Attualità

“Chiodi” – Il nuovo album di Kaos One &…

Le date del tour, con i Colle Der Fomento e i DSA Commando in apertura.
Combo imperdibile!

L’hip hop non è un fenomeno d’immediata comprensione e il rap è un genere musicale che necessita di attenzione nell’ascolto, di un’immersione totale.

Lo stesso brano offre una miriade di risignificazioni, che si svelano lentamente, ogni volta che lo si riascolta.
Conosci davvero una canzone quando la senti in tutte le sfumature dei tuoi stati d’animo, quando la rivedi attraverso la lente delle tue ultime consapevolezze, quando fa definitivamente parte di te e il processo è reciproco, perchè è come se scoprendo un’altra inesplorata zona dell’universo interiore espresso in quelle liriche, facessi luce anche su alcune parti di te rimaste in ombra fino ad allora.

E’ magico e travolgente, simbiotico se parliamo dell’alchimia percepita durante i live.
Attendiamo quindi, con estremo entusiasmo, il momento in cui potremo inabissarci con piena coscienza nell’album di Kaos One e DJ Craim uscito il 14 giugno.

E’ curioso notare che il tempo necessario ad assaporare un disco facendolo proprio è direttamente proporzionale al tempo che serve a farne nascere uno nuovo, intercorrono sempre parecchi anni infatti tra un lavoro e l’altro, le “lunghe” tempistiche hanno sempre contraddistinto Kaos.

E’ una peculiarità del Maestro, questo il titolo che gli è stato attribuito, per molti probabilmente è solo un modo di esprimere l’immensa gratitudine verso i suoi testi, verso le emozioni che incanalano e suscitano, con infinita umiltà ci ha ironizzato su: “…scrivo minchiate e mi chiamate Maestro”.

Il suo valore verte sulla qualità, non risiede certo nella quantità, un dettaglio in via d’estinzione causa la nostra era fondata sulla produttività.

Il singolo “Titanic” riconferma lo stile unico di un outsider, è l’underground in persona che non si smentisce mai e conserva il suo tocco.
Per comprendere meglio, eccone un assaggio.

“Ed è sempre speciale
Sempre più demenziale
La sagra del ridicolo
Qua è sempre carnevale
Sarà
La percentuale di realtà mascherate
La festa nazionale delle verità scontate”

Un’istantanea della nostra “civiltà”, la distorsione del mondo condensata in qualche schizzo d’inchiostro e trasmessa attraverso la sua inconfondibile voce: vera e intensa, tanto autentica da risultare incredibilmente limpida, trasparente e cristallina nei contenuti, pur mantenendo il caratteristico graffio roco.

Entra dirompente nel tuo essere e si fa spazio nel costato per poi insinuarsi, riparatrice, in ogni crepa di incoerenza.
Vibra verità, sorretta dalla forza di un beat e dal perfetto connubio che ne deriva, grazie alla garanzia costante che troviamo in Dj Craim.
Spingendosi sempre più giù, conclude il suo viaggio direttamente nel profondo dell’anima, e lì resta.
Incisa e indelebile.💜
Che dire!

Nonostante l’apertura e la curiosità verso le sperimentazioni, nonostante il valore che si può attribuire al radicale cambiamento di un artista, se genuino, sarebbe impensabile non spendere due parole per elogiare questa rinnovata coerenza.
Forse uno dei motivi per cui credo fermamente che l’ integrità di Kaos sia così importante, trattandosi di merce rara, è riconducibile all’assurdità di questo tempo, sembra esserci un estremo bisogno di onestà e dignità in questo particolare periodo storico, affollato di insensatezze.

Perciò concludiamo, ripartendo saldamente da un nuovo inizio.
“Perchè il rispetto ti ossessiona e la morale non perdona” nel caotico e fluido presente, ed è rincuorante trovare in lui un pilastro irremovibile, qualunque sia la realtà vissuta e qualunque sia la verità alla quale crediamo.
Dal principio di non contraddizione all’infinito, nella ricerca introspettiva che tenta di dare un senso alla vita, celebriamo le piccole cose, quelle che contano, partendo dalla nostra umanità.

Ce lo rammenta dal palco: “Siete voi…Cose preziose“.
Aspettando settembre per sentirselo dire di nuovo, cercando ancora quell’incredibile sinergia, cantando sottopalco al Magnolia!

Kaos, sempre fedele a se stesso.
L’intramontabile bagliore di una leggenda.

~Lely~
Attualità

L’avvenire di un’illusione

di Pier.

L’inganno, diciamolo subito, è, agli occhi di scrive, un tema esecrabile sotto ogni punto di vista.
D’altronde è la costante del tempo, del nostro forse in misura maggiore rispetto a tutti gli altri. Cerchiamo allora di indagarne l’apporto in termini di valore nelle nostre vite: lo faremo cercando di integrare una prospettiva tradizionale con altre più recenti e sperimentali.

Voglio in primo luogo far ricorso ad un’immagine che è entrata a pieno titolo nell’immaginario simbolico del XXI secolo, vale a dire il film “Matrix”. Nel film la realtà è per i più una gigantesca simulazione computerizzata, per gli altri è un’illusione la cui causa affonda nella vecchia necessità di tenere schiavo il genere umano, declinata in chiave esteticamente cyberpunk ed essenzialmente materialista: non a caso in tutto il film non sentirete mai parlare di anima: basta la mente ad interfacciarsi con la macchina ed a tenere soggiogato il corpo. Ma cos’è questa immagine se non una reinterpretazione dell’antico, oggi abusato, mito della caverna di Platone?1 C’è, però, dell’altro: se noi volessimo spingerci a pensare anche la nostra realtà come un complesso gioco di forze che concorrono a costruire un’illusione estremamente stabile, alla quale appunto noi diamo il nome di realtà, la nostra vita non sarebbe allora un grande inganno? E chi sarebbe l’ingannatore, chi l’ingannato?

Un’ipotesi che appare via via più verosimile se ci addentriamo nelle teorie di David Bohm e Karl Pribram secondo le quali l’esistenza stessa dell’universo avviene in un unico punto senza dimensioni ed in un unico istante senza tempo in cui ognuno dei fotogrammi della storia del mondo è co-presente con tutti gli altri. Secondo questa tesi il nostro cervello non sarebbe altro che un lettore di ologrammi, poiché tutto ciò che nell’universo è percepito come materiale altro non sarebbe che la proiezione suprema di ciò che accade in quel punto, ovvero tutto ciò che è.
Tat twam asi2 ho sentito dire, a volte.

Nella filosofia indiana si riconoscono sei darśana tradizionali, sei visioni del mondo. Ce n’è una che stabilisce i criteri di base con i quali le altre hanno dovuto necessariamente confrontarsi, ed è il Samkhya3, un sistema filosofico che potrebbe apparire semplice da comprendere, ma, come tutte le dottrine indiane, ardua da realizzare. Secondo il Samkhya a monte c’è puruṣa che è pura coscienzialità ed esiste in un punto senza spazio, in un istante fuori dal tempo. Esso allo stesso modo non è causa del tempo e dello spazio ma ne è il principio. Puruṣa è coscienzialità pura, non genera e non è generato, non agisce, non muta, esso semplicemente è. Esiste ontologicamente come coscienza senza oggetto.

Poniamo tanta enfasi sulle connotazioni di puruṣa perché un ente di questo tipo sfugge al sentire dell’uomo moderno: una volta lo avremmo anche chiamato Dio, però questo è ormai un concetto desueto, che si è snaturato a forza di volerlo avvicinare al sentire quotidiano, a forza di rappresentarlo con sembianze antropomorfe.

L’immagine che i testi forniscono per rappresentare questo principio è una sfera perfetta nel cui volume le forme che le passano davanti si riflettono senza mai alterarne la natura e la struttura.

