegamento e da vettore intermedio fra questi.

Del resto anche nelle Cinque leggi biologiche ipotizzate dal Dott. R. Hamer, nella sua Nuova Medicina Germanica, vi è una correlazione fra le diverse classi microbiologiche (virus, batteri, e funghi) e l’evoluzione filo-ontogenetica dell’organismo umano, che nella sua concezione corrispondono a diverse tipologiche di stress “esistenziale”:  i patogeni vanno ad agire come particolare effettori simbionti e collaborano a risolvere le reazioni fisiche innescate in corrispondenza a certi conflitti. In particolare, per Hamer,  i micobatteri e funghi, filogeneticamente più antichi, corrispondono all’endoderma  (digestivo, respiratorio etc.) e ai conflitti che si somatizzano sugli apparati corrispondenti: conflitti di   autoprotezione e di sopravvivenza , es. di tipo alimentare; ai batteri, corrispondono gli organi di derivazione mesodermica (tessuto muscolare, scheletrico, vascolare), con i relativi conflitti inerenti l’autosvalutazione e l’integrità individuale ; infine ai virus vengono fatti corrispondere i tessuti di derivazione ectodermica (S.N.C.) e i conflitti più complessi ed “evoluti” e come quelli del territorio e della separazione.

Questo è solo un esempio particolare, anche se abbastanza famoso, di questa correlazione olistica stati psico-emotivi e patogeni (o emozioni/biofrequenze/patogeni).

Questa premessa è stata necessaria per dare una contestualizzazione alle ipotesi del Calligaris, e per mostrarne in realtà la profonda fondatezza, alla luce sia delle più recenti acquisizioni della medicina convenzionale, sia sul piano della medicina olistica e della naturopatia, delle biofrequenze ed altro, al di là della prima diffidenza che essa può mostrare. Occorre tener anche conto del fatto che Giuseppe Calligaris scriveva nella prima metà del Novecento, e solo ora riusciamo a poter comprendere il senso di ciò che poteva avere scoperto, in forza di una maggior messe di dati e di un più ampio sviluppo sia della scienza convenzionale sia di quella olistica. Possiamo quindi in qualche modo poter evocare l’immagine simbolica dei “nani sulle spalle del gigante”. Tuttavia lo stesso Calligaris aveva già ben presente la portata di queste correlazioni fra patogeni e costellazioni psichiche, dichiarando una sorta di legge, che chiama “Legge del richiamo degli agenti patogeni” e che esplicita in questi termini:

Come può avvenire che un elemento infettivo faccia d’un tratto la sua comparsa nell’organismo umano, anche in seguito a cause fisiche o psichiche che parrebbero non potere da per loro stesse richiamarlo? Non si sa. Sta però il fatto, che, in ogni caso, il richiamo avviene. Sta però il fatto, che se la malattia è conclamata, l’agente patogeno specifico con il quale essa è concatenata è sempre presente per denunziarla. Ebbene, da dove è, di volta in volta richiamato l’agente morbigeno? Da dove viene? Dove si trovava prima della sua comparsa che è rilevata dall’esame radiestesico delle placche e da quello eteroscopico? Viene dal mondo esterno, come succede nelle epidemie, o viene dal mondo interno, cioè dal nostro stesso organismo dove sappiamo che si trovano in permanenza e in latenza parecchi germi patogeni come ad es. il bacterium coli nell’intestino e il microbo della polmonite nelle fosse nasali? È già da tempo che noi ci siamo fatta questa domanda alla quale oggi o domani bisognerà pur rispondere: tutti i microbi che conosciamo e altri che ci sono ancora ignoti (patogeni e non patogeni) si trovano in permanenza ed in potentia depositati nel nostro organismo? Quando diciamo che provengono dal mondo esterno non forse siamo in errore?

Sulla scorta di queste doverose contestualizzazioni, ora procediamo ad esporre in sintesi il nucleo centrale delle ipotesi di Calligaris sull’origine infettiva di alcune patologie, fra cui il cancro e i disturbi psichiatrici, trovandone elementi di conferma, ma anche avanzando quella che, secondo noi, può essere la vera chiave di volta interpretativa, almeno in un certa casistica, che il Calligaris non poteva aver intuito e che – a nostro avviso- costituisce una nostra “scoperta”. Scoperta per la verità che può avere aspetti inquietanti e imprevisti, ma che per ora non vogliamo anticipare.


I dati delle indagini extrasensoriali

Dalle risultanze delle indagini condotte sulla base delle sue precedenti scoperte (le placche cutanee attivanti particolari fenomeni visivi extra-normali)  il  Calligaris  si è  mosso assumendo la natura microbiologica delle immagini rilevate dai suoi sperimentatori o soggetti esaminati (nel caso di indagine autoscopica).

Le immagini rappresentano una pluralità di “agenti” generalmente tutti dello stesso tipo: una tipologia e forma specifica per ogni malattia, elemento, questo, che avvalora l’ipotesi di partenza, confermando la presenza di una osservazione oggettiva e coerente, non di una manifestazione soggettiva e non ripetibile. Le osservazioni condotte su diversi soggetti indipendenti confermano invece la correlazione fra le forme osservate e la specifica patologia, e soprattutto la ripetibilità di questo tipo di osservazioni. Una particolarità tuttavia è che le forme di questi “agenti”, come avevamo accennato, si modificano, sia pur di poco, in relazione allo stadio della malattia: fenomeno in realtà che sarebbe del tutto nuovo per la moderna microbiolgia. Calligaris afferma che inoltre l’immagine relativa a questi “agenti”, nell’indagine eteroscopica, può essere incompleta nelle prime fasi della malattia, con qualche particolare non visibile, l’immagine risulta invece completa se la malattia è in fase avanzata: anche questo dato non trova spiegazione nella microbiologia anche se ha un senso in relazione al tipo di percezione extranormale su cui si basa questo tipo di indagini.

Tali agenti osservati, ipoteticamente supposti come “patogeni”, appaiono generalmente come un bozzolo nel quale ci sono delle forme assai particolari, spesso circonvolute, che a volte richiamano l’ immagine di strutture anche appartenenti al regno animale o vegetale. Esplicherebbero la loro azione patogena, secondo il nostro Autore, attraverso tossine, deduzione che fa per esclusione. Calligaris, per descrivere questi agenti potenziali,  usa il termine di Depositi, successivamente riferendosi ad essi anche come ultravirus (con riferimento alle prime scoperte dei virus, che allora venivano chiamati ultravirus o virus flitrabili; diciamo subito che questo accostamento ai virus va contestualizzato a quei primi passi della microbiologia e non va preso alla lettera). Calligaris era ben cosciente del fatto che tali “patogeni” non erano stati finora mai osservati e suppone che questa mancanza di evidenza e di osservazione fosse imputabile ai mezzi allora disponibili o alle dimensione estremante piccole degli agenti coinvolti. Scrive infatti:

Il dire che le malattie della mente non sono malattie infettive perché agenti patogeni non furono mai veduti è, come si comprende, un argomento privo di qualsiasi valore. Si sa che vi sono delle infezioni il cui agente morbigeno ci è ancora ignoto perché sfugge alle nostre investigazioni microscopiche. È anche cosa nota che, in questi casi, noi oggi parliamo di ultravirus o di virus filtrabili, probabilmente tali denominazioni non sono molto esatte, e devesi credere che si tratti, anche in tali casi, di agenti patogeni, che però ci restano invisibili in causa della loro estrema piccolezza.

Ovviamente l’espressione “virus” non va riferita alla nozione attuale dei virus, va appunto contestualizzata come una ipotesi di lavoro basata sulle conoscenze scientifiche dell’epoca, che avevano appena fatto individuare patogeni più piccoli dei batteri osservabili ai microscopi ottici disponibili allora. Verosimilmente diremmo che qui si potrebbe parlare sì di virus ma anche di nanobatteri, e i micoplasmi di cui si è detto potrebbero essere rispondenti a queste caratteristiche dimensionali. Tuttavia va detto che allo stato attuale tali patogeni apparsi, nelle indagini eteroscopiche non sono stati osservati in laboratorio, e soprattutto anche i micoplasmi non corrispondono alle forme così descritte. Sebbene dunque troveremo dei dati che certamente avvalorano l’importanza delle osservazioni di Calligaris, dobbiamo già anticipare che l’ipotesi “microbiologica” presenta alcune anomalie e dei punti critici, che devono in qualche modo far riconsiderare il senso di queste osservazioni.

È d’obbligo a questo punto riportare in sintesi i principali risultati delle indagini di Calligaris.

  1. La schizofrenia sarebbe causata da un cosiddetto agente tricefalo caratterizzato, appunto, da tre “teste”, o rigonfiamenti circolari localizzati attorno al capo, due laterali e una soprastante. Segue al di sotto il corpo allungato, dilatato nel mezzo e rastremato all’estremità inferiore che termina, nella sua fase completa, con una piccolissima biforcazione. Il germe è contenuto in un tenue velo di forma ovale, che ricorda un bozzolo.
  2. La psicosi maniaco-depressiva avrebbe un agente eziologico a spina di pesce. Ha un corpo allungato e granuloso, rigonfio nel mezzo e ristretto alle estremità, con una testa di forma triangolare, come l’apice di una lancia. Si trova racchiuso in un bozzolo di forma ovale, a bordi granulosi, e nell’interno si notano dei filamenti ricurvi che sono in relazione con l’agente, forse sono ciglia vibratili, e che presentano questa caratteristica: nella fase depressiva hanno la concavità rivolta verso l’alto, verso la testa lanceolata, nella fase maniacale, rivolta verso il basso, verso la coda, e nelle fasi intermedie, probabilmente non presentano convessità e quindi sono perpendicolari rispetto all’agente (tuttavia Calligaris osservò un solo caso “intermedio”, lasciando dunque come puramente probabile quest’ultima descrizione). A volte questi elementi si vedono isolati ma, generalmente sono uniti in serie, a catena di rosario, legati da due filamenti ricurvi con la convessità verso l’esterno, a formare degli anelli. Viene anche osservato come questo patogeno deriverebbe da un precedente stadio o da un agente patogeno di natura ignota (con forma di filamenti paralleli longitudinali, frammisti a elementi sferici).
  3. L’agente che la causa gli stati maniacali (mania) appare incluso in un bozzolo costituito da una rete di esilissimi filamenti e consta di una parte superiore di forma semilunare, con la convessità rivolta in alto, di costituzione spugnosa, dalla cui faccia concava inferiore discende un asse sottile che va in basso a unirsi alla faccia superiore convessa di un’altra semiluna, dalla cui parte concava si distacca un nuovo prolungamento eguale al precedente. A volte si trova anche una terza parte. Nel complesso, appaiono come funghi sovrapposti.
  4. La paranoia avrebbe un agente eziologico contenuto in un bozzolo ovoidale, del tipo di quelli già descritti. Esso è costituito da piccoli elementi che ricordano la forma di un serpentello o, più precisamente di una s, disposti in serie, l’uno sotto l’altro, in senso longitudinale, che non vengono in contatto (forse si attaccherebbero nei periodi più acuti della malattia). Per tale motivo l’ha chiamato: i serpentelli nel bozzolo. Calligaris suppone che l’origine di questo “deposito” sia da ricercarsi nella spirocheta.
  5. L’isterismo mostra di avere come agente eziologico un deposito di forma rotondeggiante, con un nucleo centrale e dei cerchi esterni, simile a quello delle psiconevrosi ma differenza di quest’ultimo possiede dei filamenti incrociantisi disposti a raggiera e al suo interno numerose formazioni granulose, che sembrano apparire su un fondo gelatinoso.
    A questo agente Calligaris dava il nome di rosa dai granuli. Questo patogeno si presenta in cinque possibili diverse stadiazioni, a seconda del grado di evoluzione della patologia (1- un deposito rotondeggiante con un nucleo centrale, alcuni filamenti ondulati intorno e qualche cerchio concentrico, 2 – un elemento affusolato, con un nucleo centrale, 3 – un elemento più aperto, a forma di ventaglio, con il nucleo verso l’apice, dei piccoli cerchi aderenti alla periferia e dei filamenti incrociantisi nella parte intermedia, 4- un ventaglio più aperto con una granulazione presente nel centro di ogni cerchio periferico, 5- l’aspetto finale della rose dei granuli).prova2
  6. L’epilessia corrisponde ad un deposito di forma semi-lunare o agente semilunare. Le due estremità non sono uguali: una più tondeggiante, una più lanceolata, da cui si dipartono dei filamenti. A volte si presenta leggermente ondulato e l’ipotesi di Calligaris è che queste variazioni di forma coincidano con le crisi epilettiche.
  7. L’imbecillità corrisponde ad un agente piriforme. È curioso osservare come questa evidenza mostrerebbe un preciso agente patogeno per una patologia definita, oggi tuttavia il termine ‘imbecillità’ in psichiatria  non indica una precisa entità nosologica, come invece si usava al tempo di Calligaris, ma indica genericamente una condizione di insufficienza mentale, più o  meno grave, riconducibile a quadri diversi.
  8. L’emicrania sarebbe una malattia infettiva del sistema neurovegetativo della corteccia cerebrale. All’esame eteroscopico, l’agente si presenta attaccato ai filamenti simpatici e che evolve per fasi cicliche, dandoci ragione delle crisi o attacchi che si presentano a periodi.
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Uno spiraglio sull’invisibile?

Prima di introdurre le mie personali interpretazioni su tutto questo,  faccio delle riflessioni su alcuni degli accostamenti patologici osservati da Calligaris:

1. – Nella Schizofrenia (nei testi “Dementia Precox”, con la nomenclatura psichiatrica dell’epoca) si osserva un presunto patogeno descritto come Agente Tricefalo, caratterizzato da un testa composta da tre formazioni sferiche, il corpo allungato, allargato nel mezzo e ristretto all’estremità che presenta una piccola biforcazione. Il germe è racchiuso in un bozzolo di forma ovoidale. Vi sarebbe una relazione con l’agente eziologico della tubercolosi, il micobatterio o bacillo di Koch; già all’epoca non era nuova l’ipotesi di un’origine infettivo-infiammatoria di questo disturbo psichiatrico. Calligaris riprese queste idee condivise da altri suoi contemporanei e le osservazioni secondo cui le crisi psicotiche si attenuavano quando insorgeva la tubercolosi. Il Calligaris riporta anche che in tutti i tubercolotici esaminati erano risonanti le placche della schizofrenia. Calligaris ipotizzò che il suo Agente tricefalo fosse un’evoluzione del bacillo di Koch. Tuttavia lui stesso ipotizzò un rapporto fra le due patologie più complesso. Non si tratta di una derivazione da una tubercolosi acquisita o di “prima generazione”.

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2. – L’ipotetico agente supposto come eziologico del cancro ( la sferula dentata, che introduciamo ora, non avendone accennato prima) è una formazione che si evolve nel tempo in relazione con la stadiazione della malattia (da cui anche un certo interesse “diagnositco” reale, perché permetterebbe di correlare lo stadio della neoplasia al tipo di forma osservata). Un’ulteriore formazione è quella detta “germe del cancro” che denoterebbe una predisposizione ereditaria a questa patologia, connessa alla presenza di antenati, nel proprio albero genealogico, che avevano già sviluppato neoplasie. Tale germe del cancro risulta avere una conformazione che ricorda una semiluna che poi tende a chiudersi, ad evolvere in forme sferiche fino ad arrivare alla stessa sferula dentata. I vari pattern di passaggio fino alla forma cancerosa differirebbero a seconda della storia dell’eredocanceroso, ed in particolare in funzione della generazione, a seconda che sia un figlio, nipote etc. di un malato neoplastico. Qui Callgaris usa espressamente il termine eredocanceroso e questo introduce ad un passaggio molto interessante: si tratterebbe di una eredo-infezione che passerebbe attraverso le generazioni. In particolare Calligaris fu portato ad ipotizzare che la sferula dentata “derivasse” in qualche modo, per adattamento pleiomorfico o per evoluzione dalla Spirocheta, l’agente eziologico della sifilide, e quindi una derivazione luetica per il cancro. Secondo Calligaris nello svolgersi del “film” eteroscopico compaiono immagini che sarebbero da ricondurre alla spirocheta, vista in sequenza evolutiva verso le altre forme come il germe e la sferula. Diverse altre ricerche radioestesiche ed eteroscopiche avrebbero corroborato questa idea.

