L’avvenire di un’illusione


di Pier.

L’inganno, diciamolo subito, è, agli occhi di scrive, un tema esecrabile sotto ogni punto di vista.
D’altronde è la costante del tempo, del nostro forse in misura maggiore rispetto a tutti gli altri. Cerchiamo allora di indagarne l’apporto in termini di valore nelle nostre vite: lo faremo cercando di integrare una prospettiva tradizionale con altre più recenti e sperimentali.

Voglio in primo luogo far ricorso ad un’immagine che è entrata a pieno titolo nell’immaginario simbolico del XXI secolo, vale a dire il film “Matrix”. Nel film la realtà è per i più una gigantesca simulazione computerizzata, per gli altri è un’illusione la cui causa affonda nella vecchia necessità di tenere schiavo il genere umano, declinata in chiave esteticamente cyberpunk ed essenzialmente materialista: non a caso in tutto il film non sentirete mai parlare di anima: basta la mente ad interfacciarsi con la macchina ed a tenere soggiogato il corpo. Ma cos’è questa immagine se non una reinterpretazione dell’antico, oggi abusato, mito della caverna di Platone?1 C’è, però, dell’altro: se noi volessimo spingerci a pensare anche la nostra realtà come un complesso gioco di forze che concorrono a costruire un’illusione estremamente stabile, alla quale appunto noi diamo il nome di realtà, la nostra vita non sarebbe allora un grande inganno? E chi sarebbe l’ingannatore, chi l’ingannato?

Un’ipotesi che appare via via più verosimile se ci addentriamo nelle teorie di David Bohm e Karl Pribram secondo le quali l’esistenza stessa dell’universo avviene in un unico punto senza dimensioni ed in un unico istante senza tempo in cui ognuno dei fotogrammi della storia del mondo è co-presente con tutti gli altri. Secondo questa tesi il nostro cervello non sarebbe altro che un lettore di ologrammi, poiché tutto ciò che nell’universo è percepito come materiale altro non sarebbe che la proiezione suprema di ciò che accade in quel punto, ovvero tutto ciò che è.
Tat twam asi2 ho sentito dire, a volte.

Nella filosofia indiana si riconoscono sei darśana tradizionali, sei visioni del mondo. Ce n’è una che stabilisce i criteri di base con i quali le altre hanno dovuto necessariamente confrontarsi, ed è il Samkhya3, un sistema filosofico che potrebbe apparire semplice da comprendere, ma, come tutte le dottrine indiane, ardua da realizzare. Secondo il Samkhya a monte c’è puruṣa che è pura coscienzialità ed esiste in un punto senza spazio, in un istante fuori dal tempo. Esso allo stesso modo non è causa del tempo e dello spazio ma ne è il principio. Puruṣa è coscienzialità pura, non genera e non è generato, non agisce, non muta, esso semplicemente è. Esiste ontologicamente come coscienza senza oggetto.

Poniamo tanta enfasi sulle connotazioni di puruṣa perché un ente di questo tipo sfugge al sentire dell’uomo moderno: una volta lo avremmo anche chiamato Dio, però questo è ormai un concetto desueto, che si è snaturato a forza di volerlo avvicinare al sentire quotidiano, a forza di rappresentarlo con sembianze antropomorfe.

L’immagine che i testi forniscono per rappresentare questo principio è una sfera perfetta nel cui volume le forme che le passano davanti si riflettono senza mai alterarne la natura e la struttura.