Puruṣa è il sogno di un ente al di fuori del corruttibile mondo e questo ci dice senz’altro qualcosa di quella categoria dell’essere che è necessaria per svelare le illusioni: l’inalterabilità, l’incorruttibilità, una categoria che non esiste nel mondo fenomenico, il quale deve essere trasceso. Ecco quindi un rimedio alle illusioni: il trascendente, una dimensione che non è facile né priva di pericoli.
La necessità dell’esistere che si accompagna alla coscienzialità pura che è puruṣa,di contro, si fa causa del dispiegarsi delle forme e a quel punto da esso scaturisce l’unica azione che ha una qualche probabilità di accadere: per comprendersi, per fare l’esperienza di ciò che è, puruṣa ha bisogno dell’alterità, di un oggetto di cui essere cosciente. Ecco allora che da puruṣa scaturisce prakṛti, che viene tradotta con “natura”. Essa è la rottura dell’uovo cosmico presente in alcune cosmogonie che dà origine all’atto della creazione. E’ altresì lo sforzo di una moltiplicazione infinita compiuta attraverso un atto di divisione, di frammentazione.

Come ci induce a pensare un altro passo di Platone, con il mito dell’ermafrodito, in ogni aspetto della creazione permane un senso di solitudine, una vaga nostalgia per quell’unità che era in origine e secondo diverse scuole filosofiche e correnti mistiche tutto ciò che appare non è che l’illusione della separazione, l’unità, un’unico, universale, organico “olos” pervade il creato sotto quel dispiegarsi illusorio delle forme.

Quello che iniziamo a comprendere a questo punto è che questo inganno, almeno dalla nostra limitata prospettiva, per quanto fastidioso, per quanto sia all’origine di tutte le nostre sofferenze, non è un ostacolo, come non è uno strumento di liberazione, esso è la causa ed è lo strumento della liberazione. E questo è un pensiero incoraggiante.

Come potrebbe il cavernicolo di Platone desiderare la libertà se non avesse visto di che illusioni sono fatte le catene che lo tengono schiavo? E se la nostra natura è intrecciata dall’inizio dei tempi a questa necessità, qual è lo scopo del nostro esistere?

Iniziate a vedere qual è il ruolo che ognuno di noi impersona nel grande gioco cosmico? Ne intuite la portata?

Accettando un simile punto di vista sorgono due grossi problemi: chi ordisce la grande illusione che ci tiene separati e pertanto schiavi? Perchè qualcuno ci tiene schiavi con l’inganno? Quest’ultima domanda pone una questione ancora più importante ma sottotraccia.

I più accaniti materialisti fra voi potranno pensare che tutt’al più questo è un problema che riguarda la vecchia dialettica fra corpo e mente, per cui il corpo, anche ridotto al paradigma olografico di Pribram, può rivelarsi un carcere per la mente che si emancipa, essendo divenuta cosciente dell’inganno.

Sbagliato.

Limitarsi a considerare la mente è un fatto accettabile per il materialista, che può ricondurla a processi plausibili e familiari come le sinapsi del cervello.
Il materialismo è diventato pertanto l’illusione delle illusioni, una peculiarità della modernità, perché rappresenta qualcosa (anima) che non partecipa del processo del dispiegarsi delle forme ma che vi è immersa in con-fusione al punto che essa si identifica con quella prakṛti che è velo di māyā.

Inoltre la mente è il campo privilegiato dell’inganno, non solo perchè può essere ingannata con grande facilità sia nelle percezioni sensibili (illusioni ottiche ad esempio), sia nelle sue conclusioni deduttive (basti pensare alla fallacia dei ragionamenti e alla contradditorietà di numerosi processi apparentemente logici e deduttivi) ma anche perchè alcuni fra cui Castaneda hanno suggerito che nel processo con cui un essere umano viene al mondo egli ad un certo punto prende una mente, che fino a quel momento esisteva come un essere inorganico, ma in qualche misura dotato di una volontà propria. E’ sulla base di simili concezioni che diverse scuole meditative orientali e non solo impongono di silenziare la mente fino a trascenderla, poichè ciò che essa suggerisce è giudicato del tutto inaffidabile e in certa misura menzognero. E di fatto i più attenti di noi avranno a volte fatto l’esperienza di rapportarsi con la propria mente come con qualcosa che non obbedisce alla nostra volontà: è nota la provocazione “prova a non pensare ad un elefante rosa”, in cui la volontà di non pensare a qualcosa non prevale sullo stimolo esteriore.
La mente per sua natura accetta/rigetta e se ci fate caso non fa molto altro, è facile provocarla e condizionarla al punto da poterne prevedere con costanza le reazioni di avversione; è altrettanto facile foraggiarla con input che provocano piacere al punto di addomesticarla a produrre con costanza reazioni di affezione e di attaccamento. Essa è l’alleato migliore di cui può disporre chi ha interesse a tenerci in catene. Per nostra fortuna la mente non è la sede della creatività, nè dell’intuizione, ma è al massimo una organizzatrice del lavoro creativo.

In tutte le possibilità che il mondo offre, esiste un solo ente al quale si riconosce un riverbero della scintilla divina che è puruṣa. Noi l’abbiamo chiamato anima, gli indiani atman, meglio nella formulazione di atman-brahman, l’anima individuale collegata al principio universale.

Poniamo questa come risposta alla nostra prima domanda: è anima a rimanere intrecciata nella trama della creazione, fino a dimenticarsi di sè, fino a perdersi nelle forme che esistono perché lei possa fare l’esperienza di se stessa, il viaggio di ritorno o di ascensione di cui ci parla la Pistis sophia, qualcosa che infine possa trascendere anche la sua stessa natura.
D’altronde anche in conclusione delle Samkhyakarika c’è una metafora apocalittica, laddove si afferma che quando puruṣa, da spettatore indifferente rivela la propria esistenza a prakṛti, che come ballerina danza, essa cessa di danzare e si ritrae in se stessa perché lo scopo della sua danza, del suo līlā, è compiuto e non sussiste altra ragione per ulteriore creazione.

Al nocciolo della questione chi è, dunque, il divino ingannatore? Lo definiamo divino non perché egli sia Dio, anche se talvolta è stato confuso con un’ipostasi divina, ma soprattutto perché egli deve precedere la grande illusione, ovvero deve essere principio di essa.
Vogliamo ricordarlo, dall’interno l’inganno non si vede, bisogna squarciarne il velo, diversamente può solo essere immaginato, se ne può postulare l’esistenza ma senza risolverne il mistero. E allo stesso modo postuliamo che l’autore del misfatto debba precederne la creazione o debba averla cooptata dal principio; lo definiamo Uomo Primo o, prendendo a prestito il gergo gnostico, è il demiurgo con la sua schiatta di arconti.

Non intendo dilungarmi oltre su tematiche che sono argomento di iniziazioni, pertanto lo scopo e la natura di certe entità dovrete scoprirlo da voi. Vi basti considerare, per ora, che ciò che accade, accade con uno scopo e che anche gli esseri sottili che giocano con l’inconsapevolezza dell’essere umano rispetto alla struttura della realtà, ingannano seguendo i loro scopi e perseguendo il proprio vantaggio, non il nostro.

La buona notizia è che inganni, grandi o piccoli che siano, esistono nella misura ed in ragione del fatto che noi stessi esistiamo, perciò sono qui per noi e noi soltanto, e questo, lo ripeto, è un pensiero incoraggiante, poichè se è vero che anima si presta ad essere ingannata facilmente perchè dimentica di sè, e sebbene tutto sembri contribuire ad accrescere la confusione e rinsaldare le catene, è vero anche che nelle sue capacità di creazione e di conoscenza diretta delle cose risiedono la nostra maggior forza e la capacità di essere liberi.

E, sebbene il più delle volte questo non accada, realizzare in vita il sussistere di questo grande inganno significa aver svelato il segreto più grande dell’universo e questo, secondo le antiche tradizioni ci condurrà a esplorare altri mondi sotto forma di nuovi stati dell’essere, i loka della tradizione indiana, il paradiso di quella occidentale.

Il punto di partenza di questa ricerca sia allora nelle domande su cui ritorniamo:

Chi inganna? Chi viene ingannato?

1Platone, La Repubblica.

2“Tu sei quello”. Massima tipica della

3Isvarakrisna, Samkhyakarika.

Antropologia

CHIARA VIGO

Una Storia comincia: Un maestro, Un’arte, una vita.

Se nasci in una fredda serata di febbraio nell’isola di Sant’Antioco a Sud-Ovest della Sardegna, quando tutti non ti aspettano puoi pensare che tutto era già scritto..