Ora, è bene osservare che anche qui si avrebbe l’idea di una eredo-infezione o di una eredo-tossicità. Questo in qualche modo collima con alcune nozioni della medicina omeopatica, con cui non risulta che il nostro Autore avesse dimestichezza.  Il tassello mancante è la nozione di diatesi morbosa, un concetto che la medicina omeopatica deve al suo stesso fondatore, Hanhemann, che individuò nei “miasmi” il paradigma per interpretare le modalità diatesiche con cui si caratterizzano le espressioni patogene dei singoli individui. Le diatesi sono delle modalità generali, di tipo simil-costituzionale, in cui si esprimono, in modo caratteristico le patologie di un individuo nel corso della sua vita, e che rispondono a delle ipotetiche infezioni ancestrali dei progenitori.  In omeopatia “costituzioni”miasmatiche furono individuate nella diatesi psorica, sicotica, e luetica. Successivamente il Kent introdusse quella tubercolinica.

Come si vede è molto significativo che per due patologie, gravi ed  importanti anche sotto il profilo sociale (schizofrenia e cancro), questo tipo di indagine ha in effetti, e per via del tutto autonoma, trovato una sorta di “origine” nelle diatesi dell’omeopatia classica, o qualcosa di correlabile ad esse. Anche gli accostamenti non sono privi di significato, e sembrerebbero suggerire una sorta di conferma “esterna” ad entrambe le teorie, quella omeopatica e quella di Calligaris. Le modalità mentali del soggetto schizofrenico trovano effettivamente un certo riscontro nelle modalità dei rimedi della serie fosfo-tubercolinica in omeopatia (soprattutto Tuberculinum e Acidum phosphoricum), particolarmente polarizzati sul piano mentale e dalla marcata sensibilità, spesso incline alle distonie psichiche, e alla sovraeccitabilità. D’altra parte la diatesi luetica non è forse perfetta per descrivere i processi neoplastici (una specifica diatesi cancerinica è stata introdotta più di recente) anche se la natura distruttiva del luesinico si riflette almeno in parte nell’evoluzione di alcuni tumori. Resta significativo comunque che almeno due importanti diatesi omeopatiche siano investite lo stesso di un particolare ruolo “capostipite” nelle scoperte di Calligaris e soprattutto che queste ultime abbiano ugualmente confermato una qualche natura atavica (ed ereditaria) dei fattori eziologici putativamente coinvolti.

L’elemento invece che potrebbe un po’ mettere in difficoltà l’interpretazione biologica (sostenuta dallo stesso Calligaris) di queste sue osservazioni, è data dalla natura di queste “eredoinfezioni”. Infatti buona parte degli omeopati hanno supposto delle eredotossine alla base dei miasmi, ma tutto questo non viene normalmente inteso in senso biologico-fisico, cioè riferito al corpo grossolano ed agenti materiali appartenenti al piano fisico. Sarebbe piuttosto ingenuo ritenere che tale trasmissione di costituzioni patologiche sia svolto da un insieme di tossine materiali agenti sul piano fisico: agenti fisici in effetti mai isolati, non compatibili con le attuali leggi microbiologiche e insufficienti – se intesi come singolo ceppo patogeno- a spiegare non un singolo processo infettivo ma tutta una serie di inclinazioni e predisposizioni fisio-patologiche ad ampio spettro, olistiche, fino a comprendere aspetti comportamentali e mentali.  Ormai è piuttosto opinione diffusa fra molti omeopati che tali ipotetiche realtà siano da intendersi non come delle tossine fisiche, ma piuttosto come tossine sottili, per usare un termine tradizionale, oppure come campi di informazione, se si vuole rifarsi alla teoria dei sistemi.

Questo passaggio è molto importante perché pone le basi per un altro modello di interpretazione che non è legato alla microbiologia, almeno non in senso grossolanamente fisico.

In effetti se guardiamo alle osservazioni eteroscopiche riportate da Calligaris, queste formazioni osservate mostrano delle caratteristiche evidentemente ben lontane da quelli a cui ci ha abituato l’attuale microbiologia.

In favore di una interpretazione microbiologica c’è solo il dato che le osservazioni eteroscopiche indicherebbero anche aree dell’encefalo in cui sarebbero annidati focolai “morbigeni”. Tuttavia questo dato non è detto che sia interpretabile solamente alla luce dell’ipotesi biologica… In realtà, difficilmente i “depositi” descritti in queste ricerche possono essere assimilati ai patogeni attualmente noti alla microbiologia. Inizialmente Calligaris suppose che i “depositi” fossero i residuati della dissoluzione e dei processi metabolici di microorganismi. Oggi potremmo ad esempio accostare questa idea a patogeni sub-virali, ad esempio virioni e prioni (quindi qualcosa di inferiore nella scala evolutiva). Questa ipotesi sarebbe almeno compatibile con le ridotte dimensioni di scala di tali formazioni, che giustificherebbe la loro difficoltà di individuazione. Tuttavia Calligaris, nelle opere successive tende a vedere nei depositi una ulteriore fase di evoluzione di patogeni noti per lo più di origine microbica, alla luce del fenomeno del pleiomorfismo.

Entrambe le opzioni pongono comunque delle obiettive difficoltà: il pleiomorfismo, cioè la tendenza dei batteri a cambiare forma, è in realtà piuttosto raro in natura e riguarda, almeno allo stato attuale dell’arte, solo i micoplasmi, sprovvisti come sono di parete cellulare. Inoltre non risulta finora sia mai stato osservato un agente patogeno, responsabile di una patologia, che, una volta mutato di forma, divenga l’agente eziologico di un’altra. In pratica un fenomeno finora mai riscontrato.

Le forme che sono riportate dalle osservazioni eteroscopiche sono piuttosto anomale rispetto a quelle che usualmente presentano i batteri: basti pensare ad esempio alla “rosa dei granuli“, con la sua complessa e inusuale struttura. A volte i patogeni ignoti descritti da Calligaris posseggono un’asse di simmetria longitudinale ma sono asimmetrici rispetto all’asse mediano (si veda ad esempio l’agente tricefalo): sono quindi orientati in senso testa-piedi. Ciò è praticamente assente nei batteri; mentre si osserva invece nei parassiti di ordine superiore, microorganismi pluricellulari già organizzati e differenziati in senso organico. Questo però esclude chiaramente la natura batterica, e a fortiori anche quella di virioni o prioni. Del resto basta osservare l’Agente tricefalo, l’Agente dai baffi spioventi (legato a processi di paralisi progressiva), o l’Agente a fungo degli stati maniacali, per avere seri dubbi sulla loro natura “batterica”.

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Agente a fungo
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Agente tricefalo

Anche le formazioni a colonie descritte sono significativamente diverse da quelle note in biologia, mentre i movimenti sono ugualmente anomali. Ad esempio nel descrivere i movimenti delle “sferule dentate” (cancro), non si osserva il tipico movimento caotico di microrganismi in un fluido ma movimenti rettilinei lungo raggi incrociantisi all’interno di un sezione circolare!

Un patogeno molto particolare, che ci ha dato modo di riflettere sulla natura di queste osservazioni è detto da Calligaris “serpentelli nel bozzolo”… Importante osservare che secondo la biologia ciascuno di essi sarebbe un singolo agente patogeno, tuttavia essi si trovano raggruppati in colonna, all’interno di un involucro. Molti “patogeni” di Calligaris risultano circondati da formazioni di questo tipo di natura non ben chiara. Da un lato esse sembrano richiamare la “parete batterica”, mentre dall’altro stride con il presupposto dell’assenza di parete batterica, cosa che invece giustifica e permette il pleiomorfismo. Ugualmente sarebbe molto anomalo presupporre la presenza di tre differenti cellule batteriche (?) all’interno di una stessa singola parete batterica; tale fenomeno infatti non pare sia mai stato riscontrato finora.

Abbandoniamo per un attimo l’ipotesi biologica e supponiamo che queste “formazioni” così osservate attraverso l’indagine metapsichica siano enti di natura iperfisica, o sottile. A cosa queste forme così osservate ci rimandano?

Per quanto ciò potrà apparire paradossale, le forme più prossime a quanto osservato ci sembra di poterle rinvenire nel complesso iconografico delle religioni tardo-antiche, in particolare del corpus magico-sapienziale del periodo gnostico alessandrino… il che ovviamente non può non indurre a inquietanti ma suggestive riflessioni.Buona parte dei patogeni occulti osservati da Calligaris – non tutti ovviamente – sono riconducibili ad un proto-forma comune: un struttura serpentiforme o comunque allungata con un “testa”che presenta varie possibili varianti. Questa entità si presenta poi circondata da una sorta di capsula o bozzolo, di cui ovviamente non è chiara la natura.

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In particolare questo schematismo è riconducibile in modo sorprendente ad una entità ben nota nel “pantheon” dei daimones (esseri intermedi) noti al mondo ellenistico tardo antico, e in parte ai movimenti gnostici, somiglianza tanto più significativa in quanto persino i sigilli e i caratteri, associati a questa entità, spesso riprodotti su gemme e talismani, trova una parallelo corrispettivo in alcuni dei “patogeni” osservati da Calligaris.
L’entità mitologia in questione è riportata con il nome di Knoubis (Ξνούβις) o, secondo altre varianti, Knoufis, Kanobis, Knoumis (forse in relazione fonetica con l’antico Khnum, divinità dell’Alto Egitto, in effetti scrive l’egittologo Boris de Rachewiltz si tratta forse di una sincretizzazione di Khnum e di Agatodaimon). Le iconografie associate a questa entità raffigurano un serpente eretto dalla testa leonina, quasi sempre irraggiata da un corona solare. Questo elemento iconografico potrebbe essere facilmente emulato dalle formazioni riportate da Calligaris, dove le “teste” hanno a volte forma lanceolata (psicosi manica-depressiva) oppure oppure estroflessioni filiformi, baffi etc.

Un dato molto impressionante è che persino il “sigillo” o “cifra magica” associato a questa entità, una linea verticale che interseca tre forme serpentine, sembra trovare un preciso riscontro in certe strutture osservate da Calligaris: i cosiddetti “serpentelli nel bozzolo” ma anche soprattutto l’agente a fungo,in cui lungo un fuso centrale sono impilati elementi semilunari, spesso in numero di tre, altro dato molto significativo! (vedi sopra).

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Gemma gnostico-magica del British Museum, raffigurante lo Knoubis

In questa sede si comprende anche cosa sia il “bozzolo”: si tratta del caratteristico nimbus, una sorta di aureola che circonda il corpo di personaggi divini nelle iconografie tradizionali, e ne manifesta l’irradiazione o il campo energetico. Nelle innumerevoli raffigurazioni che ci sono giunte, lo Knoubis era appunto ritratto con un nimbus attorno alla testa oppure a circondarlo interamente, sullo schema dei “cartigli” egizi.

Tale entità era infatti spesso raffigurata a scopo apotropaico su gemme e camei soprattutto nell’era tardo antica ed ellenistica, nell’Egitto greco-romano ed anche presso gli Gnostici, sia pure in vista di un uso medico-magico. Con precisione questa entità era uno dei decani e in particolare presiedeva ad una decade del segno del cancro. In quanto tale esso era per lo gnosticismo antico uno degli Arconti cosmocratori, entità che agiscono come ministri del Fato e dirigono gli influssi delle forze cosmiche, di fatto vincolando gli esseri entro la sfera della necessità. Lo gnosticismo ne accentuò il carattere negativo, riconoscendole – per varie ragioni su cui sorvoliamo – come entità sostanzialmente ostacolatrici sul piano spirituale. Sul piano medico-astrologico esse mediavano i possibili influssi negativi sulla salute degli organi corrispondenti, da cui l’uso magico per scongiurarli.

In particolare questo è uno dei pochi Decani di cui sia giunta una conoscenza abbastanza articolata. Probabile che ciò sia dovuto al fatto che esso fu per trasposizione “promosso” sino ad identificarsi con lo stesso Demiurgo, o Arconte massimo, lo Yaldabaoth degli gnostici, non a caso anch’esso raffigurato come un serpente leontocefalo, mercé anche la probabile derivazione da Khnum, antichissimo dio egizio con funzione di creatore-demiurgo. Ricordiamo che gli Arconti per lo gnosticismo sono sostanzialmente entità demoniache. Lo Yaldabaoth è anche a volte indicato come dodecacefalo (o eptacefalo) e nello Knoubis in effetti i raggi della corona sono spesso raffigurati in numero di sette. Questo dato che ha precisi significati – e ne sottolineano la centralità e il dominio sulle altre forze zodiacali o planetarie- potrebbe forse trovare un certo riscontro nella molteplicità di “teste” riportata da Calligaris (es. l’agente tricefalo).

Ora è lecito supporre che queste manifestazioni siano delle “irruzioni archetipali” di forze inconsce che già Jung aveva notato essere spesso presenti nei deliri e visioni di pazienti schizofrenici ma anche nella vita onirica dei pazienti nevrotici. Tali forze che, a mio avviso, sono da considerarsi al tempo stesso oggettive e soggettive, per la nota e tradizionale corrispondenza micro-macrocosmica,  ove non “integrate” (per usare il lessico junghiano) o non adeguatamente esorcizzate dal campo psichico collettivo dell’umanità, possono dar luogo a processi di degenerazione cognitiva, psicologica, fino alle patologie psichiatriche clinicamente codificate e a veri e propri processi di “invasamento”.

A mio avviso le indagini parapsicologiche condotte da Calligaris hanno evidenziato – dietro certe patologie- influssi diretti di questa natura, come testimoniata dall’emergere di forme simboliche coincidenti, in modo difficilmente contestabile, persino con le iconografie tradizionali appartenenti a quello specifico campo archetipale. Secondo questa ipotesi “iperfisica” non dovremmo dunque ipotizzare patogeni biologici (del resto esclusi dalla stessa medicina convenzionale), ma interferenze dal campo inconscio-archetipale o dal piano sottile (se si vuole usare il lessico della psicologia analitica ovvero quello dell’esoterismo). Il veicolo di queste influenze verrebbero dunque ad essere delle tossine “iperfisiche” (e qui ha senso e spiegazione l’osservazione metapsichica di aree e focolai in alcune aree del sistema nervoso, o meglio in realtà del doppio eterico di esso), il che trova una certa coerenza con l’idea delle eredotossine accennata in precedenza. È vero in realtà che in questi pazienti risultavano attive le placche delle “infezioni”… sarebbe davvero da chiedersi però se tali placche (identificate precedentemente da Calligaris) risultino attive solo in caso di infezioni di natura microbiologica oppure ad esempio in caso di parassitismo psichico oppure in forme di possessione (… se sono propenso ad ipotizzare una risposta positiva a questo quesito).

In questo quadro è molto significativo osservare che lo Knoubis doveva essere un decano del Cancro, che è domicilio della Luna e ad essa tradizionalmente corrisponde il sistema nervoso centrale e i suoi disturbi (non a caso gli schizofrenici erano anticamente definiti “lunatici”…). Questo trova quindi una certa coerenza con il fatto che queste osservazioni sono pertinenti soprattutto a patologie psichiatriche. E non è neppure casuale a mio avviso che ci sia una certa ricorrenza – nelle strutture riportate da Calligaris – di forme che ricordano delle semilune (tradizionale simbolo astrologico della luna). Chi dovesse stupirsi di queste considerazioni deve ricordare ad esempio che nella Medicina Tibetana tutte le patologie mentali sono sempre collegate eziologicamente a forme di possessione, e vengono indicate per ogni tipo di patologia psichiatrica le classi di esseri sottili (demoni e deva, asura, naga, etc.) che le causerebbero. Questo è il retaggio dell’antica medicina sciamanica che nel Tibet, dove la religione sciamanica Bön coesiste parallelamente al buddhismo, è ancora forte ed è stata inglobata nella medicina buddhista.

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Analogamente possiamo dire di tutte le culture mediche influenzate dallo sciamanesimo, in cui peraltro i disturbi mentali (più ancora delle altre patologie) assumono un significato assai particolare. Del resto vediamo tracce di questo retaggio dell’antica medicina sciamanica in molte medicine tradizionali, ad esempio quella cinese. Essa aveva anticamente una base autenticamente sciamanica, legata al più antico taoismo e alle sue tradizioni esoteriche. Tali tracce rimangono ad esempio nella nomenclatura.  L’ideogramma cinese per lo hún 魂 (lo psichismo corrispondente al Fegato, spesso tradotto come “anima eterea”) contiene il radicale 鬼, guǐ (= fantasma) e faceva riferimento alle antiche concezioni riguardo ai demoni e agli esseri incorporei e alla loro capacità di causare determinate malattie.