Puruṣa è il sogno di un ente al di fuori del corruttibile mondo e questo ci dice senz’altro qualcosa di quella categoria dell’essere che è necessaria per svelare le illusioni: l’inalterabilità, l’incorruttibilità, una categoria che non esiste nel mondo fenomenico, il quale deve essere trasceso. Ecco quindi un rimedio alle illusioni: il trascendente, una dimensione che non è facile né priva di pericoli.
La necessità dell’esistere che si accompagna alla coscienzialità pura che è puruṣa,di contro, si fa causa del dispiegarsi delle forme e a quel punto da esso scaturisce l’unica azione che ha una qualche probabilità di accadere: per comprendersi, per fare l’esperienza di ciò che è, puruṣa ha bisogno dell’alterità, di un oggetto di cui essere cosciente. Ecco allora che da puruṣa scaturisce prakṛti, che viene tradotta con “natura”. Essa è la rottura dell’uovo cosmico presente in alcune cosmogonie che dà origine all’atto della creazione. E’ altresì lo sforzo di una moltiplicazione infinita compiuta attraverso un atto di divisione, di frammentazione.

Come ci induce a pensare un altro passo di Platone, con il mito dell’ermafrodito, in ogni aspetto della creazione permane un senso di solitudine, una vaga nostalgia per quell’unità che era in origine e secondo diverse scuole filosofiche e correnti mistiche tutto ciò che appare non è che l’illusione della separazione, l’unità, un’unico, universale, organico “olos” pervade il creato sotto quel dispiegarsi illusorio delle forme.

Quello che iniziamo a comprendere a questo punto è che questo inganno, almeno dalla nostra limitata prospettiva, per quanto fastidioso, per quanto sia all’origine di tutte le nostre sofferenze, non è un ostacolo, come non è uno strumento di liberazione, esso è la causa ed è lo strumento della liberazione. E questo è un pensiero incoraggiante.

Come potrebbe il cavernicolo di Platone desiderare la libertà se non avesse visto di che illusioni sono fatte le catene che lo tengono schiavo? E se la nostra natura è intrecciata dall’inizio dei tempi a questa necessità, qual è lo scopo del nostro esistere?

Iniziate a vedere qual è il ruolo che ognuno di noi impersona nel grande gioco cosmico? Ne intuite la portata?

Accettando un simile punto di vista sorgono due grossi problemi: chi ordisce la grande illusione che ci tiene separati e pertanto schiavi? Perchè qualcuno ci tiene schiavi con l’inganno? Quest’ultima domanda pone una questione ancora più importante ma sottotraccia.

I più accaniti materialisti fra voi potranno pensare che tutt’al più questo è un problema che riguarda la vecchia dialettica fra corpo e mente, per cui il corpo, anche ridotto al paradigma olografico di Pribram, può rivelarsi un carcere per la mente che si emancipa, essendo divenuta cosciente dell’inganno.

Sbagliato.

Limitarsi a considerare la mente è un fatto accettabile per il materialista, che può ricondurla a processi plausibili e familiari come le sinapsi del cervello.
Il materialismo è diventato pertanto l’illusione delle illusioni, una peculiarità della modernità, perché rappresenta qualcosa (anima) che non partecipa del processo del dispiegarsi delle forme ma che vi è immersa in con-fusione al punto che essa si identifica con quella prakṛti che è velo di māyā.

Inoltre la mente è il campo privilegiato dell’inganno, non solo perchè può essere ingannata con grande facilità sia nelle percezioni sensibili (illusioni ottiche ad esempio), sia nelle sue conclusioni deduttive (basti pensare alla fallacia dei ragionamenti e alla contradditorietà di numerosi processi apparentemente logici e deduttivi) ma anche perchè alcuni fra cui Castaneda hanno suggerito che nel processo con cui un essere umano viene al mondo egli ad un certo punto prende una mente, che fino a quel momento esisteva come un essere inorganico, ma in qualche misura dotato di una volontà propria. E’ sulla base di simili concezioni che diverse scuole meditative orientali e non solo impongono di silenziare la mente fino a trascenderla, poichè ciò che essa suggerisce è giudicato del tutto inaffidabile e in certa misura menzognero. E di fatto i più attenti di noi avranno a volte fatto l’esperienza di rapportarsi con la propria mente come con qualcosa che non obbedisce alla nostra volontà: è nota la provocazione “prova a non pensare ad un elefante rosa”, in cui la volontà di non pensare a qualcosa non prevale sullo stimolo esteriore.
La mente per sua natura accetta/rigetta e se ci fate caso non fa molto altro, è facile provocarla e condizionarla al punto da poterne prevedere con costanza le reazioni di avversione; è altrettanto facile foraggiarla con input che provocano piacere al punto di addomesticarla a produrre con costanza reazioni di affezione e di attaccamento. Essa è l’alleato migliore di cui può disporre chi ha interesse a tenerci in catene. Per nostra fortuna la mente non è la sede della creatività, nè dell’intuizione, ma è al massimo una organizzatrice del lavoro creativo.