Io Chiara Vigo nasco la sera del 1 febbraio dell’anno 1955, nel piccolo ridente paesino di Calasetta a 9 km dal paese di Sant’Antioco e nessuno mi aspetta, nemmeno mia madre, che aveva previsto nascessi 3 mesi più tardi. La sera non era adatta, faceva un gran freddo per il gran vento di tramontana che tirava gelido e il temporale e il vento cantavano la loro antica canzone. Mio padre era stato costretto a prendere il suo cavallo e a raggiungere il vicino paese di Sant’Antioco per cercare un’ostetrica collega di mamma.. e così, fragile come un piccolo fiore,venivo alla luce .

Mi viene messo il nome Chiara.
La nostra casa, che si trovava vicino al porto del piccolo e ridente paese di Calasetta, era composta di Una Camera, una sala e la cucina con pochi mobili e suppellettili di antico sapore… a me pareva grande e sicuramente vi regnava un energia che riempiva la mia anima sognatrice. Nel cortile adiacente c’era la stalla dove Babbo teneva il calesse e il Cavallo, che utilizzava tutte le mattine all’alba per recarsi nel nostro podere a Sisineddu, dove esercitava l’Antico lavoro di contadino del quale andava fiero. Ho pochissimi ricordi legati a mio padre, vista la sua brevissima vita. Ricordo la sua figura alta, che la sera al rientro dal lavoro dopo aver sistemato calesse e cavallo entra in casa, saluta mamma e dopo racconta seduto con noi in braccio, la storia dell’albero magico, che a Sisineddu produce caramelle che stranamente tutte le sere sono due, una per me e una per mio fratello Savio. Mia mamma oltre a occuparsi di tutti noi sei figli fra maschi e femmine, svolge la professione di Ostetrica. Dietro casa nostra vivono i miei nonni Paterni, che sono molto vecchi. Nel loro cortile, attorno al pozzo dell’acqua, stanno le latte di recupero dove non mancano le erbe aromatiche, che servono a cucinare: nel ricordo, il loro profumo accompagna quello del sugo e polpette della domenica di nonna Doloretta.

Della casa di campagna posso ricordare la roccia a forma di cavallo sulla quale ho cavalcato con principi e ho sognato di partire, per paesi e palazzi di principi e Re.

Una vita difficile forse se paragonata alla vita dei giovani di oggi ma indubbiamente ricca di odori, sapori, giochi indimenticabili, anche se per un periodo breve.

Ho vissuto in famiglia , circondata dall’affetto dei miei bisnonni e nonni materni, vezzeggiata e amata da tutti. Mia Nonna materna in modo speciale da subito, prepara per me abiti speciali e non c’è compleanno in cui Lei non sia venuta da noi con la torta per me, questo non piaceva molto a mio padre che sosteneva che questi gesti mi avrebbero montato la testa. Mio bisnonno Raffaele Mereu È un grande maestro di Sartoria e dalla sua scuola nascono diverse Sartorie per uomo, che per circa un cinquantennio operano nell’Isola di Sant’Antioco; l’Arte del taglio e cucito vive nelle sue mani e nei suoi gesti e io spesso godo di questi, mi piace e mi affascina vederlo vecchissimo rifarsi le asole del gilè che indossa sotto la giacca. La sua voce eccheggia nella sala di mezzo della vecchia casa, mentre davanti al grande specchio si rifà i baffi , che porta con fierezza. È particolarmente elegante e traspare nel suo muoversi con eleganza, l’appartenenza a una famiglia di alto lignaggio. Dalla sua bella grafia si capisce che le sue abitudini sono state dettate da un mondo ricco di cultura e di Arte. Mia Bisnonna Marongiu Cristina nonostante le sue origini meno Importanti È una donna molto bella e molto riservata. Ricama con amore su tele sottili, corredi che forse mai nessuno userà. Oculata nelle spese vanta in famiglia il Titolo di manager.

È vivo in me , il ricordo del suo camminare per casa col mazzo delle chiavi delle credenze appeso alla sottana e il suo autoritario modo di annunciare la buona notte a noi piccoli della casa, dopo averci fatto assistere alla cerimonia del caricamento del Pendolo, che ancora oggi segna il tempo della mia vita.

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Mia Nonna Mereu Maria Maddalena Rosina È un Maestro di tessuti antichi (bisogna tenere conto del fatto che nella famiglia Mereu da sempre si tesse e si tinge e si confezionano abiti, corredi e costumi), nella sua stanza da lavoro tante giovani si fermano e si raccontano e vivono in un grande gioco di incontri e di scambi artistici, politici e umani, dove la dimensione della sua maestria si respira e io anche se piccola, amo passare gran parte del mio tempo.
Mia Nonna traccerà nel mio cuore, il sentimento dell’amore per l’Arte del tessuto e della Maestria. Mi ama tantissimo e ha per me Mille grandi attenzioni, tra di noi senza parole, esiste un’intesa che ha dell’incredibile, ci capiamo senza bisogno di dirci nulla perchè le affinità che ci accomunano sono infinite. Nonna Leonilde, così tutti la chiamiamo, È una donna dalle doti eccezionali e dalle capacità carismatiche eccellenti, mi insegna tutto quello che serve perchè io diventi un buon Maestro di Bisso e di tessitura per museo. Suo fratello Mons. Mereu Teofilo Dario, Vive con tutti Noi. Il suo studio È il regno dove mi piace stare, pieno di libri antichi e di testi biblici, dove amo scrivere e leggere assieme a Nonno Raffaele, che, seduto nella sua poltrona di velluto rosso, legge il giornale. Zio Dario, sostituirà la figura di mio padre quando verrà a mancare e sarà il mio appoggio spirituale e materiale. Fra di noi due c’è un’intesa eccezionale, Lui è dentro il mio cuore e assieme a mia Nonna È la persona più importante della mia vita. Mi aiuterà nei momenti bui del mio vivere e mi sorreggerà durante le forti prove della mia esistenza. Con mio Nonno Luigi, marito di mia Nonna Leonilde, Maestro di Stucchi e di restauri in Pietra, ho un rapporto normale. Mi piace andare con lui nel giardino di famiglia a cogliere la frutta, gli alberi mi raccontano la loro storia e penso a quante genti prima di noi, in quel luogo hanno sperato e giocato. Spesso, con me ama cantare, ma il suo carattere nervoso e riservato non gli permette di essere comunicativo e mi dispiace, perchè, quando è sereno disegna in maniera eccellente e sicuramente molti segreti della sua Arte li ha portati via con sè. Tra Lui e mia nonna non c’è mai stata una grande storia, diciamo che, essendosi sposati giovanissimi, l’intesa fra i due non è durata molto, anche se con me sia l’uno che l’altra hanno giocato ad avermi in esclusiva. Sinceramente Io ho preferito non approfondire in dettaglio la loro storia, cercando di amarli così semplicemente e la cosa ha avuto ottimi risultati.
Mio Padre Vigo Luciano, muore nel 1963. Il ricordo che ho di Lui È molto vago, forse perchè tra di noi non c’era un grande rapporto: Papà faceva il contadino in un piccolo podere di sua proprietà e aveva riposto le sue speranze su mio fratello Savio, perchè sperava un giorno di lasciare all’uomo di casa l’eredità. Questi argomenti materiali già da allora mi lasciavano indifferente e inconsciamente mi rifugiavo nei miei pensieri fantastici, tanto da essere da sempre considerata in famiglia un po’ svampita.

Mia Madre Piras Seconda, ha avuto una vita difficile e faticosa. Forse per questo il suo carattere era troppo rigido, dovuto al fatto di dover allevare 6 figli da sola e allo stesso tempo di doversi occupare della sua professione di ostetrica perchè a noi fosse garantito tutto ciò di cui possono avere bisogno sei bambini; come preoccuparsi che una governante si potesse occupare a tempo pieno di noi, e così spesso già da allora il mio rifugio per il mio grande bisogno di affetto e coccole era mia nonna Leonilde. Mio Padre Muore nel 26 febbraio del 1963 e lascia mia madre vedova a soli 30 anni con sei figli da badare.


Mamma viene Mandata nel piccolo paese di Sardara, trasferita per lavoro A Ortacesus, un piccolo paesetto vicino a Cagliari e porta con sè solo il bambino più piccolo, Giuseppe. Noi restiamo a Sant’Antioco affidati alle cure di mia nonna Leonilde e mio nonno Luigi.