A partire dal Periodo degli Stati Combattenti (V-II sec. a.C) la medicina cinese subì un processo di trasformazione in cui venne riformulata ponendo l’eziologia delle malattie su eventi atmosferici (in realtà i correlati energetici di questi, intesi come sha qi, energie negative) e tutta una fisiologia sottile legata ai vari tipi di Qi degli organi, il riferimento ad esseri intelligenti passando più che altro a livello implicito, nella migliore delle ipotesi. Si tratta di quel processo di spostamento del piano di riferimento (da quello spirituale a quello energetico-sottile, per poi passare, con la medicina moderna, a quello propriamente materiale) che segue il processo involutivo di declino spirituale della conoscenza umana e il suo scivolamento verso il materialismo. Tali residui si notano ad esempio nella tradizione medica aristotelica con i suoi “spiriti vitali” (o le varie anime di cui in Platone) che sono i correlati nel corpo eterico e astrale umano di certe funzioni fisiologiche. Ma originariamente questo lessico (appunto di orientamento animistico) faceva riferimento ad una concezione originaria in cui l’essere umano era percepito come una collettività o un aggregato di spiriti elementari – parimenti presenti nei regni della natura- e che componevano il suo campo energetico.Tutto questo rimandava più direttamente ad un ordine di realtà più alto, sovrannaturale. Ovviamente nel tempo la centralità di questa visione iniziale andò a perdersi, lasciando però vestigia nella nomenclatura di alcuni saperi sull’uomo (medicina e filosofie antiche).

A mio avviso le osservazioni di Calligaris, di cui non ebbe modo di intendere la reale portata e il vero significato, andrebbero lette secondo questa chiave. Di sicuro non siamo arrivati ad interpretare e decodificare tutto, ad esempio non sono al momento in grado di dare una lettura “archetipica” significativa, nel caso del cancro, della cosiddetta sferula dentata, ma credo che sia importante aver delineato un metodo di lettura e interpretazione che è basato sull’ipotesi iperfisica e della ricerca su base archetipica. Se questa lettura è corretta allora si deve giungere alla conclusione che le indagini parapsicologiche di Calligaris sono uno spiraglio che per via indiretta potrebbe confermare la realtà di concezioni assai più antiche della Weltanschauung moderna, secondo lo sviluppo del tempo lineare.  Chiaramente si tratta di una pretesa coraggiosa: riconoscere più o meno direttamente la natura oggettiva (o semi-oggettiva) di certe realtà extra-umane o sub-umane, significa di fatto dover ammettere la causa eziologica di alcune patologie (soprattutto quelle psichiatriche) in processi che sono attinenti al campo della possessione.

Ci rendiamo chiaramente conto di avere forse sollevato un velo che né la scienza, né il sentire generale della cultura moderna sono pronti ad ammettere e dunque tale osservazione rimarrà in sospeso, ricordando il detto evengelico:

chi ha orecchi per intendere intenda….

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Bibliografia 

  • G. Calligaris,  Il cancro  (1937)
  • G. Calligaris, Malattie infettive  (1938)
  • G. Calligaris, Nuove ricerche sul cancro (1940)
  • G. Calligaris, Malattie mentali (1942)
  • C.G. Jung, Gli Archetipi dell’Inconscio collettivo, Bollati Boringhieri
  • G. Maciocia, I fondamenti della medicina cinese, Elsevier Masson
  • B. de Rachewiltz, I miti egizi, Tea edizioni
  • Lama Gangchen Rimpoche, Vajrapani il distruttore delle tenebre, Peace publications
Omnis

L’errore medico è la terza causa di morte negli…

Scritto da Marcia Frellick il 3 maggio 2016, traduce Mer Curio.

L’errore medico è la terza causa di morte negli Stati Uniti, dopo le malattie cardiache e il cancro, secondo i risultati pubblicati sul British Medical Journal.

Come tale, gli errori medici dovrebbero essere una priorità assoluta per la ricerca e le risorse, dicono gli autori Martin Makary, MD, MPH, professore di chirurgia, e il suo collega ricercatore Michael Daniel, della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora, Maryland.

Ma le informazioni accurate e trasparenti su tali errori non vengono trascritti nei certificati di morte, che sono i documenti che i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) usano per classificare le cause di morte e stabilire le priorità sanitarie. I certificati di morte dipendono dai codici della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD) per la causa della morte, quindi cause come gli errori umani e di sistema non sono registrati su di essi.

E non si tratta solo degli Stati Uniti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 117 paesi codificano le loro statistiche di mortalità usando il sistema ICD come indicatore primario dello stato di salute.

Gli autori chiedono una migliore segnalazione per aiutare a catturare la scala del problema e creare strategie per ridurlo.

Cancro e malattie cardiache ottengono l’attenzione

“Le prime cause di morte riportate dal CDC indirizzano il finanziamento della ricerca del nostro paese e le priorità della salute pubblica”, ha detto il dottor Makary in un comunicato stampa dell’università. “In questo momento, il cancro e le malattie cardiache ricevono un sacco di attenzione, ma poiché gli errori medici non appaiono nella lista, il problema non riceve i finanziamenti e l’attenzione che merita”.

Egli aggiunge: “I tassi d’incidenza delle morti direttamente attribuibili a cure mediche sbagliate non sono stati riconosciuti in nessun metodo standardizzato per la raccolta di statistiche nazionali. Il sistema di codifica medica è stato progettato per massimizzare la fatturazione dei servizi medici, non per raccogliere statistiche sanitarie nazionali, come è attualmente utilizzato”.

I ricercatori hanno esaminato quattro studi che hanno analizzato i dati del tasso di mortalità medica dal 2000 al 2008. Poi, utilizzando i tassi di ammissione dell’ospedale dal 2013, hanno estrapolato che, sulla base di 35.416.020 ricoveri, 251.454 morti derivavano da un errore medico.

Questo numero di morti si traduce nel 9,5% di tutte le morti ogni anno negli Stati Uniti – e mette l’errore medico sopra la precedente terza causa principale, le malattie respiratorie.

Nel 2013, 611.105 persone sono morte di malattie cardiache, 584.881 di cancro e 149.205 di malattie respiratorie croniche, secondo il CDC.

Le nuove stime sono notevolmente superiori a quelle del rapporto dell’Istituto di Medicina del 1999 “To Err Is Human”. Tuttavia, gli autori notano che i dati usati per quel rapporto “sono limitati e superati”.

Strategie per il cambiamento

Gli autori suggeriscono diversi cambiamenti, tra cui rendere gli errori più visibili in modo che i loro effetti possano essere compresi. Spesso, le discussioni sulla prevenzione avvengono in forum limitati e confidenziali, come le conferenze di dipartimento sulla morbilità e mortalità.

Un altro è modificare i certificati di morte per includere non solo la causa della morte, ma un campo extra che chiede se una complicazione prevenibile derivante dalla cura del paziente ha contribuito alla morte.

Gli autori suggeriscono anche che gli ospedali svolgano un’indagine indipendente rapida ed efficiente sui decessi per determinare se l’errore ha avuto un ruolo in esso. Un approccio di analisi delle cause alla radice aiuterebbe, pur offrendo la protezione dell’anonimato, dicono.

La raccolta di dati standardizzati e la segnalazione sono anche necessari per costruire un quadro nazionale accurato del problema.

Jim Rickert, MD, un ortopedico di Bedford, Indiana, e presidente della Society for Patient Centered Orthopedics, ha detto a Medscape Medical News di non essere sorpreso che gli errori siano arrivati al terzo posto e che anche questi calcoli non raccontano tutta la storia.

“Questi numeri non includono nemmeno gli uffici dei medici e i centri di assistenza ambulatoriale”, nota. “Questi riguardano solo gli errori durante il ricovero ospedaliero“.

Penso che la maggior parte della gente sottovaluti il rischio di errore quando cerca cure mediche“, ha detto.

Inoltre concorda sul fatto che aggiungere un campo ai certificati di morte per indicare l’errore medico è probabilmente il modo per ottenere l’attenzione che gli errori medici meritano.

“È la pressione pubblica che porta al cambiamento. Gli ospedali non hanno alcun incentivo a pubblicizzare gli errori, né i medici o qualsiasi altro fornitore”.
“Tuttavia, un passo così importante come l’aggiunta di informazioni sugli errori ai certificati di morte è improbabile se non accompagnato da una riforma sugli illeciti in ambito medico”, continua.

“Tuttavia, questo studio aiuta a sottolineare la prevalenza degli errori”, ha aggiunto.

L’errore umano è inevitabile, riconoscono gli autori, ma “possiamo misurare meglio il problema per progettare sistemi più sicuri che mitigano la sua frequenza, visibilità e conseguenze”.

Aggiungono che la maggior parte degli errori non sono causati da “cattivi” medici ma da fallimenti sistemici e non dovrebbero “essere affrontati con punizioni o azioni legali”.

Omnis

La nascita dell’agricoltura ha provocato anche aumento esponenziale della…

Notizia pubblicata il 4 marzo 2020

Un nuovo studio pubblicato su Environmental Archaeology mostra un interessante collegamento: la crescita dell’agricoltura ha portato ad una collaborazione tra gruppi umani sempre più ampia ma al contempo ha portato anche ad un aumento e a picchi di violenza.
I ricercatori dell’UConn, dell’Università dello Utah, della Troy University e della California State University, Sacramento, hanno esaminato in particolare lo sviluppo della crescita dell’agricoltura da 7500 a 5000 anni fa.

I ricercatori sono arrivati alla conclusione che l’agricoltura ha favorito nuove tipologie di cooperazione tra gli esseri umani, cosa per certi versi anche prevedibile, ma ha favorito anche la nascita di un tipo di violenza sempre più elaborata, in particolare di quella perpetrata da gruppi o vere e proprie organizzazioni.
Inizialmente i ricercatori non si aspettavano un collegamento con l’aumento della violenza: erano interessati a capire perché gli esseri umani, ad un certo punto della loro storia, sono passati dalla caccia e dalla raccolta ad un sistema come quello dell’agricoltura. Uno studio antropologico come tanti.

Poi Elic Weitzel, ricercatore con dottorato di ricerca alla UConn in antropologia, ha cominciato a collezionare dati sempre più ampi e su larga scala. Ha cominciato a capire come gli individui si distribuiscono in un’area e come i gruppi iniziano ad occupare per primi le posizioni migliori.
Le aree migliori sono quelle che favoriscono l’accesso a cibo, acqua, materie prime e rifugi.
Il ricercatore notava che nelle aree con le migliori posizioni c’erano gruppi di persone più ampi e maggiori conflitti sociali, cosa che conseguenzialmente portava ad un livello maggiore di violenza.

“Se vivi in ​​un’area adatta, puoi rivendicarla e impedire ad altri di accedere a ciò che hai. Questo diventa un processo cooperativo, perché una persona non è efficace quanto un intero gruppo nella difesa di un territorio”.
Secondo un altro autore dello studio, Stephen Carmody, ricercatore della Troy University, l’agricoltura è stata una delle transizioni che ha avuto più conseguenze nella storia dell’umanità e che ha cambiato, tra l’altro, l’intera situazione economica umana.

L’agricoltura stessa ha portato a sforzi sempre più combinati, tra gruppi di persone, per favorire non solo la raccolta ma anche la difesa del raccolto stesso e delle scorte, cosa che ha aumentato la cooperazione interpersonale ma che ha portato anche ad una maggiore violenza.
Sempre più gruppi, infatti, miravano ad acquisire il raccolto di altri gruppi nei casi in cui il loro raccolto era fallito, per esempio.
L’aumento della violenza viene testimoniato anche dall’aumento degli scheletri di persone morte per atti violenti risalenti proprio al periodo dell’inizio dell’agricoltura.

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Cannibalismo e identità. Spunti di riflessione

Riproponiamo qui l’articolo pubblicato da Antonella Modica su “Dialoghi Mediterranei” il 1 luglio 2015.

 Théodore De Bry,Scene di Cannibalismo
Théodore De Bry, Scene di Cannibalismo

«Era con noi un ragazzo che aveva in mano un osso della gamba dello schiavo con su ancora un po’ di carne e la stava mangiando. Gli dissi di gettar via l’osso. Allora si arrabbiò e con lui gli altri: affermarono che quello era il loro giusto pasto» (Staden, 1991:69). Uomini che mangiano uomini, uomini che cucinano uomini. Il cannibalismo, tra tutti, è il tabù che più spaventa l’uomo poiché mette in pericolo non solo l’individuo in quanto ipotetica vittima ma la prosecuzione stessa delle specie.

Cibarsi volontariamente di un proprio conspecifico è universalmente considerato un atto ripugnante, meschino e privo di qualunque logicità. È necessario amare i nostri simili, accudirli e proteggerli se necessario: il cannibale infrange tali regole e ciò lo pone in una condizione liminare, tra l’umanità e la bestialità. È questo uno dei motivi per cui il cannibalismo ha da sempre destato l’interesse e la curiosità dell’Occidente “civilizzato” che lo ha associato a forme estreme di barbarie umana, attribuendolo a uomini simili ad animali, privi delle elementari regole della convivenza sociale. Accuse di cannibalismo rivolte da un gruppo umano ad un altro sono frequenti nella storia e sono ben spiegabili con la paura degli “estranei” e con la necessità di distinguere la propria “civiltà” dall’altrui “barbarie”.

L’interesse per il fenomeno cannibalico si palesa soprattutto nella produzione letteraria: molte opere, a partire già dalle Storie di Erodoto, rivelano spesso la curiosità, l’interesse ma anche l’orrore e il disgusto per una pratica considerata selvaggia e primitiva. Nelle Storie così Erodoto scrive:

A settentrione, al di là del deserto che si estende oltre le terre degli Sciti, vivono gli Androfagi, tra di loro si praticano gli usi più selvaggi del mondo e sono un popolo senza giustizia e senza nessuna legge. Sono nomadi, vanno vestiti in modo simile agli Sciti, parlano una loro lingua e, tra quei popoli, sono gli unici che mangiano carne umana (Erodoto, IV: 106).

Il cannibalismo, però, è stato oggetto di grande interesse e attenzione solo a partire dal XVI secolo; viaggiatori, missionari e funzionari coloniali hanno raccolto e pubblicato una gran quantità di testimonianze sul fenomeno che rappresentava, a loro dire, una delle caratteristiche principali dei popoli primitivi con cui erano entrati in contatto durante i loro viaggi. Ciononostante, paradossalmente, è il fenomeno meno conosciuto ed esplorato dalla letteratura antropologica. Uno studio scientifico sulle sue origini comincia solo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ma, vista l’impossibilità e la difficoltà di elaborare risposte soddisfacenti ed univoche al problema, l’antropologia ha abbandonato questo filone di ricerca impegnandosi nell’analisi del fenomeno da prospettive differenti, approssimative e influenzate da pregiudizi, ponendo spesso le basi per giudizi di valore negativi.

Allo studio del cannibalismo si dedicarono soprattutto gli antropologi della scuola storico-culturale, fra cui Ewald Volhard, giovane antropologo che nel 1939 pubblicò un volume dal titolo Il cannibalismo, nel quale raccolse, con minuzia di particolari, una gran quantità di testimonianze relative a pratiche che implicano il consumo di carne umana, basate su racconti diretti di esploratori, missionari ed etnologi.

Gli innumerevoli fenomeni singolari del cannibalismo possono classificarsi, in base a quello che essi stessi offrono come contenuto significativo, in quattro gruppi principali: cannibalismo profano, giuridico, magico e rituale. Come il cannibalismo profano è quello più povero di significato, così quello rituale è il più ricco (Volhard, 1991: 441).