In tutte le possibilità che il mondo offre, esiste un solo ente al quale si riconosce un riverbero della scintilla divina che è puruṣa. Noi l’abbiamo chiamato anima, gli indiani atman, meglio nella formulazione di atman-brahman, l’anima individuale collegata al principio universale.

Poniamo questa come risposta alla nostra prima domanda: è anima a rimanere intrecciata nella trama della creazione, fino a dimenticarsi di sè, fino a perdersi nelle forme che esistono perché lei possa fare l’esperienza di se stessa, il viaggio di ritorno o di ascensione di cui ci parla la Pistis sophia, qualcosa che infine possa trascendere anche la sua stessa natura.
D’altronde anche in conclusione delle Samkhyakarika c’è una metafora apocalittica, laddove si afferma che quando puruṣa, da spettatore indifferente rivela la propria esistenza a prakṛti, che come ballerina danza, essa cessa di danzare e si ritrae in se stessa perché lo scopo della sua danza, del suo līlā, è compiuto e non sussiste altra ragione per ulteriore creazione.

Al nocciolo della questione chi è, dunque, il divino ingannatore? Lo definiamo divino non perché egli sia Dio, anche se talvolta è stato confuso con un’ipostasi divina, ma soprattutto perché egli deve precedere la grande illusione, ovvero deve essere principio di essa.
Vogliamo ricordarlo, dall’interno l’inganno non si vede, bisogna squarciarne il velo, diversamente può solo essere immaginato, se ne può postulare l’esistenza ma senza risolverne il mistero. E allo stesso modo postuliamo che l’autore del misfatto debba precederne la creazione o debba averla cooptata dal principio; lo definiamo Uomo Primo o, prendendo a prestito il gergo gnostico, è il demiurgo con la sua schiatta di arconti.

Non intendo dilungarmi oltre su tematiche che sono argomento di iniziazioni, pertanto lo scopo e la natura di certe entità dovrete scoprirlo da voi. Vi basti considerare, per ora, che ciò che accade, accade con uno scopo e che anche gli esseri sottili che giocano con l’inconsapevolezza dell’essere umano rispetto alla struttura della realtà, ingannano seguendo i loro scopi e perseguendo il proprio vantaggio, non il nostro.

La buona notizia è che inganni, grandi o piccoli che siano, esistono nella misura ed in ragione del fatto che noi stessi esistiamo, perciò sono qui per noi e noi soltanto, e questo, lo ripeto, è un pensiero incoraggiante, poichè se è vero che anima si presta ad essere ingannata facilmente perchè dimentica di sè, e sebbene tutto sembri contribuire ad accrescere la confusione e rinsaldare le catene, è vero anche che nelle sue capacità di creazione e di conoscenza diretta delle cose risiedono la nostra maggior forza e la capacità di essere liberi.

E, sebbene il più delle volte questo non accada, realizzare in vita il sussistere di questo grande inganno significa aver svelato il segreto più grande dell’universo e questo, secondo le antiche tradizioni ci condurrà a esplorare altri mondi sotto forma di nuovi stati dell’essere, i loka della tradizione indiana, il paradiso di quella occidentale.

Il punto di partenza di questa ricerca sia allora nelle domande su cui ritorniamo:

Chi inganna? Chi viene ingannato?

1Platone, La Repubblica.

2“Tu sei quello”. Massima tipica della

3Isvarakrisna, Samkhyakarika.

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