Mentre con mia nonna corre sempre un buon rapporto, con mio nonno la vita non È facile; È un uomo molto rigido e autoritario, pretende da noi che si lavori in giardino, che si vada a vendemmiare, tutte faccende che eseguo quasi automaticamente ma che non fanno parte del mio essere. Allora nella nostra realtà era normale che i bambini eseguissero lavori che facevano parte del vivere della famiglia. Ma spesso nonno fà delle sfuriate e così quando mamma viene trasferita a Sardara anche noi andiamo a vivere con lei assieme a Cesarina, la nostra governante. Non amo parlare di questo periodo della mia vita, non È stato per me felice, escluso qualche raro episodio, e preferisco evitare l’argomento.
Vivo a Sardara con mia Madre e i miei fratelli ma appena si presenta l’occasione e mia nonna viene a trovarci per farci sapere che seguirà Zio Dario, che è stato inviato a fare il parroco a San Giovanni Suergiu; io esprimo il desiderio di andare a vivere con Lei in Casa parrocchiale col fratello Dario, Mio Bisnonno, mia Bisnonna e mio nonno e vado a vivere con loro.

Gli anni corrono felici, e passo il mio tempo a seguire le orme artistiche di mia Nonna.

Nella sua stanza bottega il tempo non È mai troppo, le persone che passano a trovarla hanno tutte una storia da raccontare, così che il fascino del tessuto del vivere prende corpo nella mia anima e imparo avvolta dal fascino del patrimonio gestuale che la avvolge le leggi della Maestria i suoi formulari e i suoi segreti le sue storie antiche che spesso mi portano a chiedere a zio di potermi fermare con Lui a conoscere le lingue antiche. La mia vita scorre serena passano gli anni e con Lei insegno Tessitura in vari paesi del Sulcis. Mi piace questo suo mondo e capisco che quel patrimonio và salvato e protetto, accetto quindi di affinare le mie conoscenze in campo di Biologia marina e accetto di lavorare in un impianto di acquacoltura per studiare meglio e più da vicino la pinna nobilis setacea.

Zio nel frattempo decide di lasciare la Parrocchia e si torna a Sant’Antioco nella vecchia casa di famiglia, e dopo un po’ di tempo Io conosco Mario Spanu mi innamoro della sua natura cheta e schiva, del suo comprendere il mio animo artistico e la mia anima che nasconde segreti profondi: Lui capisce, mi ama e Io sono felice! Lega la sua vita alla mia, la sua anima alla mia e il 21 agosto del 1983 ci sposiamo nella vecchia cara Basilica dove Zio celebra il nostro Matrimonio silenzioso e privato, circondati dall’amore di fratelli e sorelle e genitori andiamo a vivere nella casa in viale Trieste dove il nostro amore viene presto allietato dalla nascita di Marianna che nasce nel 1984 e porta la sua luce e il suo sorriso con grande felicità di tutti.

Maddalena nasce nel 1985 e la casa si riempie di allegre risate, giochi sparsi, e mia nonna e mio zio accompagnano la nostra serena vita e noi la loro serena vecchiaia. Mia nonna dirige il centro Pilota I.S.O.L.A che nasce con lo scopo di divulgare la tessitura, Forma una cooperativa di giovani donne, ma io mi rendo subito conto che non trasferisce nulla o quasi del patrimonio a me trasmesso.

Io proseguo gli studi a mare e quando sono pronta Lei Intuisce che È arrivato il mio tempo e mi trasferisce col Giuramento dell’acqua i formulari che permettono le estrazioni di colore dalle piante e la lavorazione della fibra di Bisso.

Zio Dario si ammala e muore lasciando un vuoto ancora oggi nel mio cuore.

Mi dedico interamente a mia nonna , lasciamo la casa coniugale e ci trasferiamo a casa sua.

Io insegno tessitura per i vari enti regionali e assumo nel 1987 la presidenza di una cooperativa Tessile ma capisco che il patrimonio che ho in mano deve essere salvaguardato per le genti a venire e non può essere affidato a giovani che cercano lavoro ma ha bisogno di intere esistenze, capaci di mantenerlo intatto e scevro da attacchi commerciali e come prima di me mia nonna decido di ritirarmi a vita da Maestro e lascio la cooperativa. Nel 1987 assieme a mia nonna, accettiamo il primo invito della Rai a pubblicare l’Argomento Bisso, e Io in quell’occasione parlo della mia volontà di fare uno studio del fondale dell’isola per evitare la pesca dell’animale.

Fonte: Chiara Vigo

Attualità

I valori della famiglia Schwab

Il vero Klaus Schwab è una figura di vecchio zio gentile che desidera fare del bene all’umanità, o è davvero il figlio di un collaboratore nazista che ha usato il lavoro degli schiavi e ha aiutato gli sforzi nazisti per ottenere la prima bomba atomica? Johnny Vedmore indaga.

Di Johnny Vedmore
20 FEBBRAIO 2021
28′ di lettura

Art by Hal Hefner, for Unlimited Hangout


La mattina dell’11 settembre 2001, Klaus Schwab era seduto a fare colazione nella sinagoga di Park East a New York City con il rabbino Arthur Schneier, ex vicepresidente del World Jewish Congress e stretto collaboratore delle famiglie Bronfman e Lauder. Insieme, i due uomini hanno visto uno degli eventi più importanti dei vent’anni successivi, quando gli aerei hanno colpito gli edifici del World Trade Center. Ora, due decenni dopo, Klaus Schwab è di nuovo seduto in prima fila in un altro momento della moderna storia dell’umanità che ha segnato una generazione.

Sembra sempre avere un posto in prima fila quando la tragedia si avvicina, la vicinanza di Schwab agli eventi che cambiano il mondo si deve probabilmente al fatto che sia uno degli uomini più e meglio connessi sulla Terra. Come forza trainante del World Economic Forum, “l’organizzazione internazionale per la cooperazione tra pubblico e privato”, Schwab ha corteggiato capi di stato, dirigenti d’azienda e l’élite dei circoli accademici e scientifici a Davos per oltre 50 anni. Più recentemente, ha anche stuzzicato l’ira di molti a causa del suo più recente ruolo come frontman del Grande Reset, uno sforzo travolgente per rifare la civiltà a livello globale per l’espresso beneficio dell’élite del World Economic Forum e dei loro alleati.

Schwab, durante la riunione annuale del Forum nel gennaio 2021, ha sottolineato che la costruzione della fiducia sarebbe stata parte integrante del successo del Grande Reset, segnalando una successiva espansione della già massiccia campagna di pubbliche relazioni dell’iniziativa. Anche se Schwab ha chiesto di costruire la fiducia attraverso non meglio specificati “progressi”, la fiducia è normalmente incentivata dalla trasparenza. Forse questo è il motivo per cui così tanti hanno rifiutato di fidarsi del signor Schwab e delle sue motivazioni, dato che si sa così poco della storia dell’uomo e del suo background prima della fondazione da parte sua del World Economic Forum nei primi anni ’70.

Come molti importanti prestanome per i programmi sponsorizzati dall’élite, la documentazione online di Schwab è stata ben sterilizzata, rendendo difficile trovare informazioni sulla sua storia iniziale, così come informazioni sulla sua famiglia. Eppure, essendo nato a Ravensburg, in Germania, nel 1938, molti hanno ipotizzato negli ultimi mesi che la famiglia di Schwab possa aver avuto qualche legame con gli sforzi di guerra dell’Asse, legami che, se esposti, potrebbero minacciare la reputazione del World Economic Forum e portare un esame indesiderato alle sue missioni e motivazioni professate.

In questa indagine di Unlimited Hangout, il passato che Klaus Schwab ha lavorato per nascondere viene esplorato in dettaglio, rivelando il coinvolgimento della famiglia Schwab, non solo nella ricerca nazista di una bomba atomica, ma il programma nucleare illegale del Sudafrica dell’apartheid. Particolarmente rivelatrice è la storia del padre di Klaus, Eugen Schwab, che guidò la filiale tedesca, sostenuta dai nazisti, di una società di ingegneria svizzera nella guerra come un importante appaltatore militare. Quell’azienda, la Escher-Wyss, avrebbe usato il lavoro degli schiavi per produrre macchinari essenziali per lo sforzo bellico nazista, così come per sostenere il suo programma nucleare attraverso la produzione di acqua pesante. Anni dopo, nella stessa azienda, un giovane Klaus Schwab faceva parte del consiglio di amministrazione quando fu presa la decisione di fornire al regime razzista dell’apartheid in Sudafrica l’attrezzatura necessaria a promuovere la sua ricerca per diventare una potenza nucleare.