L’opera di Volhard contribuì a collocare il fenomeno cannibalico all’interno di un più ampio contesto simbolico e religioso, scartando l’idea di una ipotetica origine primitiva e selvaggia, distruggendo il mito del cannibalismo che si configurava come una forma estrema di razzismo e paura dell’altro, del diverso da noi, che spingeva ad attribuire tale pratica, spesso in maniera del tutto fantasiosa, a popolazioni lontane nel tempo e nello spazio e quindi facilmente etichettabili come barbare. Si è oggi ben compreso che

l’orizzonte cannibale […] è un elemento costitutivo della cultura, di tutte le culture in diverso grado. A questo titolo è produttore di pratiche sociali, culturali, politiche e religiose e si manifesta nelle forme più varie: il mito, il racconto, l’attività artistica, le produzioni inconsce, l’espressione amorosa, la manifestazione delle identità, i simboli religiosi, le relazioni di potere, le rappresentazioni del corpo e della malattia, lo spazio della parentela (Kilani, 2005: 276).

Si è però ancora lontani dall’inserire l’analisi del fenomeno all’interno di una problematica antropologica più ampia che ricomprenda al suo interno tutti gli aspetti del problema e che ne possa restituire una visione il più possibile completa e coerente, libera da giudizi di valore. Semplificando, l’universalità del cannibalismo, nelle varie forme che assume e sotto le quali si presenta, risiede nella sua straordinaria capacità di organizzare e discretizzare la realtà, di costruire identità e alterità: attraverso la pratica cannibalica l’uomo si presenta e si rappresenta, costruisce modelli che servono ad articolare il suo rapporto con gli altri, con la vita e la morte, ad organizzare campi di significati derivanti dalla produzione culturale dell’uomo e della cultura. L’appartenenza di un individuo ad un gruppo sociale dipende dalla condivisione, anche parziale, da parte di tutti i membri, di determinati modelli culturali attraverso i quali costruire i confini che delimitano il “noi” dagli “altri”, gli “uguali” dai “diversi”. Le pratiche cannibaliche, al pari di qualunque attività politica, religiosa, sociale e culturale, possono così essere considerate come uno spazio all’interno del quale si costruiscono e si affermano le identità del singolo e del gruppo in relazione all’altro da loro.

Théodore De Bry,Scene di cannibalismo
Théodore De Bry, Scene di cannibalismo (1596)

Comprendere il complesso meccanismo alla base del processo di costruzione identitaria, attraverso la particolare pratica del cannibalismo, può diventare, se usato correttamente, un utile strumento di interpretazione critica della realtà contemporanea in cui quotidianamente agiscono sistemi di codificazione identitaria simili nella sostanza ma dissimili nella forma.

Per tentare di comprendere tale fenomeno è importante inserirlo e collocarlo all’interno del vasto universo simbolico comprendente la concezione della vita, della morte e la continuità di un gruppo sociale. Prescindendo dai casi di cannibalismo per necessità quando, a causa di carestie, guerre o situazioni eccezionali, di fatto la carne umana costituisce l’unico cibo disponibile, nelle società che lo praticano il cannibalismo si configura come un atto rituale che presuppone l’esistenza di regole condivise dal gruppo, relativamente, per esempio, alle modalità di uccisione e smembramento del corpo della vittima, alla distinzione tra parti commestibili e parti proibite, alla loro attribuzione (alcuni organi possono essere riservati o vietati a determinate categorie di persone), alle modalità di preparazione delle carni.

Quindi nell’analizzare il fenomeno una prima importante distinzione da fare è quella tra cannibalismo rituale, di specifico interesse per l’antropologia culturale, consistente nel mangiare parti del corpo umano a scopo magico o religioso, e cannibalismo di penuria. Quest’ultimo ha un significato puramente alimentare, è un mezzo per sopravvivere in situazioni di grave carestia, assoluta mancanza di cibo o gravi difficoltà nell’approvvigionamento alimentare.

A questo particolare tipo di cannibalismo si riferisce Polibio nelle Storie quando scrive:

Nel periodo in cui Annibale progettava di preparare con le truppe la marcia dall’Iberia in Italia, e si preannunciavano enormi difficoltà per i viveri e la disponibilità di rifornimenti per le truppe […] uno degli amici […] espresse il parere secondo cui gli si presentava una sola via che consentisse di arrivare in Italia. Quando Annibale lo invitò a parlare, disse che bisognava addestrare e abituare le truppe a mangiare carne umana (Polibio, IX; 24).

Interessante è quanto scritto da Lévi Strauss in Tristi Tropici:

Nessuna società è profondamente buona e nessuna è assolutamente cattiva […] Prendiamo il caso dell’antropofagia che, di tutti gli usi selvaggi è senza dubbio quello che ci ispira più orrore e disgusto. Bisognerà prima di tutto dissociarne le forme propriamente alimentari, cioè quelle per cui l’appetito della carne umana si spiega con la mancanza di altro nutrimento animale, come in alcune isole polinesiane. Da quella fame violenta nessuna società è moralmente protetta; la fame può spingere gli uomini a mangiare qualsiasi cosa e ne è prova l’esempio recente dei campi di sterminio (Lévi Strauss, 2008: 331-332).
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Un’ulteriore importante distinzione è quella tra endocannibalismo ed esocannibalismo. L’endocannibalismo si presenta come una fase delle cerimonie funebri in cui viene consumata parte del corpo del defunto affinché il suo spirito possa continuare a sopravvivere, evitando così che il gruppo, con la morte del congiunto, ne perda le qualità. Tale forma di cannibalismo solitamente non prevede l’uccisione della vittima ma si focalizza su persone già morte. La loro carne e le loro ossa rappresentano simbolicamente la rigenerazione e la trasmissione dei valori sociali e della fertilità da una generazione alla successiva. In molti popoli era previsto il consumo delle ceneri dei defunti, della loro carne carbonizzata o delle ossa triturate che, mescolate con bevande, venivano ingerite, prolungando la vita dell’estinto. Esempio di tale pratica sono i Yanoama dell’Amazzonia e della Nuova Guinea che cremano i resti dei loro defunti ingerendone le ceneri durante particolari cerimonie rituali. Secondo le loro credenze soltanto così sarà possibile all’anima del defunto abbandonare il corpo e tornare alla casa del Tuono dove vivrà in eterna giovinezza.

Viceversa, l’esocannibalismo vede i nemici catturati o uccisi in guerra, schiavi e stranieri, trasformarsi in cibo. La vittima è sempre una persona esterna al gruppo di appartenenza. In un contesto ritualizzato, quale quello bellico, in cui la violenza viene rivolta all’esterno del gruppo di appartenenza, cibarsi del nemico significa assorbirne il valore, le qualità e l’energia, impedendo allo spirito nemico di vendicarsi o nuocere al gruppo.

Le pratiche esocannibaliche erano in passato assai diffuse tra le tribù di cacciatori di teste in Polinesia, Melanesia, Nuova Guinea, Africa ed America Latina. Proprio qui tra i Tupinamba, il mercenario tedesco Hans Staden visse per quasi un anno con l’incubo di essere divorato. Nel racconto della sua avventura nel Nuovo Mondo ci fornisce numerosi particolari sulle pratiche esocannibaliche del raggruppamento Tupi-Guaranì. Costretto dai suoi carcerieri a partecipare ad un rito di uccisione e consumazione delle carni di uno schiavo, così racconta:

Venne il momento di bere per la morte dello schiavo; perché questa è la loro usanza: Quando decidono di mangiare un uomo, preparano con le radici una bevanda che chiamano cauim, e solo quando il cauim è completamente bevuto uccidono la vittima […] Gli dissi «sono anch’io un prigioniero come te, e non sono venuto qui per mangiarti, ma i miei padroni mi hanno portato con sé», mi rispose che sapeva bene come la nostra gente non mangiasse carne umana (Staden, 1991: 68).

Francesco Remotti dedica il saggio Contro l’identità, pubblicato nel 1996, alla comprensione dei rituali che accompagnano la cannibalizzazione dei nemici tenuti prigionieri presso i Tupinamba. Dalla lettura del racconto di Staden e influenzato da Montaigne, Remotti vede nella ritualità cannibalica una contrapposizione tra “noi” e “loro”. Negli Essais Montaigne descrive i vizi e i difetti della società francese ed europea del suo tempo e poi così afferma:

Mi sembra [che in quei popoli] non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio […] se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo (Montaigne, 1966: 272).

L’appellativo barbarie nasce dai nostri limiti conoscitivi, dalla nostra incapacità di comprendere ciò che a noi è estraneo, dalla trasformazione delle nostre idee, opinioni e costumi in certezze e verità dogmatiche e assolute. «Possiamo ben definirli barbari» concede Montaigne, ma solo «se li giudichiamo secondo le regole della ragione», non se li confrontiamo «con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie» (Montaigne, 1966: 278).

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Tale contrapposizione nasce dalla guerra guerreggiata praticata dalle tribù di caccia e raccolta, non per acquisire nuovi beni o nuove terre ma per dimostrare la propria superiorità, singola o di gruppo, nei confronti dell’altro; una volta sconfitti si è consapevoli di diventare cibo dei vincitori. In tale opposizione è possibile individuare la volontà di annientamento e di acquisizione dell’altro diverso da noi attraverso l’ingestione, inglobandolo sotto forma di alimento. I gruppi che si contrappongono e combattono si intrecciano senza fine: il guerriero sconfitto diventa il pasto del nuovo vincitore il cui corpo a sua volta diventerà la tomba del vinto che ritroverà i suoi compagni precedentemente divorati, in una sfida continua alimentata dalla volontà di voler imporre la propria identità, individuale e di gruppo, sugli altri. Inoltre, ulteriore elemento di coesione sociale e gruppale, «la trasformazione del nemico in alimento richiede tempo e passaggi» (Remotti, 1996: 77), viene cioè modificato nel suo aspetto esteriore e adattato ai canoni estetici del gruppo vincitore, non viene disprezzato ma gli vengono riconosciute qualità e valore. Il processo di manipolazione del cibo, nello specifico carne umana, ne esorcizza la pericolosità, in quanto corpo estraneo potenzialmente contaminante che immettiamo all’interno del nostro organismo. L’alimentazione rientra a pieno titolo tra le pratiche fondamentali del sé, dirette alla propria cura attraverso il costante nutrimento del corpo con cibi considerati culturalmente appropriati che, oltre a costituire una fonte di piacere, agiscono simbolicamente rivelando l’identità di un individuo a sé stesso e agli altri.

Comincia ad esser chiaro che il cannibalismo non può essere considerato semplicemente un gesto di inaudita ferocia, compiuto da barbare e folli popolazioni, ma deve essere analizzato e osservato con occhio attento per riuscire a cogliere le motivazioni che stanno alla sua base, in un continuo intrecciarsi di diversi livelli di lettura e differenti modalità di analisi.

Qualche anno fa venne pubblicato un articolo, probabilmente frutto della fervida fantasia del giornalista di turno, che narrava di cinque immigrati clandestini sopravvissuti per quindici giorni ad un naufragio essendosi cibati del corpo dei loro compagni morti. Testualmente: «Alcuni dei cadaveri sono stati buttati in mare, ma i cinque rimasti a bordo, allo stremo delle forze, si sono trovati davanti ad una orribile scelta: morire o diventare cannibali». Morire di stenti ma “civilmente” o sopravvivere e diventare cannibali, avvicinandosi pericolosamente al confine tra umanità e animalità? Il cannibalismo si viene quindi a configurare, ancora una volta, come segno tangibile della stigmatizzazione del diverso, di quel processo di produzione dell’alterità attraverso il quale passa la creazione della propria identità. Quindi quale miglior infamante accusa? Mangiare un proprio simile, nutrirsi della sua carne e dissetarsi con il suo sangue…il massimo dell’alterità cui corrisponde il massimo dell’identità. Noi, abitanti della civilizzata Europa, loro pericolosi migranti clandestini che si mangiano l’un l’altro…

Dialoghi Mediterranei, n.14, luglio 2015
Riferimenti bibliografici
W. Burkert, La creazione del sacro. Orme biologiche nell’esperienzareligiosa, Milano, Adelphi Edizioni, 2003.
M. Godelier, Le corpshumain: concu, possédé, supplicié, cannibalisé, CNRS Eds, 2009.
A. Guglielmino, Cannibali a confronto. L’uomo è ciò che mangia, Roma, Edizioni Memori, 2007.
M. Kilani, Cannibalismo e antropoiesi o del buon uso della metafora, in AA.VV., Figure dell’umano. Le rappresentazioni dell’antropologia, Roma, Meltemi, 2005: 261-306.
C. Lévi Strauss, Tristi Tropici, Milano, Il Saggiatore, 2008.
V. Lusetti, Cannibalismo ed evoluzione, Roma, Armando editore, 2006.
V. Lusetti, Il cannibalismo e la nascita della coscienza, Roma, Armando Editore, 2008.
L. Monferdini, Il cannibalismo, Milano, Xenia, 2000.
M. Montaigne, Dei Cannibali, in Fausta Garavini (a cura di), Saggi, Milano, Adelphi, 1966.
F. Remotti, Contro l’identità, Bari, Laterza, 1996.
H. Staden, La mia prigionia tra I cannibali (1553-1555), a cura di A. Guadagnin, Milano, EDT, 1991.
A. Tartabini, Cannibalismo e antropofagia. Uomini e animali, vittime e carnefici, Milano, Mursia, 1997.
R. Villeneuve, Les cannibals, Paris, Pygmalion/Gerard Watelet, 1979.
E. Volhard, Il cannibalismo, Torino, Bollati Boringhieri,1991.

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Antonella Modica, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo con un lavoro di ricerca dal titolo Cannibalismo e sacrifici umani: quando l’uomo diventa buono da mangiare, si è successivamente specializzata nella valorizzazione e musealizzazione delle tradizioni etno-antropologiche. Tra i suoi interessi questioni relative soprattutto al recupero della conoscenza degli antichi mestieri e della cultura immateriale ad essi connessa.
Ricercando

Requiem per l’università. Un’azienda iperburocratizzata

Requiem per l’università. Un’azienda iperburocratizzata

Ripubblichiamo lo splendido articolo scritto originalmente su ROARS da Sergio Ferlito, che riassume perfettamente lo stato degenerativo dell’istituzione universitaria (e non solo) italiana (e non solo).

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Modellata secondo schemi organizzativi aziendalistici e schiacciata dal peso insostenibile di una burocratizzazione telematica onnipresente e sempre più invasiva, l’Università sta morendo. Sta morendo nell’indifferenza generale; e sta morendo – spiace dirlo – con il fattivo contributo, forse non del tutto inconsapevole, di coloro ai quali questa veneranda istituzione dovrebbe stare più a cuore: il corpo docente e dirigente. E con l’Università stanno morendo i valori culturali, sociali e politici alla cui elaborazione e trasmissione essa è stata preposta per secoli. Aziendalizzazione e teleburocratizzazione sono i nomi del morbo letale che sta uccidendo l’Università.

Diciamolo subito: non è una malattia soltanto italiana. Nell’età della globalizzazione sono pochi i problemi esclusivamente nazionali; per lo più si tratta di fenomeni planetari, benché connotati da specificità locali.

In Europa il punto d’avvio di questo percorso necrotico risale al c.d. “processo di Bologna”, così denominato perché, nel 1999, i ministri dell’istruzione dei paesi europei si riunirono proprio nel luogo in cui ha sede la più antica Università del Vecchio Continente per sottoscrivere una Dichiarazione che si proponeva di riformare in radice i sistemi d’istruzione dell’Unione. Benché non esplicitata, la spinta ideale della riforma era motivata da ragioni economiche.

L’obiettivo a cui essa mirava non consisteva nel riformare i sistemi d’istruzione al fine di renderli più adatti alla formazione culturale necessaria per comprendere e gestire un mondo complesso; il suo intento era piuttosto quello di renderli più efficienti per la crescita economica interna e più competitivi su scala mondiale. A conferma di tale orientamento, a meno di un anno di distanza dall’incontro avvenuto in una città che un tempo era chiamata “la Dotta”, i Capi di Stato e di Governo si riunirono a Lisbona per approvare un documento, noto come “Strategia di Lisbona”, il cui ambizioso progetto si proponeva di fare dell’Europa «l’economia basata sulla conoscenza [knowledge-based economy] più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile, con nuovi e migliori posti di lavoro». La via indicata a tal fine venne tracciata poco dopo, con l’avvio del c.d. “piano d’azione e.Europe,consistente nel favorire l’uso, la diffusione e la disponibilità di reti telematiche a banda larga al fine di incrementare l’e.Governement, l’e.health, l’e.business, nonché, appunto, l’e.learning, così da far rientrare anche l’istruzione e la formazione culturale nel quadro – mi si consenta il neologismo – dell’e.tutto. Aziendalizzazione e digitalizzazione sono facce della stessa medaglia.

A distanza di poco meno di un ventennio e dopo la crisi economica più duratura e devastante che si sia abbattuta sull’economia mondiale dai tempi del 1929, si resta allibiti constatando la miopia che fin da allora attanagliava la classe dirigente europea. Se la crisi del 2008 ci ha insegnato qualcosa è che a essere in crisi non era solo l’economia reale, l’economy; era piuttosto – e continua ad esserlo – la dottrina economica studiata e insegnata nelle università di tutto il mondo, l’economics, quanto meno nella sua versione mainstream.

L’aspetto più grave, allo stesso tempo meno percepito e meno dibattuto, della crisi del 2008 è che essa è il prodotto non solo, e forse non tanto, dell’instabilità congenita dei mercati, quanto di una regressione culturale che ricorda il declino dell’Impero romano e della cultura latina. Alcuni anni prima della strategia di Lisbona e con ben altra lungimiranza, David Harvey aveva segnalato che la produzione di conoscenza organizzata secondo moduli aziendalistici si stava notevolmente diffondendo e stava acquistando una base sempre più commerciale; «si consideri» – scriveva – «la non agevole trasformazione di molti sistemi universitari del mondo capitalistico avanzato dal ruolo di custodi del sapere e della saggezza a quello di produttori subordinati di conoscenza per il capitale delle grandi aziende».

Negli anni a noi più vicini, questo processo di mercificazione della cultura e aziendalizzazione dell’Università ha subito una rapidissima intensificazione che condurrà nel giro di qualche lustro alla sua definitiva estinzione. Al suo posto avremo Università on line e centri di formazione telematici nei quali un singolo docente potrà fare lezioni a un elevatissimo pubblico di studenti sparsi sull’intero territorio nazionale, o persino all’estero, che assisteranno alla lezione dallo schermo del loro computer o, più probabilmente, dal display dello smartphone: sono i MOOC (Massive Open Online Courses), corsi universitari on line e, in apparenza, gratuiti. Nel 2013 l’UE ha abbracciato con entusiasmo questo progetto e, con la benedizione del CUN e della CRUI (Consiglio Universitario Nazionale e Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), oggi nel nostro paese esistono dozzine di Università telematiche.

Il passaggio dalle Università tradizionali ai MOOC sarà meno traumatico di quanto possa credersi, e lo sarà perché poco appariscente. Già oggi, infatti, le Università che ancora mantengono le lezioni c.d. “frontali” e che preferiscono all’incontro virtuale quello reale, consentendo così a docenti e allievi di guardarsi negli occhi, sono per il resto interamente telematizzate. La distanza fra i due modelli sta diventando sempre più esigua. D’altra parte, in un’epoca in cui pressoché tutti gli Stati devono fare i conti con crescenti vincoli di bilancio, perché mai pagare gli stipendi a un nutrito corpo docente se un singolo professore può, da solo, fare lezione a una platea sterminata? O perché mai assumere docenti a tempo pieno se, analogamente a quanto avviene nelle aziende, anche le Università possono ricorrere a contratti a termine e a incarichi esterni? Quanto, poi, all’accertamento dell’identità personale dello studente richiesta al momento dell’esame, essa avverrà mediante il riconoscimento dell’iride realizzato grazie a fibre ottiche installate sul display.

Ovviamente, una volta registrati, quei dati personali resteranno – insieme a mille altre tracce – in eterno nel cloud e nutriranno i big data. Algoritmi e data mining penseranno a fare il resto, cioè a elaborare perfetti profili di milioni di individui appositamente preparati per ricevere pubblicità commerciale e “spinte gentili” capaci di orientare i comportamenti politici e sociali dell’umanità Dio solo sa verso quali direzioni. Con felice opzione linguistica, Richard Thaler e Cass Sunstein – due noti “architetti delle scelte”, campioni del neoliberismo – hanno chiamato nudge queste morbide costrizioni. Del resto, se le aziende navigano a vele spiegate verso l’industria 4.0, intensamente robotizzata e gestita dall’intelligenza artificiale, perché mai un’Università pensata come un’azienda non dovrebbe seguire lo stesso itinerario di modernizzazione? Già oggi molti esami, ivi compresi i famigerati test d’ingresso all’Università, sono congegnati in modo tale da poter essere valutati da computer e algoritmi.

Cosa ha portato a questo naufragio? C’è una potente ideologia sottostante a questo processo di aziendalizzazione e telematizzazione del mondo, un’ideologia che oggi risulta vincente su scala planetaria proprio perché, dopo la sbornia ideologica che ci ha accompagnato nel secolo scorso, riesce a rendersi impalpabile e invisibile, a presentarsi come approccio deideologizzato, come orientamento puramente pragmatico, pratico ed empirico, come concreta “cultura del fare” che non costringe, ma spinge gentilmente: è l’ideologia neoliberista, un’ideologia invasiva che mette al centro della sua visione del mondo l’efficienza, la crescita economica e il profitto, ed eleva dunque l’impresa a modello organizzativo esemplare sul quale plasmare l’intero ordine sociopolitico, senza escludere dal suo raggio d’azione le istituzioni culturali. Il neoliberismo è una forma di biopolitica il cui obiettivo primario, in larga parte già coronato da successo, consiste nel generare una mutazione antropologica orientata a riplasmare ogni valore umano e ogni categoria culturale al fine di renderle leggibili solo all’interno di un quadro di riferimento strettamente economico.

Ovunque nel mondo le Università sono state risucchiate in questo vortice e l’istruzione, sia scolastica che universitaria, è stata piegata alle logiche del mercato e modellata su categorie quantitative, accantonando la qualità. Nell’Unione Europea sono stati introdotti gli ECTS, European Credit Transfer and Accumulation System, vale a dire il sistema di crediti, meglio noti in Italia come CFU (crediti formativi universitari), sicché la prima cosa che gli studenti imparano è che anche la formazione, la cultura e il sapere si contano e ricadono nelle categorie dell’economico: producono “crediti” e “debiti”.

In stretta analogia con la logica dello scambio mercantile, ciascun corso di laurea (fra triennali e magistrali oggi in Italia sono ben 4454) per rispondere alla “domanda” di istruzione deve dotarsi di una specifica “offerta formativa”, i cui insegnamenti vengono “erogati”, come se i docenti universitari fossero, appunto, erogatori, analoghi alle pompe di benzina o ai distributori automatici di bevande e merendine. E non c’è da stupirsene: i professori universitari non sono più persone che rispondono alla vocazione del docere; sono “punti organico”. Non si tratta di mera sciatteria linguistica, ma di una sofisticata strategia studiata ad arte per colonizzare la mente. In un’ottica di questo tipo, va da sé che si chiamino “prodotti” i risultati dello studio e delle ricerche dei docenti – di quei pochi docenti che, malgrado il peso insostenibile di innumerevoli pratiche burocratiche on line cui devono attendere quotidianamente, trovano ancora il tempo e la voglia di studiare. Sono “prodotti” – e prodotti particolarmente apprezzati sul mercato universitario – persino le lauree, perché la produttività delle aziende universitarie viene misurata, tra l’altro, in ragione del rapporto fra numero di iscritti e numero di laureati, ossia fra la materia prima che entra nel sistema produttivo, l’input, e i titoli sfornati, l’outputo, appunto, il prodotto, che in questo caso viene chiamato “capitale umano” perché costituisce – assieme ai più tradizionali “terra”, “capitale” e “lavoro” – uno dei fattori di produzione.

Per valutare “prodotti” e “produttività” del sistema, esiste ovviamente una vasta rete di agenzie di rating, sia nazionali che internazionali, che emettono responsasulla qualità ed affidabilità di Atenei, Dipartimenti e Corsi di laurea ed è sulla scorta di queste quotazioni che i Governi distribuiscono i fondi pubblici, peraltro sempre più esigui. Atenei e Dipartimenti sono perciò spinti sul terreno della concorrenza reciproca, esattamente come qualsiasi azienda. Come per queste ultime, il criterio guida è “scannatevi a vicenda, quanto più intensamente e celermente potete”. I criteri e i parametri mediante i quali le agenzie del rating universitario misurano l’“eccellenza” – parola magica che in realtà fa rabbrividire – sono strettamente aziendalistici. Sia sul terreno della ricerca che su quello della didattica, vi predomina di gran lunga il profilo quantitativo rispetto a quello qualitativo, difficile da misurare, mentre è decisamente più facile – e infinitamente più cretino – affidarsi a criteri bibliometrici, citazionali e di classificazione delle riviste. Due cose accomunano le poco note agenzie del rating universitario alle più note Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch: sia le une che le altre sono viziate da pesanti conflitti d’interesse e in entrambi i casi i responsa che emettono hanno la stessa affidabilità di quella un tempo attribuita all’oracolo di Delfi. Cionondimeno sono attesi e venerati con la stessa fiducia che un tempo nutriva la fede in Apollo. Che la credulità sia diffusa nella confraternita di economisti e operatori finanziari sempre in attesa del verbo di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch sorprende poco; che un’analoga fiducia nel rating universitario sia diffusa anche presso il ceto intellettuale e i professori universitari stupisce di più.

Lo strumentario per realizzare il controllo e il successivo rating delle Università è molto nutrito ed è, ovviamente, rigorosamente telematico. C’è la VQR (Valutazione della Qualità delle Ricerca); la SUA-RD (Scheda Unica Annuale per la Ricerca Dipartimentale); l’AVA (Autovalutazione e Accreditamento dei corsi di studio); per tacere, infine, della farneticante normativa che disciplina procedure e merito dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, l’ASN. Esistono, inoltre, dozzine di altri acronimi altisonanti e indecifrabili (il GOMP, l’IRIS …) e altri infiniti adempimenti burocratici, variabili da Ateneo ad Ateneo e da Dipartimento a Dipartimento, ai quali i docenti devono attendere ogni giorno. Il risultato di questa iperburocratizzazione debordante e ottusa è che i docenti sono costretti a dedicare la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie intellettuali a un profluvio di adempimenti burocratici che, nei rari casi in cui non nuocciono all’Università, sono decisamente inutili: servono solo a sottrarre tempo ed energie allo studio e alla didattica.

Occorre dirlo e dirlo con forza e chiarezza: la digitalizzazione telematica ha spianato un’autostrada alla marcia trionfale della iperburocratizzazione dell’Università. Il web, al cui fascino irresistibile e perverso pochi riescono a sottrarsi, ha spalancato all’ANVUR – l’organismo che governa e controlla l’Università con poteri di gran lunga maggiori di quelli del Ministero dell’Istruzione – sconfinate praterie da conquistare e colonizzare con armi telematiche. Quel che lascia esterrefatti è che Atenei e Dipartimenti ne seguono le orme con entusiasmo, nella convinzione – non so se più stupida o più ingenua – che digitalizzare la burocrazia significhi ridurla, renderla più snella, leggera, agile e impalpabile. Il risultato è stato invece quello di farle assumere dimensioni elefantiache. Negli anni Settanta, quando ero studente presso la Facoltà (come si chiamava allora) di Scienze Politiche, il personale tecnico-amministrativo contava sì e no quattro o cinque addetti che riuscivano ad espletare le loro funzioni in modo esemplare. L’attuale Dipartimento omonimo presso il quale ora insegno, che è all’avanguardia sulla via del “progresso” telematico, annovera non meno di due dozzine di dipendenti i quali, malgrado la loro incondizionata dedizione e l’indiscutibile professionalità, arrancano con fatica per attendere agli infiniti adempimenti telematico-burocratici cui sono quotidianamente sottoposti, analogamente al corpo docente.

Sulla crisi dei sistemi d’istruzione superiore e universitaria esiste una robusta letteratura, sia italiana che straniera, e a essa non si può che rinviare chiunque abbia voglia di saperne di più. C’è tuttavia un aspetto cruciale sul quale questa letteratura non insite a sufficienza. I maggiori responsabili della catastrofe universitaria non sono né i governi, né la crisi economica che ha costretto a drastici tagli di bilancio; non lo sono nemmeno i burocrati in sé, che si limitano ad applicare norme che non hanno fatto loro e che non hanno interesse a giudicare; ancor meno responsabili sono gli studenti, i quali sono solo le vittime di un sistema perverso. I responsabili maggiori del collasso dell’Università – addolora dirlo – sono i docenti universitari che, salvo sporadiche e deboli proteste, non hanno mosso un dito per impedire la catastrofe aziendalistico-telematica dell’Università. Per qualche ragione difficile da comprendere, hanno passivamente assecondato il sistema, rendendosi complici del tracollo. Ammaliati dal fascino di un presunto “progresso” che fluttua nel cloud su ali telematiche; catturati dall’immagine di una certa efficienza aziendalistica incarnata dalla figura del manager, adempiono con zelo tutte le prescrizioni di una normativa il cui obiettivo ultimo, e neanche troppo nascosto, è lo smantellamento dell’Università.

Come molte altre istituzioni, la vecchia Università era certamente piena di molti e gravi difetti, fra i quali spiccava il nepotismo familistico. Ma era anche piena di pregi e di alte qualità: non ha mai pensato che la cultura fosse merce; non ha mai creduto di essere un surrogato degli uffici di collocamento sul mercato del lavoro e non ha mai imposto agli studenti tirocini gratuiti a beneficio di enti pubblici e aziende private; ha invece provveduto alla formazione piuttosto che all’informazione e, infine, ha tenacemente difeso la sua autonomia contro ogni invadenza burocratica. Certamente l’Università italiana non era peggiore di quelle di altri paesi, così come non era peggiore la scuola che, malgrado tutto, continua ancora a essere una fra le migliori al mondo. Per correggere i difetti di cui soffriva l’Università si sono prescritte cure peggiori del male che si voleva curare, cure che hanno però il fascino del cambiamento, dell’innovazione, del progresso. Disgustato dalla teleburocratizzazione dell’Università trasformata in azienda, un professore dell’Ateneo genovese, Accademico della Crusca, si è dimesso e il suo gesto esemplare dovrebbe essere seguito in massa. Invece i più si adeguano, avallando così le istanze della burocratizzazione telematica. Sono pochi i docenti che non si piegano alla VQR, alla SUA, all’AVA, alle regole dell’ASN e agli altri infiniti adempimenti che stanno schiacciando l’Università; pochi quelli che si rifiutano di far parte di commissioni di valutazione di pari o di altri organi di controllo e accreditamento; pochi, troppo pochi, quelli disposti a imboccare la strada della disobbedienza civile e del boicottaggio del sistema, che è forse l’unica strada che resta per arrestare la deriva.

«Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi di proporzioni inedite e di portata globale» – scriveva qualche anno fa Martha Nussbaum; e proseguiva: «Non mi riferisco alla crisi economica mondiale che è iniziata nel 2008. In quel caso, almeno, tutti si sono resi conto della crisi in atto e molti governi nel mondo si sono dati freneticamente da fare per cercare delle soluzioni […]. Mi riferisco invece a una crisi che passa inosservata, che lavora in silenzio, come un cancro; una crisi destinata ad essere, in prospettiva, ben più dannosa per il futuro della democrazia: la crisi mondiale dell’istruzione». La citazione è piuttosto lunga e chiedo venia al lettore; ma quel che segue merita di essere riportato tale e quale. «Sono in corso radicali cambiamenti riguardo a ciò che le società democratiche insegnano ai loro giovani, e su tali cambiamenti non si riflette abbastanza. Le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto; esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza si protrarrà, i paesi di tutto il mondo ben presto produrranno generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze e delle esigenze delle altre persone. Il futuro delle democrazie di tutto il mondo è appeso a un filo».

Sante parole. Ma siamo sicuri che le “docili macchine” incapaci di “pensare da sé e criticare la tradizione” stiano solo dall’altra parte della cattedra? Forse è giunto davvero il tempo d’intonare il Requiem.