Con il Forum Economico Mondiale che ora è un importante sostenitore della non proliferazione nucleare e dell’energia nucleare “pulita”, il passato di Klaus Schwab lo rende un povero portavoce della sua agenda professata per il presente e il futuro. Eppure, scavando ancora più a fondo nelle sue attività, diventa chiaro che il vero ruolo di Schwab è stato a lungo quello di “plasmare le agende globali, regionali e industriali” del presente al fine di garantire la continuità di agende più grandi e molto più vecchie che sono cadute in discredito dopo la seconda guerra mondiale, non solo la tecnologia nucleare, ma anche le politiche di controllo della popolazione influenzate dall’eugenetica.

Una storia sveva
Il 10 luglio 1870, il nonno di Klaus Schwab, Jakob Wilhelm Gottfried Schwab, chiamato in seguito semplicemente Gottfried, nacque in una Germania in guerra con i suoi vicini francesi. Karlsruhe, la città dove nacque Gottfried Schwab, si trovava nel Granducato di Baden, governato nel 1870 dal 43enne Granduca di Baden, Federico I. L’anno seguente, il suddetto Duca sarebbe stato presente alla proclamazione dell’Impero tedesco che ebbe luogo nella Sala degli Specchi del Palazzo di Versailles. Era l’unico genero dell’imperatore in carica Guglielmo I e, come Federico I, era uno dei sovrani regnanti della Germania. Quando Gottfried Schwab compì 18 anni, la Germania avrebbe visto Guglielmo II salire al trono alla morte di suo padre, Federico III.

Nel 1893, il ventitreenne Gottfried Schwab lascerà ufficialmente la Germania rinunciando alla sua cittadinanza tedesca e lasciando Karlsruhe per emigrare in Svizzera. All’epoca, la sua occupazione era nota come quella di un semplice panettiere. Qui, Gottfried avrebbe incontrato Marie Lappert, che era di Kirchberg vicino a Berna, Svizzera, e che era cinque anni più giovane di lui. Si sposeranno a Roggwil, Berna, il 27 maggio 1898 e l’anno seguente, il 27 aprile 1899, nascerà il loro figlio Eugen Schwab. Al momento della sua nascita, Gottfried Schwab aveva fatto carriera, essendo diventato un ingegnere meccanico. Quando Eugen aveva circa un anno, Gottfried e Marie Schwab decisero di tornare a vivere a Karlsruhe e Gottfried richiese nuovamente la cittadinanza tedesca.

Eugen Schwab avrebbe seguito le orme di suo padre e sarebbe diventato un ingegnere meccanico e negli anni futuri avrebbe consigliato ai suoi figli di fare lo stesso. Eugen Schwab avrebbe iniziato a lavorare in una fabbrica in una città dell’Alta Svevia nella Germania meridionale, capitale del distretto di Ravensburg, Baden-Württemberg.

La fabbrica dove avrebbe forgiato la sua carriera era la filiale tedesca di una società svizzera chiamata Escher Wyss. La Svizzera aveva molti legami economici di lunga data con l’area di Ravensburg, con commercianti svizzeri all’inizio del 19° secolo che portavano filati e prodotti di tessitura. Nello stesso periodo, Ravensburg fornì grano a Rorschach fino al 1870, insieme ad animali da allevamento e vari formaggi, nel profondo delle Alpi svizzere. Tra il 1809 e il 1837, c’erano 375 svizzeri che vivevano a Ravensburg, anche se la popolazione svizzera era scesa a 133 nel 1910.

Negli anni 1830, abili operai svizzeri crearono una fabbrica di cotone con un impianto di sbiancamento e finitura incorporato, di proprietà e gestito dai fratelli Erpf. Il mercato dei cavalli di Ravensburg, creato intorno al 1840, attirò anche molte persone dalla Svizzera, specialmente dopo l’apertura nel 1847 della linea ferroviaria da Ravensburg a Friedrichshafen, una città situata sul vicino lago di Costanza al confine tra Svizzera e Germania.

I commercianti di grano di Rorsach facevano visite regolari al Ravensburger Kornhaus e alla fine questa cooperazione di commercio transfrontaliero portò anche all’apertura di una filiale della fabbrica di macchine di Zurigo, Escher-Wyss & Cie, nella città. Questa impresa fu resa possibile quando, tra il 1850 e il 1853, fu completata la linea ferroviaria che collegava la Svizzera alla rete stradale tedesca. La fabbrica fu creata da Walter Zuppinger tra il 1856 e il 1859 e avrebbe iniziato la produzione nel 1860. Nel 1861, possiamo vedere il primo brevetto ufficiale dei fabbricanti Escher-Wyss a Ravensburg di “impianti particolari su telai meccanici per la tessitura di nastri”. In questo periodo, la filiale di Ravensburg di Escher Wyss sarebbe stata diretta da Walter Zuppinger, e sarebbe stato il luogo dove avrebbe sviluppato la sua turbina tangenziale e dove avrebbe ottenuto una serie di brevetti aggiuntivi. Nel 1870, Zuppinger insieme ad altri avrebbe anche fondato una fabbrica di carta a Baienfurt vicino a Ravensburg. Si ritirò nel 1875 e dedicò tutte le sue energie all’ulteriore sviluppo delle turbine.

Documento di fondazione della fabbrica Escher-Wyss Ravensburg, datato 1860.

All’inizio del nuovo secolo, la Escher-Wyss aveva messo da parte la tessitura dei nastri e cominciò a concentrarsi su progetti molto più grandi come la produzione di grandi turbine industriali e, nel 1907, cercarono una “procedura di approvazione e concessione” per la costruzione di una centrale idroelettrica vicino a Dogern am Rhein, che fu riportata in un opuscolo di Basilea del 1925.

Nel 1920, la Escher-Wyss si trovò in gravi difficoltà economiche. Il trattato di Versailles aveva limitato la crescita militare ed economica della Germania dopo la Grande Guerra, e la società svizzera valutò la contrazione dei progetti di ingegneria civile delle nazioni vicine troppo grande da sostenere. La casa madre di Escher-Wyss si trovava a Zurigo e risaliva al 1805 e l’azienda, che godeva ancora di una buona reputazione e di una storia lunga più di un secolo, fu considerata troppo importante perché andasse perduta. Nel dicembre 1920, fu effettuata una riorganizzazione con la riduzione del capitale sociale da 11,5 a 4,015 milioni di franchi francesi ed esso più tardi fu aumentato di nuovo fino a 5,515 milioni di franchi svizzeri. Alla fine dell’anno fiscale del 1931, la Escher-Wyss è ancora in perdita.

Eppure, la coraggiosa azienda continuò a consegnare contratti di ingegneria civile su larga scala per tutti gli anni ’20, come si nota nella corrispondenza ufficiale scritta nel 1924 da Wilhelm III Principe di Urach alla società Escher-Wyss e al responsabile patrimoniale della Casa di Urach, il contabile Julius Heller. Questo documento tratta “Termini e condizioni generali dell’Associazione dei costruttori tedeschi di turbine idrauliche per la consegna di macchine e altre attrezzature per le centrali idroelettriche”. Lo stesso fatto è anche confermato in un opuscolo sulle “Condizioni dell’Associazione dei costruttori tedeschi di turbine idrauliche per l’installazione di turbine e parti di macchine all’interno del Reich tedesco”, stampato il 20 marzo 1923 in un opuscolo pubblicitario della Escher-Wyss per un regolatore universale della pressione dell’olio.