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Antropologia

Gli dei celtici della penisola iberica: parte 5 –…

  1. Endovelico – Endovelicus

Endovelico è un Dio ctonico, proveniente dagli inferi, o almeno dai mondi sotterranei. Egli possiede vari attributi come la profezia, la guarigione, la terra ma anche la vegetazione e l’aldilà. Il suo culto è saldamente legato alla collina oggi conosciuta come São Miguel da Mota nel comune di Alandroal. Infatti, era venerata dai popoli della provincia romana di Lusitania, forse anche più che in epoca preromana. È un Dio dai molti volti che, nella mitologia, avrebbe visitato gli inferi per ottenere il potere della guarigione.

In seguito fu accettato dagli stessi Romani, che lo paragonarono ad Asclepio o a Serapide e lo resero un Dio relativamente popolare.

  • Etimologia

Negli ultimi due secoli, diverse etimologie sono state attribuite a Endovelico. In primo luogo, il teonimio appare in diverse forme: Endovelico, Enobolico, Indovellico, Endovollico, Enovolico. Ciò può essere dovuto a differenze nel dialetto e/o a diversi aspetti del Dio, di cui parleremo più avanti. Sebbene le iscrizioni siano tutte nello stesso luogo, persone provenienti da tutta Lusitania sono confluite, in pellegrinaggio, al suo tempio e hanno consacrato le loro iscrizioni alla divinità, il che spiega le differenze dialettali.

Sono state trovate anche molte iscrizioni, dedicate a un Dio chiamato Vaelico o Velico. Sono stati tutti trovati a Candeleda, in Spagna, nel territorio di Vetton. È probabile che questo Dio fosse lo stesso di Endovelico.

Vettoni, artista sconosciuto.

José Leite de Vasconcelos, prolifico etnografo, archeologo e scrittore portoghese che ha scritto molto sulla filologia e la preistoria portoghese, un vero pioniere di questo tipo di studi, è stato il primo ad analizzare l’etimologia del teonimo. Sostiene che Endovelico deriverebbe da una parola protoceltica ricostruita in *Andevellicos. La radice *ande indicherebbe un prefisso di intensità, e *vellicos verrebbe da *vello, che in gallese e nel bretone moderno si è evoluto in gwell, che significa “buono” o “migliore”. Così, *ande seguito da *vellicos significherebbe “il Molto Buono”. Più tardi, un altro esperto, Cardim Ribeiro, ha esteso questo significato a “colui che è benevolo”. Queste deduzioni cominciano a illuminarci sulla natura di questa divinità.

Secondo Antonio Tovar, storico, linguista e filologo spagnolo, Endovelico potrebbe invece essere una deformazione di Endobelico, un aggettivo formatosi su Endo-Beles (Indibilis), che significherebbe “l’oscuro”, “il molto oscuro” o “il molto oscuro” rendendolo una divinità degli inferi.

Tornando al nome Vaelico, deriverebbe dal celtico *uailo-, dal proto-indoeuropeo *wĺ̥kʷos, entrambi significano “lupo”, “pericoloso”. Se accettiamo che Vaelico ed Endovelico siano finalmente uno solo, questa etimologia si applicherebbe anche all’Endovelico.

Mappa delle città dei Vettoni nella penisola Iberica

Una teoria più recente è stata proposta, sarebbe una parola presa in prestito dal proto-basco, dalla radice *bels. In questo caso, il nome originale sarebbe stato *Endo-belles, “il più nero”, corrispondente quindi alle caratteristiche ctonie.

Per concludere, possiamo dedurre che secondo la proposizione etimologica che viene fatta, Endovelico può essere o una divinità benevola associata all’aiuto e alla benevolenza verso il suo popolo, o una divinità oscura e ctonica che veglia sul regno dei morti, come il greco Ade o il romano Plutone.

Si dà il caso che, sulla base delle epigrafi, dei suoi epiteti, dell’interpretazione romana a lui applicata e del contesto geografico dei suoi culti, potrebbe essere entrambe le cose.

Il contesto geografico dei culti Endovelico

  • Il tempio romano di Terena

Il tempio romano di Endovelico si trovava sulla cima di una collina vicino a Terena, in Portogallo. Più tardi, vi fu costruita una chiesa di San Michele, che forse nel frattempo era stata riadattata dagli Alain. In seguito, i musulmani trasformarono il tempio in una moschea e, con la Reconquista, il tempio divenne di nuovo un edificio cristiano. Questa chiesa è ora in rovina, così come il vecchio tempio di Endovelico.

Il tempio era, molto probabilmente, un grande edificio con colonne e statue, come tutti gli altri santuari romani. Il marmo, materiale che indica la grandezza e il valore che i romani diedero a questa divinità, così come alcune delle epigrafi del tempio furono utilizzate per costruire altre infrastrutture dopo la fine del culto di Endovelico, ovvero la suddetta chiesa, intorno al V secolo d.C..

Intorno al tempio ci sono resti di una fortificazione, ed è possibile che questo luogo fosse già utilizzato come luogo religioso prima dell’intervento romano.

Gli archi dell’università di Evora, sostenuti da colonne provenienti probabilmente dal tempio di Endovelico

Nel 1559, il tempio era ancora relativamente ben conservato quando il cardinale Henrique ordinò la rimozione di 96 colonne di marmo dal sito per la costruzione del Colégio do Espírito Santo a Évora. L’antico tempio romano era sicuramente uno spettacolo da vedere, e certamente uno dei più importanti dell’intera penisola iberica.

Dell’edificio sono rimaste solo le fondamenta. Tuttavia, gli scavi archeologici hanno portato alla luce ceramiche e anfore, nonché altari votivi dedicati a Endovelico, e hanno portato alla scoperta di diversi elementi architettonici, tra cui i “pozzi” realizzati nella roccia. Le vasche suggeriscono l’esistenza di riti, sacrifici di animali e, possibilmente, celebrazioni di carattere rituale.

L’aspetto importante da ricordare qui è la cima della collina dove si trovava il tempio, perché è un’indicazione delle funzioni di Endovelico.

  • Rocha da Mina, un possibile tempio preromano di Endovelico

Non lontano dal colle di Terena, dove un tempo sorgeva il tempio romano di Endovelico, si trova un antico luogo di culto preromano. È conosciuta come Rocha da Mina, dove un tempo si trovavano molte querce (che ora stanno scomparendo a causa della diffusione dell’eucalipto). È circondata da un fiume chiamato Lucefecit.

L’antico tempio si trova ugualmente in cima a una collina, raggiungibile con una scala. In cima c’è un altare e un pozzo, entrambi utilizzati per scopi rituali. I pozzi erano comuni nei santuari dell’età del ferro, che erano generalmente associati al culto delle divinità ctonie.

Il tempio di Rocha Da Mina visto dal basso

Alcune iscrizioni in Endovelico dicono che l’Incubatio faceva parte del culto di questo Dio. È un’antica pratica di divinazione che consiste nel dormire nel tempio di un Dio o di una Dea, o nelle vicinanze, per ricevere la visita della divinità nei suoi sogni. E questo per cercare consigli, ispirazione, ecc… Vasconcelos ha ipotizzato che ci fosse una cavità o una tana vicino al tempio romano di Endovelico dove si praticava l’incubatio. La sua affermazione deriva principalmente dal fatto che una qualche forma di cavità sarebbe un mezzo per stabilire un contatto con gli inferi, su cui probabilmente regna questo Dio.

Il sito di culto preromano è stato scoperto solo negli anni ’90, molti anni dopo la morte di Vasconcelos. Pertanto, il pozzo di Rocha da Mina potrebbe essere quello che è stato utilizzato per praticare l’incubazione, come previsto da Vasconcelos.

Una scena di incubazione in un asclepione, che equivaleva a far addormentare il paziente in modo che Asclepio venisse da lui in sogno per diagnosticare la sua malattia ed eventualmente indicare il rimedio appropriato, i sacerdoti medici avrebbero poi interpretato questi sogni per tradurli in una prescrizione. L’Asclepione era un tempio dedicato ad Asclepio in cui i medici erano formati ma dove i pazienti erano anche accolti.
bassorilievo, Grecia V secolo a.C., in mostra al Museo Archeologico del Pireo ad Atene.

Vicino a Rocha da Mina e intorno all’area del fiume Lucefecit, si trova anche una necropoli megalitica, che sottolinea ulteriormente la natura ctonica di questo sito.

Herminius Mons: Avrete notato lo strano nome del fiume che circonda questi antichi templi. Molto probabilmente ha una radice nel nome Lucifero, spesso associato al Diavolo, ma anche un nome per Venere (Nota dell'autore: in origine, per i romani, Lucifero personificava la "stella del mattino" (Venere). Prima del sole, annunciava l'arrivo della luce dell'alba). Tuttavia, a causa della natura ctonica dei siti che circondano questo fiume, è probabile che abbia ricevuto questo nome in epoca cristiana.
Afonso X, re di Leon e di Castiglia, scrisse il Cantigas de Santa Maria, uno dei più importanti documenti dell'antica lingua portoghese (chiamato anche galiziano-portoghese). Non sono stati scritti in castigliano perché il galiziano-portoghese era la lingua ufficiale della poesia e della musica in Iberia nel Medioevo.
In ogni caso, questi canti erano dedicati a Maria di Terena. Nel canto 213, c'è una conversazione con il diavolo e uno dei versi dice "Dun rio que per y corre, de que seu nome non digo", che può essere tradotto approssimativamente come "Da un fiume che lo attraversa, il suo nome non lo dirò". Questo è il fiume Lucefecit di Terena, perché è da Lucifero il cui nome è stato comunemente evitato, il che può confermare l'origine del nome Lucefecit.
  • Il tempio di Vaelico

La divinità Vaelico aveva un luogo di culto a Candeleda, in Spagna. Questa zona apparteneva ai Vettoni, una tribù indigena vicina ai Lusitani.

Anche se non è rimasto molto, sappiamo che in questa zona c’erano molti lupi (ricordiamo l’etimologia del nome Vaelico) e che alcune epigrafi furono utilizzate come materiale da costruzione per una chiesa di San Bernardo. Per quanto riguarda Rocha da Mina, c’è una necropoli vicino a quello che un tempo era il tempio di Vaelico.

Forse era un luogo di culto più semplice, forse più primitivo, come quello di Rocha da Mina, il tempio principale è quello di Terena.

Castrum di El Raso, Candelada, Àvila, Spagna
È stato occupato dai Vettoni

Endovelico/Vaelico: un Dio multifunzionale

  • Il Signore degli Inferi

Come ulteriore elemento che rafforza la natura ctonia di Endevelico, che abbiamo precedentemente abbozzato studiando il suo culto preromano, c’è un’iscrizione ad esso dedicata. Dice:

Endovellico - sacrum L(ucius) - T(- - -) M(- - -) / et - T(- - - -) - M(- - - -) - ex imperato averno - a(nimo) l(ibentes) f(ecerunt)

Concentriamoci sulla formula “ex imperato averno”, che si distingue dal resto. Può essere tradotto come “per ordine degli inferi” o “per ordine infernale”. È anche un accattivante indizio che fa luce sul ruolo di Endovelicus.

Il fatto che i templi dedicati a Endovelicus si trovino in cima alle colline può anche significare che le montagne erano profondamente radicate nella Terra, stabilendo un collegamento di fatto con gli inferi. Hanno così permesso a Endovelico di agire sul mondo di mezzo, la terra degli uomini viventi, attraverso di loro.

Come ulteriore interessante scoperta, ci vengono fornite incisioni e statue, alcune raffiguranti cinghiali e maiali, nel tempio di Terena. Infatti, questi animali sono tradizionalmente, nelle religioni pagane, associati agli inferi e alla morte. Le altre incisioni, che rappresentano foglie di palma o corone, sono simboli dell’immortalità, quest’ultima può servire anche a simboleggiare il suo status di sovrano degli inferi.

Infine, Cicerone scrisse:

Una tomba non è stata formalmente completata come tale fino a quando non sono stati eseguiti i riti e non è stato ucciso un maiale".

Infatti, i monumenti funebri greci raffiguravano spesso anche cinghiali, così come quelli dei romani, che a volte mostravano un cinghiale che divorava la vittima. Allo stesso modo, i Celti seppellivano i loro morti con ossa di maiale o con lo scheletro intero di un maiale. Un carro armato sepolto nello Champagne era accompagnato da un intero scheletro di cinghiale. Questo non solo perché gli europei concepivano queste bestie come esseri psicopompi, ma anche perché rappresentavano la forza vitale dell’antenato, che permetteva ai morti di reincarnarsi.

Statua di cinghiale in bronzo di un santuario celtico di Neuvy-en-Sullias, I Sec. a.C.

Alcuni considerano un’altra dea celtica, Ataegina, come la Signora degli Inferi e quindi imparentata con Persefone e Proserpina. Sarebbe logico che Endevelico fosse la sua compagna, come Signore degli Inferi. Ataegina è anche associata al cambio di stagione, proprio come i suoi omologhi greco-romani. Così passa metà dell’anno negli inferi, autunno e inverno, e l’altra metà, primavera ed estate, nel mondo dei vivi.

Endovelico potrebbe quindi anche essere associato al ciclo naturale delle stagioni. Durante Thesmophoria, una festa greca che si svolge nel tardo autunno, i maiali morti vengono gettati in grotte sotterranee per marcire ed essere mangiati dai serpenti. Questo rito ha lo scopo di piangere la discesa di Persefone all’inferno e di celebrare il suo ritorno in primavera. I resti sono stati poi portati negli altari e mescolati con i semi per ottenere raccolti migliori. Qui tutte le associazioni si sovrappongono, sia che riguardino la dualità tra gli inferi e le cime delle montagne, sia che riguardino la vegetazione, che simboleggia il ciclo vegetale che il seme inizia sottoterra prima di crescere verso il cielo, e la benevolenza e la cura che Endovelicus porta al suo popolo.

Torniamo alla teoria che pone come origine del teonimio Vaelico, la parola celtica per “lupo”, un lupo che non sembra essere associato al tempio di Terena. Tuttavia, è stato probabilmente associato a Candeledo, infatti il nome del luogo dove si trova il tempio di Vaelico è Postoloboso. “Lobo” significa “lupo” in spagnolo e portoghese, ed è un suffisso comunemente usato per trasformare le parole in aggettivi. Infine, Loboso ci dice che ci sono molti lupi in questa regione.

Seguendo questa logica, potrebbe essere che i cinghiali siano comuni a Terena, spiegando la loro associazione con Endovelico, così come i lupi sono stati associati a Vaelico, la versione vettiana di questa divinità.

Funzioni

  • Una divinità guaritrice e oracolare

Nonostante la natura ctonica di Endevelico, era associata alla salute. Questo può sembrare contraddittorio a prima vista, soprattutto dal nostro punto di vista moderno, dove la morte è vista come qualcosa che non dovrebbe esistere, una sorta di anomalia. Eppure nel mondo antico non era raro che le divinità guaritrici fossero associate agli inferi. Qui alcune iscrizioni descrivono le sue qualità di guaritore. I fedeli, infatti, hanno inciso i loro nomi, specificando che hanno rispettato i loro voti, e questo per ottenere il recupero di un loro parente.

Sappiamo anche che nell’antica Grecia il culto di Asclepio, il Dio della medicina e della guarigione, prevedeva rituali, sacrifici e la pratica dell’incubazione. Tuttavia, abbiamo visto che questa pratica è stata praticata nel culto di Endovelico. Inoltre, c’è anche un’epigrafe in Endovelico che sembra rappresentare un cane, un animale che, insieme al serpente, era un simbolo sacro di Asclepio. In un mito, il Dio greco si mescola anche con gli inferi, cercando di resuscitare i morti. Egli conduce così Zeus a dividerlo con un fulmine, punendo così uno proibito.

Tempio d’Asclepio, Robert Thom

Un altro aspetto che è giunto fino a noi anche attraverso le iscrizioni è l’aspetto oracolare. Ci ricorda anche Apollo, padre di Asclepio, che era anche associato alla guarigione. Le consacrazioni, firmate dai loro autori, attestano la buona volontà di questi ultimi che avrebbero eretto altari o monumenti in Endovelico, in risposta alla risposta oracolare che aveva offerto loro.

Per concludere questi confronti, utilizziamo la coppia di statue che si trovano anche nel tempio romano di Endovelico. Rappresentano figure cariche di offerte o oggetti sacri. Una di queste statue sembra portare o una figura canina, forse legata ai cani sacri di cui sopra, o un uccello. Mentre l’altro porta sia il corvo che il cigno. E’ difficile per noi discernere l’esatto tipo di uccello rappresentato a causa degli estesi danni che ovviamente hanno subito.

Un busto di Endovelico mostra anche un uomo barbuto rappresentato in modo molto simile alla statua di Asclepio a Epidauro.

Statua d’Asclepio del tempio di Epidauro
  • Saint-Michel

In primo luogo, come precedentemente notato, una chiesa dedicata a San Michele è stata costruita nel punto esatto dove si trovava il tempio romano di Endovelico. Molti dei materiali utilizzati per la sua costruzione sono stati recuperati dall’edificio pagano.

In secondo luogo, la collina dove si trovavano le due costruzioni si chiama ancora oggi São Miguel da Mota (San Michele di Mota, in portoghese). Il culto di Endovelico continuò così fino al V secolo d.C., e fu infine sostituito dal culto di questo santo cristiano.

Questa logica risiede nel fatto che in definitiva San Michele è un patrono dei malati, un santo guaritore, per non parlare delle sue rappresentazioni generali in cui calpesta Satana, un drago o una sorta di entità demoniaca, che potrebbe essere un’allegoria di Endovelico. Questo non solo per la sua natura ctonica, ma anche perché gli dei pagani sono, in generale, considerati in modo infantile dai cristiani come idoli diabolici.

  • l’interpretazione romanica di Fauno e Silvano

Cardim Ribeiro ha condotto uno studio in cui ha analizzato le somiglianze tra Endovelico e le divinità romane Fauno e Silvano, in particolare confrontando le loro rappresentazioni e simboli.

Prima di tutto, questi Dei romani sono entrambi associati alle foreste, all’agricoltura, alla natura, all’allevamento, alla fertilità e hanno anche funzioni di tutela.

Silvano era solitamente raffigurato come un uomo barbuto con una corona di pini. Abbiamo visto prima che Endovelico era rappresentato anche come un uomo barbuto. Una delle sue epigrafi comprende anche un’incisione in pino. Anche le offerte fatte a queste divinità erano simili: maiali, uva e uccelli.

Statua di Silvano, museo delle terme di Diocleziano, Roma

Poi, gli epiteti e le forme di iscrizione erano le stesse anche per Endovelico e Silvano. Deus, sanctus e praestantissimus e praesentissimus (sempre in atto e sempre presenti) erano epiteti condivisi da queste divinità. Le formule pro saluto, ex visu, ex iussu ed ex imperato/imperio compaiono anche sulle iscrizioni dedicate ad entrambi.

Oltre alle funzioni simili tra Fauno e Silvano, ci sono altri aspetti che collegano Fauno alla divinità iberica Endovelico.

Il primo è l’aspetto oracolare del Fauno. Il culto di questa divinità ruota anche intorno ai sogni, sogni che permettono di acquisire la sua guida. I luoghi di culto del Fauno potrebbero essere in natura, proprio come il tempio preromano di Endovelico. La voce della divinità romana emanava anche dalle grotte, dalle rocce e dal sottosuolo, proprio come quella di Endovelico.

Il Fauno danzante del giardino di Lussemburgo

L’etimologia del Fauno è, dopo tutto, molto simile a quella dell’Endovelico. Una proposta dice che deriva dal latino faveo, che significa “il favorevole” o “il benevolo”. È quindi simile alla già citata etimologia di Endovelico, proposta da Ribeiro.

Un’altra teoria dice che il teonimio romano deriva dalla radice proto-indoeuropea *dhau-, che significa “uccidere”. Da questa radice deriva il dauno illirico, che significa “lupo”. Pertanto, il nome Faunus avrebbe potuto originariamente avere lo stesso significato, creando un ulteriore possibile legame tra Vaelico e Faunus.

Note finali

Endovelico sembra essere stata una divinità di primaria importanza, non solo per gli antichi popoli che abitavano l’ovest della penisola iberica, ma anche per la popolazione romana venuta qui dopo la conquista della penisola iberica. Agendo su molti aspetti del nostro mondo, egli è un Dio potente ed è stato ampiamente venerato.

Presiede gli inferi, senza dubbio al fianco della sua compagna Ataegina. Forse c’era un mito simile a quello dello stupro di Proserpina, ormai perduto nel tempo. Endovelico rappresenta anche la vostra conoscenza accumulata delle vite passate, i ricordi dei vostri antenati, che dovete recuperare per poter rinascere e diventare voi stessi.

Il sollevamente di Proserpina, Gian Lorenzo Bernini, scolpito tra il 1621 e il 1622

Ma oltre al suo lato ctonio, era anche un Dio legato alla buona salute. Endovelico poteva anche vegliare sulle foreste, sui raccolti e sul cambio di stagione. È probabile che il tempio romano avesse una classe di sacerdoti che vegliavano sul santuario e sui relativi riti, magari accompagnati da un oracolo.

Maiali, cinghiali e uccelli sembrano essere gli animali ad esso associati. Uva, pini, foglie di palma e corone sono anche alcuni dei suoi altri simboli.

Troverete la presentazione delle altre divinità celtiberiane nelle prossime parti.

Fonti :

https://dc.uwm.edu/ekeltoi/

Juan Carlos Olivares Pedreño, Università di Alicante

Alberto J. Lorrio, Università di Alicante Gonzalo Ruiz Zapatero, Universidad Complutense de Madrid

https://goldentrail.wordpress.com/

Prosper, B. M.: Lingue e religioni preromane della penisola iberica occidentale

Alarcão, Jorge de..: La religione di Lusitanos e Kalaicos

ARTICOLO ORIGINALE: https://telegra.ph/Les-Dieux-Celtiques-de-la-p%C3%A9ninsule-Ib%C3%A9rique–partie-5—Endovelicus—Belenus-07-30

Traduzione a cura di Mer Curio

Ricercando

Kaspar Hauser, il fanciullo d’Europa

Kaspar Hauser, il fanciullo d’Europa

di Paulette Prouse

Kaspar Hauser venne trovato il lunedì di pentecoste del 1828 in una piazza di Norimberga, mal vestito e apparentemente smarrito, come uno vissuto, fino a quel momento, in completo isolamento. La sua età era di circa 16 anni. Le uniche parole che conosceva erano il suo nome e qualche frase per lui priva di significato. Aveva in mano un biglietto nel quale si chiedeva al funzionario cui era indirizzato di ucciderlo o di appenderlo al camino se avesse trovato che egli non era buono a nulla.
Su Kaspar Hauser sono stati scritti un numero incredibile di libri e di articoli, sono stati girati due film e in Germania c’è un raduno annuale dei simpatizzanti del “Fanciullo d’Europa” (das Kind Europa’s), come viene spesso chiamato: già dietro questo nome si nasconde un misterioso fascino.

Per la complessità dell’argomento è molto facile perdersi, così mi limiterò a qualche riflessione di carattere più esteriore, per quanto sia possibile, in questa vicenda, scindere la parte esteriore da quella più esoterica.
Le mie considerazioni sono basate, soprattutto ma non unicamente, sullo studio dei testi di Peter Tradowski – che ho avuto il piacere di conoscere qualche anno fa in occasione di un suo seminario svoltosi a Milano – perché è molto completo e soprattutto perché affronta il tema nell’ottica della Scienza dello spirito.
Prima di fare qualsiasi commento sull’argomento Hauser bisogna tener conto dell’articolo apparso sullo Spiegel nel 1996, in cui viene messo in risalto il fatto che due istituti di ricerche genetiche, uno in Germania e l’altro in Inghilterra, hanno constatato che il sangue trovato su un indumento che Kaspar Hauser avrebbe indossato al momento dell’assassinio non sarebbe quello del figlio di Stephanie de Beauharnais, come ventilato da molti, e quindi non può essere il successore al trono del Baden-Wuertemberg.

In primo luogo si deve tenere in considerazione il margine d’errore nel metodo di queste analisi, tanto più che i ricercatori stessi hanno detto di essere arrivati molto vicini al limite della prova. Anche nella criminologia moderna queste analisi non sono sempre sufficienti per condannare qualcuno.
Nel caso di Kaspar Hauser si tratta di prelievi fatti su un indumento, un presunto indumento di 150 anni fa. Dico “presunto indumento”, perché l’editore dello Spiegel è stato varie volte sollecitato, vanamente, a partecipare a incontri per chiarire alcuni punti essenziali:

1. Dove sono stati custoditi gli indumenti in questione?

2. Chi ha commissionato e pagato le analisi?

Nessuno ha mai risposto a queste domande. Inoltre, il prelievo del sangue con il quale si sono confrontati i risultati di queste analisi, è stato fatto su una lontana discendente di colei che avrebbe dovuto essere la madre.
Si parte sempre dal principio, come nell’ebraismo, che sia la madre a determinare la discendenza.
All’articolo dello Spiegel, che ha suscitato una grande eco, bisogna lasciare lo spazio che merita ogni notizia dei media: sono facilmente manipolabili. Nel caso specifico, la notizia viene emessa come un verdetto dalle altezze della scienza per porre la parola fine alla vecchia
disputa sulle origini di Kaspar Hauser. Ma ha avuto l’effetto opposto, ha riacceso l’interesse per il Fanciullo d’Europa, che ancora oggi esercita un fascino quasi magico su molti uomini.

Come può anche essere una forza misteriosa, occulta che vuole tramandare alla posterità il messaggio che viene dalla corrente di chi lo ha assassinato.
E non poche persone vedono l’articolo dello Spiegel sotto questa luce.
Tuttavia, per onestà intellettuale, dobbiamo prendere in considerazione l’attendibilità di queste analisi. In questo caso verrebbe escluso il crimine dinastico, ma rimarrebbe pur sempre il mistero Kaspar Hauser, il fanciullo trovato nelle strade di Norimberga un lunedì di Pentecoste.

Doveva essere qualcuno di molto importante, tanto da tenerlo, fin dalla più tenera infanzia, chiuso in un luogo buio, dove non poteva mai stare in piedi con due cavallini di legno come unico giocattolo. Nessuno per insegnargli a parlare, solo un uomo vestito di nero col viso coperto gli portava pane e acqua come unico cibo. Per tagliargli le unghie gli veniva somministrato un sonnifero. C’era dunque una grande preoccupazione di non farsi mai riconoscere. Era una situazione molto scomoda, un grosso impegno col rischio della pena di morte nel caso si venisse scoperti.
Se fosse stato un povero balordo, come si era tentato di far credere, perché congegnare un piano così rischioso? Non era più semplice ammazzarlo? E anche se fosse stato l’erede al trono, i crimini dinastici in quell’epoca erano all’ordine del giorno.

Comunque, fra la popolazione serpeggiavano diverse voci, perché regnava una dinastia che non avrebbe dovuto regnare e, nella casata che avrebbe dovuto regnare di diritto, sono successi eventi molto strani: si sussurrava che un figlio appena nato fu sostituito da un altro neonato malato che morì poco tempo dopo. In quella dinastia c’era anche un secondo figlio, di nome Alessandro, che sembra sia stato assassinato.

IL RITROVAMENTO

Ma veniamo al momento dell’apparizione di Kaspar Hauser nelle strade di Norimberga. I primi ad avvistarlo sono due calzolai: lo vedono scendere titubante per la strada, si avvicinano ma non riescono a ricavare nulla dagli strani suoni che emette. Tiene in mano un biglietto con l’indirizzo del capitano della cavalleria.
Lo conducono dal capitano che non è in casa; il giovane rifiuta con disgusto ogni cibo che gli viene offerto, accetta solo pane e acqua e si addormenta pesantemente. Gli accade spesso di piombare in un “sonno profondo: perché il contatto col mondo gli era quasi insopportabile, i suoi sensi così acuti lo mettono a dura prova e se non fosse per la sua eccezionale tempra si sarebbe irrimediabilmente perso, psichicamente”.
Più tardi, quando vede il capitano in uniforme luccicante, Kaspar Hauser rimane affascinato, si mette a toccarlo, a tastarlo in modo puerilmente ingenuo. Si può capire che il capitano rimane scioccato dal comportamento di questo ragazzo che non è più un bambino. Non riesce a ricavare nulla dai discorsi del giovane; senza perdere tempo lo fa condurre alla polizia. E con questo gesto di rifiuto del capitano, si può dire che sia fallito il piano degli avversari di Kaspar Hauser, che volevano farlo sparire nell’anonimato, ne volevano fare un povero garzone di stalla incapace di esprimersi e di comunicare.

Pensavano di aver creato un corpo non più in grado di accogliere un Io. Si rimane impressionati dalle abili mosse dei suoi avversari, perché presuppongono una profonda conoscenza esoterica: il fatto di aver riconosciuto, prima ancora che si incarnasse, l’entità spirituale che stava dietro Kaspar Hauser, la cui missione temevano più di ogni altra cosa.
Ma non hanno tenuto abbastanza conto della sua eccezionale forza spirituale. E della costellazione di incontri con personalità particolari.
Anche i poliziotti non sanno cosa fare del ragazzo. Egli si limita a ripetere senza capo ne coda le poche parole di dialetto che l’uomo in nero gli aveva insegnato. Vuole afferrare la fiamma della candela, si brucia e si mette a piangere. Finalmente scrive con grande difficoltà su un foglio di carta il nome che porterà attraverso il mondo: Kaspar Hauser.
Poi viene condotto nella prigione della torre insieme con un garzone macellaio che ha il compito di tenerlo sotto osservazione. Comincia un periodo di nuove sofferenze.
Presto si sparge la voce sullo strano trovatello. La gente giunge da lontano per vederlo e toccarlo, gli porta dei doni, gli vuole bene. Ma per il fanciullo è troppo, non regge i continui contatti con estranei, è una terribile sofferenza che gli fa rimpiangere la sua cella buia e tranquilla con l’uomo in nero che riteneva essere suo padre.

UN FANCIULLO INNOCENTE

Si può vedere, tuttavia, un aspetto positivo nello strano destino di essere stato messo sotto la sorveglianza del guardiano Hiltel, un uomo semplice, un uomo di cuore che a contatto con i prigionieri si è fatto una sorprendente esperienza di buon osservatore.

Egli ha saputo, infatti, riconoscere in quel giovane scialbo e incapace di esprimersi, la purezza, l’innocenza, il candore. Hiltel dice che vorrebbe tenerlo in casa se non avesse già il peso di otto figli. Ha avuto una prova inconfutabile della sua innocenza quando, insieme con sua moglie, lo hanno spogliato per la prima volta: era naturale come un bambino e non provava alcun imbarazzo per la sua nudità, come se non fosse stato toccato dal peccato originale.
A questo proposito Steiner diceva di non aver rintracciato alcuna incarnazione né prima né dopo della sua vita in Germania. Lo chiamava “l’Atlante”, riferendosi all’antica epoca evolutiva dell’Atlantide in cui esseri spirituali si mescolavano agli uomini per aiutare a portare avanti l’umanità. Non esisteva ancora la scrittura, perché gli uomini avevano una memoria prodigiosa, come Kaspar Hauser prima di aver imparato a leggere e a scrivere. Steiner, in una comunicazione verbale al suo amico, il conte Polster von Hoditz, diceva che Hauser non era un uomo ma un essere della gerarchia degli Angeli, custodito, preservato per svolgere una missione particolare.

Hauser viene messo nelle mani del medico legale Preu, che ha il compito di chiarire se si tratti di un impostore o di un malato. Il risultato delle sue osservazioni recita: “Questo uomo non è né folle, né ritardato, ma è stato allontanato con forza e con la più grande crudeltà da ogni contatto con gli uomini e la società”. Preu fonda il suo rapporto su osservazioni oggettive che risultano soprattutto dalle gambe del ragazzo: nelle ossa Hauser porta l’impronta della sua prigionia. È chiaro che una tale deformazione può essere provocata da una lunga stazione seduta soltanto in un bambino piccolo le cui ossa sono ancora flessibili.
Anche l’autopsia fatta dopo l’assassinio rivelò dei polmoni piccolissimi, non essendo mai stato all’aria aperta, e un fegato enorme che si spiegherebbe per il fatto di aver mangiato sempre solo pane. Successivamente Kaspar Hauser incontra Binder, il borgomastro di Norimberga; ma più che il borgomastro, è l’uomo a occuparsi di questo essere unico. Egli rimane sconvolto davanti a questo fanciullo, parla della sua indescrivibile dolcezza, la bontà che attira chi gli sta intorno; dice che è come una benedizione mandata dal cielo alla città di Norimberga. In effetti Hauser prova compassione per tutti, anche per i suoi carnefici: dice che l’unica cosa che non perdona loro è di non avergli fatto mai vedere il cielo stellato.