Dopo che la Grande Depressione all’inizio degli anni ’30 aveva devastato l’economia mondiale, la Escher-Wyss annunciò: “dato che lo sviluppo catastrofico della situazione economica in relazione alla valuta peggiora, La società [Escher-Wyss] è temporaneamente incapace di far fronte alle sue passività correnti in vari paesi clienti”. L’azienda, inoltre, rivelava che avrebbe chiesto un rinvio giudiziario al giornale svizzero Neue Zürcher Nachrichten, il quale il 1° dicembre 1931 riportò che “alla società Escher-Wyss è stata concessa una sospensione del fallimento fino alla fine di marzo 1932 e, in qualità di curatore in Svizzera, è stata nominata una società fiduciaria”. L’articolo affermava ottimisticamente che “ci dovrebbe essere la prospettiva di continuare le operazioni”. Nel 1931, la Escher-Wyss impiegava circa 1.300 lavoratori non contrattualizzati e 550 dipendenti.

A metà degli anni 30, la Escher-Wyss si trova di nuovo in difficoltà finanziarie. Al fine di salvare l’azienda questa volta, vanne istituito un consorzio per salvare la società ingegneristica in difficoltà. Il consorzio era formato in parte dalla Banca Federale Svizzera (che era casualmente guidata da un Max Schwab, che non è parente di Klaus Schwab) e un’ulteriore ristrutturazione ebbe luogo. Nel 1938, fu annunciato che un ingegnere della ditta, il colonnello Jacob Schmidheiny sarebbe diventato il nuovo presidente del consiglio di amministrazione di Escher-Wyss. Poco dopo lo scoppio della guerra nel 1939, Schmidheiny fu citato per aver detto: “Lo scoppio della guerra non significa necessariamente disoccupazione per l’industria meccanica in un paese neutrale, al contrario”. La Escher-Wyss, e la sua nuova gestione, erano apparentemente impazienti di trarre profitto dalla guerra, aprendo la strada alla loro trasformazione in un importante appaltatore militare nazista.

Una breve storia della persecuzione ebraica a Ravensburg
Quando Adolf Hitler andò al potere, molte cose cambiarono in Germania, e la storia della popolazione ebraica di Ravensburg durante quell’epoca è triste da raccontare. Eppure, non era certo la prima volta che l’antisemitismo veniva registrato come se avesse alzato la sua brutta testa nella regione.

Nel Medioevo, una sinagoga, menzionata già nel 1345, si trovava nel centro di Ravensburg e serviva una piccola comunità ebraica che può essere tracciata dal 1330 al 1429. Alla fine del 1429 e per tutto il 1430, gli ebrei di Ravensburg furono presi di mira e ne seguì un orribile massacro. Nei vicini insediamenti di Lindau, Überlingen, Buchhorn (poi rinominato Friedrichshafen), Meersburg e Konstanz, ci furono arresti di massa dei residenti ebrei. Gli ebrei di Lindau furono bruciati vivi durante il libello di sangue di Ravensburg del 1429/1430, in cui i membri della comunità ebraica furono accusati di sacrificare ritualmente i bambini. Nell’agosto 1430, a Überlingen, la comunità ebraica fu costretta a convertirsi, 11 di loro lo fecero e i 12 che rifiutarono furono uccisi. I massacri che ebbero luogo a Lindau, Überlingen e Ravensburg avvennero con la diretta approvazione del re regnante Sigmund e tutti gli ebrei rimasti furono presto espulsi dalla regione.

Ravensburg ebbe questo divieto confermato dall’imperatore Ferdinando I nel 1559 e fu mantenuto, per esempio, in un’istruzione del 1804 per la guardia cittadina, che recitava: “Dal momento che agli ebrei non è permesso intraprendere alcun commercio o attività qui, nessun altro è autorizzato ad entrare in città per posta o in carrozza, gli altri, tuttavia, se non hanno ricevuto un permesso per un soggiorno più o meno lungo dall’ufficio di polizia, devono essere allontanati dalla città dalla stazione di polizia”.

Solo nel XIX secolo gli ebrei poterono di nuovo stabilirsi legalmente a Ravensburg e, anche allora, il loro numero rimase così piccolo che non fu ricostruita una sinagoga. Nel 1858, c’erano solo 3 ebrei registrati a Ravensburg e, nel 1895, questo numero raggiunse il picco di 57. Dall’inizio del secolo fino al 1933, il numero di ebrei che vivevano a Ravensburg era costantemente diminuito fino a quando la comunità non fu composta che di 23 persone.

All’inizio degli anni ’30, a Ravensburg risiedevano sette principali famiglie ebree: Adler, Erlanger, Harburger, Herrmann, Landauer, Rose e Sondermann. Dopo che i nazionalsocialisti presero il potere, alcuni degli ebrei di Ravensburg furono inizialmente costretti ad emigrare, mentre altri sarebbero poi stati uccisi nei campi di concentramento nazisti. Prima della seconda guerra mondiale, ci furono molte dimostrazioni pubbliche di odio verso la piccola comunità di ebrei di Ravensburg e dintorni.

Già il 13 marzo 1933, circa tre settimane prima del boicottaggio nazista a livello nazionale di tutti i negozi ebrei in Germania, le guardie SA si appostarono davanti a due dei cinque negozi ebrei di Ravensburg e cercarono di impedire ai potenziali acquirenti di entrare, mettendo su un negozio dei cartelli che dicevano “Wohlwert chiuso fino all’arianizzazione”. Wohlwert sarebbe presto diventato “arianizzato” e sarebbe stato l’unico negozio di proprietà ebraica a sopravvivere al pogrom nazista. Gli altri proprietari dei quattro grandi magazzini ebraici di Ravensburg; Knopf; Merkur; Landauer e Wallersteiner furono tutti costretti a vendere le loro proprietà a commercianti non ebrei tra il 1935 e il 1938. Durante questo periodo, molti degli ebrei di Ravensburg furono in grado di fuggire all’estero prima che iniziasse il peggio della persecuzione nazionalsocialista. Mentre almeno otto morirono violentemente, fu riportato che tre cittadini ebrei che vivevano a Ravensburg sopravvissero grazie ai loro coniugi “ariani”. Alcuni degli ebrei che furono arrestati a Ravensburg durante la Notte dei Cristalli furono costretti a marciare per le strade di Baden-Baden sotto la supervisione delle SS il giorno seguente e furono poi deportati nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

Orribili crimini nazisti contro l’umanità ebbero luogo a Ravensburg. Il 1° gennaio 1934, la “Legge per la prevenzione delle malattie ereditarie” entrò in vigore nella Germania nazista, il che significa che le persone con malattie diagnosticate come demenza, schizofrenia, epilessia, sordità ereditaria, e vari altri disturbi mentali, potevano essere legalmente sterilizzate con la forza. Nell’ospedale cittadino di Ravensburg, oggi chiamato ospedale Heilig-Geist, le sterilizzazioni forzate furono effettuate a partire dall’aprile 1934. Nel 1936, la sterilizzazione era la procedura medica più eseguita nell’ospedale comunale.

Negli anni pre-bellici del 1930 che portarono all’annessione tedesca della Polonia, la fabbrica Escher-Wyss di Ravensburg, ora gestita direttamente dal padre di Klaus Schwab, Eugen Schwab, continuò ad essere il più importante datore di lavoro a Ravensburg. Non solo la fabbrica era uno dei principali datori di lavoro della città, ma il partito nazista di Hitler stesso assegnò alla filiale Escher-Wyss di Ravensburg il titolo di “Azienda modello nazionalsocialista” mentre Schwab era al timone. I nazisti stavano potenzialmente corteggiando l’azienda svizzera per la cooperazione nella guerra imminente, e le loro avances furono alla fine ricambiate.

Escher-Wyss Ravensburg e la guerra

Ravensburg fu un’anomalia nella Germania di guerra, poiché non fu mai presa di mira da nessun attacco aereo alleato. La presenza della Croce Rossa, e un presunto accordo con varie aziende tra cui Escher-Wyss, ha visto le forze alleate accettare pubblicamente di non prendere di mira la città della Germania meridionale. Non è stata classificata come un obiettivo militare significativo durante tutta la guerra e, per questo motivo, la città mantiene ancora molte delle sue caratteristiche originali. Tuttavia, cose molto più oscure erano in corso a Ravensburg una volta iniziata la guerra.

Eugen Schwab continuò a gestire la “National Socialist Model Company” per Escher-Wyss, e l’azienda svizzera avrebbe aiutato la Wermacht nazista a produrre importanti armi da guerra così come armamenti più semplici. L’azienda Escher-Wyss era leader nella tecnologia delle grandi turbine per dighe idroelettriche e centrali elettriche, ma produceva anche parti per gli aerei da combattimento tedeschi. Erano anche intimamente coinvolti in progetti molto più sinistri che avvenivano dietro le quinte e che, se completati, avrebbero potuto cambiare l’esito della Seconda Guerra Mondiale.