Fra coloro che conoscono Kaspar Hauser fin dai primi tempi c’è un certo Feuerbach (anche lui autore di un libro  su Hauser), professore di diritto penale e criminologo. Egli cerca di svelare l’enigma della sua nascita e vi arriva molto vicino, ma muore improvvisamente.
Qualcuno sostiene che non sia morto di morte naturale.
Un altro personaggio importantissimo per l’evoluzione di Hauser è Daumer, che lo vede nella prigione della torre e capisce subito che il destino gli impone una missione. Di Daumer, Steiner diceva che era l’ultimo dei Rosacroce. Su proposta del borgomastro, Hauser è affidato a Daumer che lo porta nella casa dove vive con la madre e la sorella. Daumer rimane stupito dalla sua memoria prodigiosa. Gli insegna a leggere e a scrivere, ma dopo qualche tempo devono interrompere gli studi per i terribili mal di testa che si scatenano poco dopo l’inizio delle lezioni. Per un breve periodo Daumer affida a Hauser dei lavori manuali. Poi, a poco a poco riprendono le lezioni perché Hauser ha una grande voglia di imparare.

Migliora la sua salute e anche il suo rapporto col cibo; la sua andatura non è più molto diversa da quella di una persona normale. A questo punto ci sarebbero molti aspetti che andrebbero analizzati sul modo di Kaspar Hauser di relazionarsi con il mondo circostante, come per esempio il suo rapporto col magnetismo per cui percepiva gli esseri viventi e i metalli a grande distanza, vedeva nel buio di notte, sentiva odori impercettibili a un organo normale. I suoi sensi erano di straordinaria acutezza: percepiva molto di più che un uomo comune, ma non aveva concetti. Quando gli diedero una stanza con vista su un giardino fu terrificato.
Più tardi spiegò che aveva la sensazione di una superficie che lo schiacciava perché non aveva il concetto di distanza, di rilievo. Sarebbe un aiuto per lo studio della Filosofia della Libertà in cui Steiner cerca di farci capire la differenza fra la percezione di una cosa e i concetti legati alla cosa. È difficile immaginare le sofferenze di Hauser per il fatto di dover affrontare il mondo senza alcun concetto. A Hauser “mancavano i concetti che gli uomini si costruiscono fin dall’infanzia”.

Nonostante la sua immensa bontà, Hauser non aveva fede, è l’esempio del fatto che l’idea di Dio non è innata nell’uomo, ma gli viene dall’esterno, sia attraverso l’osservazione della natura, sia attraverso l’istruzione o l’esempio.
A questo punto entra in scena un altro personaggio importante, il pastore Fuhrmann (celebre per la sua orazione funebre di Kaspar Hauser, un gioiello della cultura cristiana Mitteleuropea).
Fuhrmann ha il compito di prepare Hauser per la cresima. Non può metterlo insieme ai suoi coetanei che avevano ricevuto un’educazione religiosa fin dall’infanzia, deve prenderlo separatamente. Nei suoi racconti, egli riporta che Hauser non accettava tutto ciecamente, aveva dei dubbi prima di accogliere intimamente il Cristianesimo; era commosso fino alle lacrime per la morte di Cristo sulla croce. Dopo che Fuhrmann gli spiegò che quello era il sacrificio necessario per salvare l’umanità, Hauser tornò sull’argomento dicendo che non era affatto convinto che Dio Padre non avrebbe potuto trovare un’altra soluzione per salvare gli uomini che quella di sacrificare il proprio figlio.

LA FINE

Ma l’epoca relativamente felice finisce quando nella casa di Daumer un uomo mascherato di nero tenta di assassinare Kaspar Hauser; forse il fatto che Hauser aveva manifestato il desiderio di scrivere la propria biografia, risveglia i suoi avversari.
Poco dopo il tentativo di omicidio, Hauser lascia la casa di Daumer che è ritenuta poco sicura.
Il signor Tucher, un negoziante, lo accoglie in casa. Segue un apprendistato in vista di una professione. All’epoca del tentativo d’assassinio, Lord Stanhope, un inglese massone a Norimberga in viaggio d’affari, non sembra interessarsi del famoso Fanciullo d’Europa.

Successivamente, come un serpente, alla maniera di un seduttore, Lord Stanhope si avvicina al giovane inesperto e riesce ad affascinarlo con promesse e regali, lo turba pungolando quel quid di vanità che è in lui. Il Lord è un grande attore e un diplomatico prodigioso, perché in un primo tempo riesce a ingannare tutti, tranne Tucher, il tutore, al quale non sfugge l’influenza nefasta su Hauser.
Disgraziatamente Hauser cade sotto la tutela di Stanhope. Da amico paterno, benefattore, Stanhope si trasforma nel suo peggior nemico. Daumer capì la natura malvagia del Lord solo quando, dopo l’assassinio, questi si recò a casa sua per convincerlo a testimoniare il falso contro il trovatello per infangarne la memoria. Stanhope volle sviare ogni sospetto riguardo all’assassinio, recandosi a Monaco per far timbrare una lettera indirizzata a Hauser, quando l’omicidio era già avvenuto ed era sulla bocca di tutti. Si capisce anche la premeditazione se si tiene conto del fatto che il Lord allontanò Hauser da tutti suoi amici e gli mise vicino il terribile professor Meyer che lo torturava e che, quando l’assassino piantò un coltello nel fegato di Hauser, lo accusa di aver tentato il suicidio per farsi notare. Si è saputo che Stanhope, più tardi, si suicidò in Inghilterra.

Si sa che era un massone, un aristocratico rimasto senza denaro e quasi certamente per lui l’assassinio di Hauser era un crimine dinastico, probabilmente commissionato dalla dinastia usurpatrice; forse Stanhope non era a conoscenza della vera natura spirituale di Kaspar Hauser.

IL MITO

Ma Kaspar Hauser era diventato un mito per la gente. Gli abitanti di Norimberga ricordavano con grande emozione il giorno della cresima nella cappella di S. Gobert, una cappella dei Cavalieri del Cigno: conosciamo il legame fra i rosacroce, ossia i cavalieri del Gral e il simbolo del cigno grazie a Parsifal e a Lohengrin. Quando fu chiesto a Steiner se poteva dare qualche indicazione su un’incarnazione di Cristian Rosacroce, Steiner consigliò di guardare un dipinto di Rembrandt, Il Cavaliere del Cigno al museo di Glasgow.

Durante la cresima di Kaspar Hauser un coro di voci accompagnò la preghiera, ma nell’istante in cui egli si inginocchiò l’emozione che mise nella preghiera ebbe un effetto straordinario sull’assemblea. Ognuno pregò con lui e per lui.
Ma i suoi avversari erano allarmati per la sua evoluzione. Un consiglio segreto decise della sua morte. Fu pugnalato da uno sconosciuto nel giardino di Ansbach. Quando arrivò barcollando a casa, Meyer lo accusò di voler attrarre l’attenzione su di sé e lo costrinse a percorrere la via verso il giardino; come una vera via crucis, lo fece camminare fin quando si accasciò.
Agonizzò e morì il terzo giorno. Con le sue ultime parole espresse il dolore di non aver potuto compiere la sua missione, dicendo che “il mostro è stato più forte”. Ma il mostro non fu così forte da impedire al pastore Fuhrmann di essere presente ai suoi ultimi istanti. Ed egli riportò che al momento della morte, si percepiva la luce del Cristianesimo; “Kaspar Hauser perdona tutti, anche al professor Meyer e al suo assassino”.
Fuhrmann testimoniò che Hauser ha pronunciato le ultime parole di Cristo sulla Croce: “Padre sia fatta la tua volontà, non la mia”.
Malgrado le terribili prove cui fu sottoposto, Kaspar Hauser conservò la fiducia negli uomini; colmo di bontà, egli accettò il suo destino, perdonando chi gli aveva fatto tanto male. Egli ha così trasformato in una vittoria dello spirito la sconfitta sul piano esteriore, ha trasformato il male in bene. Nella sua grande bontà diceva che nessuno gli aveva fatto del male; era una menzogna, ma era una menzogna di Angelo.

tratto da Newsletter Artemedica n. 9, 2008

Antropologia

La caduta delle civiltà- I Vichinghi di Groenlandia –…

Eccoci tornati con un nuovo episodio, questa volta parleremo di vichinghi, coloro che per primi si avventurarono oltre i confini del mondo europeo allora conosciuto, buona visione!
https://www.youtube.com/watch?v=VgTPSB88shw

SULLE SAGHE ISLANDESI:

Le Saghe islandesi costituiscono una delle opere letterarie più notevoli al mondo.
Sono i testi a cui gli islandesi sono maggiormente legati ed è impossibile trovare un abitante dell’ isola che non abbia letto almeno le più importanti.
Ad eccezione di qualche importante e significativo caso, gli autori di tali composizioni sono anonimi, ed il periodo in cui vennero scritte è intorno al tredicesimo secolo. Nella loro isola sperduta gli autori islandesi furono i primi europei a scrivere in prosa, utilizzando la propria lingua invece che il latino.
Nessuno sa perchè vennero scritte, se si trattasse di storie vere o completamente inventate, né si sa niente in merito ai loro autori.
Sotto la classificazione di ” Saga ” ( il cui significato in islandese è semplicemente ” storia ” ) sono state raccolte innumerevoli cronache, storie d’ amore, leggende e vite di re e di uomini semplici.

Höfuðlausn o il “Riscatto della testa” è un poema scaldico attribuito a Egill Skalla-Grímsson in lode al re Eirik Bloodaxe.

È citato nella Saga di Egils (capitolo 61), che sostiene di averlo creato nell'arco di una notte. Gli eventi della saga che portano alla composizione e alla recitazione del poema possono essere riassunti nel modo seguente. Egil cadde nelle mani del re Eirik dopo essere naufragato in Northumbria. Di fronte alla decisione di fuggire con disonore e di rischiare di essere smascherato come un codardo o di affrontare direttamente il suo avversario e chiedere la riconciliazione, Egil sceglie quest'ultima. I due uomini sono nemici durante la saga, il che rende la decisione di Egil particolarmente audace. All'inizio della saga Egil arriva a costruire un palo di Nithing, segno di mancanza di rispetto nella società scandinava medievale. Per questo e per altri motivi re Eirik dice a Egil di non aspettarsi alcun risultato se non la morte per il suo arrivo alla sua corte. Questa sarebbe la fine per Egil, tuttavia, uno dei suoi alleati, che è fedele a Eirik, intercede per Egil. Arinbjǫrn hersir dice al re che sarebbe disonorevole uccidere il suo nemico in tali circostanze. Inoltre afferma che Egil, anch'egli noto poeta, "può fare la ricompensa con parole di lode che vivranno in eterno". Questa argomentazione, insieme al fatto di essere considerato sprezzante uccidere durante la notte, convince Eirik a rimandare il suo giudizio al giorno successivo. Durante la notte Egil compone e memorizza l'intero poetico drápa conosciuto come il Riscatto del capo. La recita alla presenza del re Eiríkr e riceve la sua libertà, ma non una sorta di riconciliazione. I due rimangono nemici ed Egil continua il suo viaggio originale per visitare il re Ælstan d'Inghilterra.


SU ERIK IL ROSSO

erik il rosso

SULLE NAVI VICHINGHE

Navi vichinghe

I popoli norreni utilizzavano principalmente due tipi di navi: navi da guerra e imbarcazioni per il trasporto di merci. Le prime erano lunghe, leggere e veloci, mentre le seconde venivano realizzate concentrando l’attenzione sulla resistenza e la capacità di carico.

Le imbarcazioni utilizzate per le spedizioni di guerra non erano vere e proprie navi da guerra nel senso moderno del termine, ma navi per il trasporto di truppe. Non disponendo di armi pesanti o rostri in grado di danneggiare le navi avversarie, spesso diventavano vere e proprie piattaforme galleggianti che consentivano alla fanteria norrena di attaccare corpo a corpo il nemico.

Le navi vichinghe impiegate in guerra erano caratterizzate da uno scafo lungo, sottile e leggero, dotato di un pescaggio spesso inferiore al metro che consentiva non solo di superare un fondale basso e insidioso, ma anche di approdare su qualunque spiaggia semplicemente trascinando l’imbarcazione sulla riva. Il rapporto tra lunghezza e larghezza era generalmente di 7 a 1.

Una delle caratteristiche di molte navi vichinghe (ad eccezione di quelle impiegate per il trasporto merci o per i lunghi viaggi per mare) era la struttura simmetrica: poppa e prua erano pressoché identiche e consentivano di manovrare l’imbarcazione in modo agile e veloce, effettuando veloci cambi di rotta senza dover compiere manovre circolari.

Questa caratteristica risultava molto utile durante la navigazione tra gli iceberg e il ghiaccio marino, situazione in cui sono richieste manovre veloci e repentini cambi di direzione.

10 affascinanti manufatti d’avorio avvolti nel mistero

Nel 1892, gli archeologi portarono alla luce un’enigmatica statuetta d’avorio durante gli scavi di Brassempouy nella Francia sud-occidentale. Datata intorno al 23.000 aC, la “Venere di Brassempouy” contiene la prima rappresentazione dettagliata di un volto umano. Ha occhi, sopracciglia, fronte e naso. Tuttavia, le manca una bocca. La sua faccia contiene una fessura verticale, ma probabilmente è un difetto nell’avorio. Non è sicuro se i suoi capelli sono in trecce o coperti con un copricapo. Solo la testa e il collo di Venere sono stati trovati in Grotte du Pape (“La grotta del Papa”).ù

Category:Gardar ruins - Wikimedia Commons
Rovine della cattedrale di Gardar

THORFINN KARLSEFNI

Thorfinn Karlsefni, (nato nel 980, islandese, morto dopo il 1007), leader scandinavo di origine islandese in una prima spedizione di colonizzazione in Nord America. I suoi viaggi sono stati raccontati nella Saga di Erik e nel Racconto dei Groenlandesi.

Thorfinn deve aver ricevuto il suo soprannome, Karlsefni, in tenera età, perché significa “ragazzo promettente”. Circa 900 suo nonno aveva portato molti norvegesi a colonizzare l’Islanda, e nel 986 i loro discendenti si sentirono talmente sotto pressione per l’allevamento del bestiame che seguirono l’esempio di Erik il Rosso e migrarono in Groenlandia. Thorfinn, che era un commerciante di successo e capitano di mare, raggiunse quello che fu conosciuto come l’insediamento orientale della Groenlandia con un gruppo di coloni nel 1003. Lì sposò Gudrid, che era la vedova di uno dei figli di Erik il Rosso, Thorstein.

SULLA TRIBÙ DEI CREE
Dove viveva la tribù dei Cree?
La tribù dei Cree era originariamente un popolo della regione subartica del Canada, le cui terre un tempo si estendevano dal fiume Ottawa al Saskatchewan. Molti dei nativi indiani Cree canadesi emigrarono a sud verso le Grandi Pianure e i boschi del nord-est. Gli indiani nativi che abitavano le regioni delle praterie sono conosciuti come i Cree delle Pianure e quelli che vivono nelle foreste sono conosciuti come i Woodland Crees.

Map showing Native American Indians Cultural Groups

La tribù dei Cree nella regione del Subartico
La tribù si chiamava Kenistenoag, ma questo nome fu corrotto dai francesi in Kristineaux, e successivamente abbreviato in “Cree”. I Cree canadesi erano cacciatori, pescatori e raduni. I Crees vivevano in case costruite con la corteccia di betulla, così come le loro canoe.

Il Cree delle pianure
I Plains Cree hanno adottato uno stile di vita nomade, cacciando le grandi mandrie di bufali e vivendo in tepee di pelli di bufalo. I Plains Cree si allearono con gli Assiniboine e le tribù indiane dei Saulteaux in quella che fu conosciuta come la “Confederazione di ferro”.

I Woodland Cree hanno mantenuto il loro stile di vita di caccia e pesca nelle regioni forestali del nord-est che vivono a Wigwams (o wetus), note anche come case di betulla.

L’ANSE AUX MEADOWS

L'Anse aux Meadows: Discovery of Norse settlement in ...