Funzionari nazisti davanti al municipio di Ravensburg nel 1938, Fonte: Haus der Stadtgeschichte Ravensburg

L’intelligence militare occidentale era già a conoscenza della complicità e collaborazione di Escher-Wyss con i nazisti. Ci sono documenti disponibili dall’intelligence militare occidentale dell’epoca, in particolare il Record Group 226 (RG 226) dai dati compilati dall’Office of Strategic Services (OSS), che mostrano che le forze alleate erano a conoscenza di alcuni affari della Escher-Wyss con i nazisti.

All’interno di RG 226, ci sono tre menzioni specifiche di Escher-Wyss tra cui:

.Il fascicolo numero 47178 che recita: La svizzera Escher-Wyss lavora a un grosso ordine per la Germania. I lanciafiamme vengono spediti dalla Svizzera sotto il nome di Brennstoffbehaelter. Datato settembre 1944.

.Il fascicolo numero 41589 mostrava che gli svizzeri permettevano l’immagazzinamento delle esportazioni tedesche nel loro paese, una nazione apparentemente neutrale durante la seconda guerra mondiale. La voce recita: Relazioni commerciali tra Empresa Nacional Calvo Sotelo (ENCASO), Escher Wyss, e Mineral Celbau Gesellschaft. 1 p. luglio 1944; vedi anche L 42627 Relazione sulla collaborazione tra la spagnola Empresa Nacional Calvo Sotelo e la tedesca Rheinmetall Borsig, sulle esportazioni tedesche immagazzinate in Svizzera. 1 p. agosto 1944.

.Il fascicolo numero 72654 sosteneva che: la bauxite ungherese era precedentemente inviata in Germania e in Svizzera per essere raffinata. Poi un sindacato governativo costruì un impianto di alluminio a Dunaalmas, ai confini dell’Ungheria. Fu fornita energia elettrica; l’Ungheria contribuì con miniere di carbone e le attrezzature furono ordinate dalla ditta svizzera Escher-Wyss. La produzione iniziò nel 1941. 2 pp. Maggio 1944.

Tuttavia, Escher-Wyss erano leader in un campo in espansione in particolare, la creazione di una nuova tecnologia di turbine. L’azienda aveva progettato una turbina da 14.500 CV per l’impianto idroelettrico strategicamente importante della struttura industriale Norsk Hydro a Vemork, vicino a Rjukan in Norvegia. L’impianto Norsk Hydro, in parte alimentato da Escher Wyss, era l’unico impianto industriale sotto il controllo nazista in grado di produrre acqua pesante, un ingrediente essenziale per produrre plutonio per il programma nazista della bomba atomica. I tedeschi avevano messo tutte le risorse possibili dietro la produzione di acqua pesante, ma le forze alleate erano consapevoli dei progressi tecnologici potenzialmente rivoluzionari dei nazisti sempre più disperati.

Durante il 1942 e il 1943, l’impianto idroelettrico fu l’obiettivo di raid parzialmente riusciti del Commando britannico e della Resistenza norvegese, anche se la produzione di acqua pesante continuò. Le forze alleate sganciarono sull’impianto più di 400 bombe, che a malapena influenzarono le operazioni della struttura tentacolare. Nel 1944, le navi tedesche tentarono di trasportare l’acqua pesante in Germania, ma la Resistenza norvegese fu in grado di affondare la nave che trasportava il carico. Con l’aiuto di Escher-Wyss, i nazisti furono quasi in grado di cambiare le sorti della guerra e portare alla vittoria dell’Asse.

Tornando alla fabbrica Escher-Wyss di Ravensburg, Eugen Schwab era stato occupato ad impiegare i lavoratori forzati nella sua azienda modello nazista. Durante gli anni della seconda guerra mondiale, quasi 3.600 lavoratori forzati si trovavano a Ravensburg, anche alla Escher Wyss. Secondo l’archivista della città di Ravensburg, Andrea Schmuder, la fabbrica di macchine Escher-Wyss a Ravensburg impiegava durante la guerra tra 198 e 203 lavoratori civili e prigionieri di guerra. Karl Schweizer, uno storico locale di Lindau, afferma che la Escher-Wyss mantenne un piccolo campo speciale per i lavoratori forzati nei locali della fabbrica.

L’uso di masse di lavoratori forzati a Ravensburg rese necessario allestire uno dei più grandi campi di lavoro forzato nazisti registrati, nell’officina di un ex falegname in Ziegelstrasse 16. Un tempo, il campo in questione ospitava 125 prigionieri di guerra francesi che furono poi ridistribuiti in altri campi nel 1942. I lavoratori francesi furono sostituiti da 150 prigionieri di guerra russi che, si diceva, erano trattati peggio di tutti i prigionieri di guerra. Uno di questi prigionieri era Zina Jakuschewa, la cui scheda di lavoro e il libro di lavoro sono conservati dallo United States Holocaust Memorial Museum. Questi documenti la identificano come una lavoratrice forzata non ebrea assegnata a Ravensburg, Germania, durante il 1943 e il 1944.

Eugen Schwab avrebbe doverosamente mantenuto lo status quo durante gli anni della guerra. Dopo tutto, con il giovane Klaus Martin Schwab nato nel 1938 e suo fratello Urs Reiner Schwab nato pochi anni dopo, Eugen avrebbe voluto tenere i suoi figli lontani dal pericolo.

Klaus Martin Schwab – L’uomo internazionale del mistero

Nato il 30 marzo 1938 a Ravensburg, Germania, Klaus Schwab era il figlio maggiore di una normale famiglia nucleare. Tra il 1945 e il 1947, Klaus frequentò la scuola elementare a Au, in Germania. In un’intervista del 2006 all’Irish Times, Klaus Schwab ricorda: “Dopo la guerra, ho presieduto l’associazione regionale franco-tedesca dei giovani. I miei eroi erano Adenauer, De Gasperi e De Gaulle”.

Klaus Schwab e suo fratello minore, Urs Reiner Schwab, dovevano entrambi seguire le orme del loro nonno, Gottfried, e del loro padre, Eugen, e si sarebbero formati inizialmente come ingegneri meccanici. Il padre di Klaus aveva detto al giovane Schwab che, se voleva avere un impatto sul mondo, allora si sarebbe dovuto formare come ingegnere meccanico. Questo sarebbe stato solo l’inizio delle credenziali universitarie di Schwab.

Klaus avrebbe iniziato a studiare la sua pletora di lauree allo Spohn-Gymnasium di Ravensburg tra il 1949 e il 1957, diplomandosi infine all’Humanistisches Gymnasium di Ravensburg. Tra il 1958 e il 1962, Klaus iniziò a lavorare con diverse aziende di ingegneria e, nel 1962, completò i suoi studi di ingegneria meccanica presso il Politecnico Federale di Zurigo (ETH) con un diploma di ingegneria. L’anno seguente, completò anche un corso di economia all’Università di Friburgo, in Svizzera. Dal 1963 al 1966, Klaus lavorò come assistente del direttore generale dell’Associazione tedesca per la costruzione di macchine (VDMA), a Francoforte.

Nel 1965, Klaus stava anche lavorando al suo dottorato all’ETH di Zurigo, scrivendo la sua tesi su: “Il credito all’esportazione a lungo termine come problema commerciale nell’ingegneria meccanica”. Poi, nel 1966, ricevette il suo dottorato in ingegneria dall’Istituto Federale di Tecnologia (ETH) di Zurigo. A quel tempo, il padre di Klaus, Eugen Schwab, nuotava in cerchi più grandi di quelli in cui aveva nuotato in precedenza. Dopo essere stato una personalità ben nota a Ravensburg come amministratore delegato della fabbrica Escher-Wyss da prima della guerra, Eugen sarebbe stato eletto presidente della Camera di Commercio di Ravensburg. Nel 1966, durante la fondazione del comitato tedesco per il tunnel ferroviario di Splügen, Eugen Schwab definì la fondazione del comitato tedesco come un progetto “che crea un collegamento migliore e più veloce per grandi cerchie nella nostra Europa sempre più convergente e offre così nuove opportunità di sviluppo culturale, economico e sociale”.

Nel 1967, Klaus Schwab conseguì un dottorato in economia presso l’Università di Friburgo, in Svizzera, e un master in amministrazione pubblica presso la John F. Kennedy School of Government di Harvard, negli Stati Uniti. Mentre era ad Harvard, Schwab fu istruito da Henry Kissinger, che più tardi avrebbe detto essere tra le prime 3-4 figure che avevano maggiormente influenzato il suo pensiero nel corso di tutta la sua vita.

Henry Kissinger e il suo ex allievo, Klaus Schwab, danno il benvenuto all’ex premier britannico Ted Heath alla riunione annuale del WEF del 1980. Fonte: Forum Economico Mondiale

Nel già citato articolo dell’Irish Times del 2006, Klaus parla di quel periodo come molto importante per la formazione del suo attuale pensiero ideologico, affermando: “Anni dopo, quando tornai dagli Stati Uniti dopo i miei studi ad Harvard, ci furono due eventi che ebbero un effetto scatenante decisivo su di me. Il primo fu un libro di Jean-Jacques Servan-Schreiber, The American Challenge – che diceva che l’Europa avrebbe perso contro gli Stati Uniti a causa dei metodi di gestione inferiori dell’Europa. L’altro evento fu – e questo è rilevante per l’Irlanda – l’Europa dei sei divenne l’Europa dei nove”. Questi due eventi avrebbero aiutato a plasmare Klaus Schwab in un uomo che voleva cambiare il modo in cui le persone facevano i loro affari.

Quello stesso anno, il fratello minore di Klaus, Urs Reiner Schwab, si laureò all’ETH di Zurigo come ingegnere meccanico, e Klaus Schwab andò a lavorare per la vecchia azienda di suo padre, la Escher-Wyss, presto diventata Sulzer Escher-Wyss AG, Zurigo, come assistente del presidente per aiutare nella riorganizzazione delle aziende in fusione. Questo ci porta alle connessioni nucleari di Klaus.

L’ascesa di un tecnocrate

La Sulzer, un’azienda svizzera le cui origini risalgono al 1834, era salita alla ribalta dopo aver iniziato a costruire compressori nel 1906. Nel 1914, l’azienda a conduzione familiare era diventata parte di “tre società per azioni“, una delle quali era la holding ufficiale. Negli anni ’30, i profitti di Sulzer avrebbero sofferto durante la Grande Depressione e, come molte aziende all’epoca, dovettero affrontare interruzioni e azioni industriali da parte dei loro lavoratori.

La seconda guerra mondiale non ha forse colpito la Svizzera quanto i suoi vicini, ma il boom economico che seguì portò Sulzer a crescere in potenza e in dominio del mercato. Nel 1966, poco prima dell’arrivo di Klaus Schwab alla Escher-Wyss, i produttori svizzeri di turbine hanno firmato un accordo di cooperazione con i fratelli Sulzer a Winterthur. Sulzer e Escher-Wyss avrebbero iniziato a fondersi nel 1966, quando Sulzer acquistò il 53% delle azioni della società. Escher-Wyss sarebbe diventata ufficialmente Sulzer Escher-Wyss AG nel 1969, quando l’ultima delle azioni fu acquistata dai fratelli Sulzer.

Una volta avviata la fusione, Escher-Wyss avrebbe iniziato ad essere ristrutturata e due dei membri del consiglio di amministrazione furono i primi a vedere volgere al termine il loro servizio in Escher-Wyss. Il Dr. H. Schindler e W. Stoffel si ssarebbero dimessi dal Consiglio di Amministrazione guidato da Georg Sulzer e Alfred Schaffner. Il Dr. Schindler era stato membro del Consiglio di Amministrazione di Escher-Wyss per 28 anni e aveva lavorato a fianco di Eugen Schwab durante gran parte del suo servizio. Peter Schmidheiny avrebbe poi assunto la carica di presidente del Consiglio di amministrazione di Escher-Wyss, continuando il dominio della famiglia Schmidheiny sui dirigenti dell’azienda.

Durante il processo di ristrutturazione, fu deciso che Escher-Wyss e Sulzer si sarebbero concentrate su aree separate della progettazione delle macchine, con gli stabilimenti Escher-Wyss che lavoravano principalmente sulla costruzione di centrali elettriche idrauliche, comprese le turbine, le pompe di stoccaggio, le macchine di inversione, i dispositivi di chiusura e le tubazioni, così come le turbine a vapore, i turbo compressori, i sistemi di evaporazione, le centrifughe e le macchine per l’industria della carta e della cellulosa. Sulzer si concentrerà sull’industria della refrigerazione, così come sulla costruzione di caldaie a vapore e sulle turbine a gas.

Il 1° gennaio 1968, la Sulzer Escher-Wyss AG, appena riorganizzata, fu presentata pubblicamente e l’azienda era stata allegerita, una mossa ritenuta necessaria a causa di diverse grandi acquisizioni. Questo includeva una stretta collaborazione con Brown Boveri, un gruppo di società di ingegneria elettrica svizzera che aveva anche lavorato per i nazisti, fornendo ai tedeschi alcune delle tecnologie degli U-boat utilizzate durante la seconda guerra mondiale. La Brown Boveri era anche descritta come una ditta di “appaltatori elettrici legati alla difesa” e avrebbe trovato vantaggiose per i suoi affari le condizioni per la corsa agli armamenti della Guerra Fredda.

La fusione e la riorganizzazione di questi giganti svizzeri dell’ingegneria meccanica vide la loro collaborazione pagare in modo speciale. Durante le Olimpiadi invernali del 1968 a Grenoble, Sulzer e Escher-Wyss utilizzarono 8 compressori di refrigerazione per creare tonnellate di ghiaccio artificiale. Nel 1969, le due aziende si unirono per aiutare nella costruzione di una nuova nave passeggeri chiamata “Hamburg”, la prima nave al mondo ad essere completamente climatizzata grazie alla combinazione Sulzer Escher-Wyss.

Nel 1967, Klaus Schwab irrompe ufficialmente sulla scena della comunità economica svizzera e prende la guida della fusione tra Sulzer e Escher-Wyss, oltre a formare alleanze redditizie con Brown Boveri e altri. Nel dicembre 1967, Klaus parlò ad un evento a Zurigo alle principali organizzazioni svizzere di ingegneria meccanica: l’Associazione dei datori di lavoro dei costruttori svizzeri di macchine e metalli e l’Associazione dei costruttori meccanici svizzeri.

Nel suo discorso, avrebbe correttamente previsto l’importanza dell’incorporazione dei computer nella moderna ingegneria meccanica svizzera, affermando che:

“Nel 1971, prodotti che oggi non sono nemmeno sul mercato, potranno rappresentare fino a un quarto delle vendite. Ciò richiede alle aziende di ricercare sistematicamente i possibili sviluppi e di identificare le lacune del mercato. Oggi, 18 delle 20 maggiori aziende della nostra industria meccanica hanno dipartimenti di pianificazione a cui sono affidati tali compiti. Naturalmente, tutti devono fare uso degli ultimi progressi tecnologici, e il computer è uno di questi. Le molte piccole e medie imprese della nostra industria meccanica prendono la strada della cooperazione o utilizzano i servizi di speciali fornitori di servizi di elaborazione dati”.

I computer e i dati erano ovviamente visti come importanti per il futuro, secondo Schwab, e questo è stato ulteriormente proiettato nella riorganizzazione di Sulzer Escher-Wyss durante la loro fusione. Il moderno sito web di Sulzer riflette questo notevole cambiamento di direzione, affermando che, nel 1968: “Le attività della tecnologia dei materiali sono intensificate [da Sulzer] e costituiscono la base per i prodotti della tecnologia medica. Il cambiamento fondamentale da un’azienda costruttrice di macchine a un’azienda tecnologica comincia a diventare evidente”.

Klaus Schwab stava aiutando a trasformare Sulzer Escher-Wyss in qualcosa di più di un gigante della costruzione di macchine, la stava trasformando in una corporazione tecnologica che guidava ad alta velocità verso un futuro hi-tech. Va anche notato che Sulzer Escher-Wyss cambiò un altro punto focale della loro attività per aiutarli a “formare la base per i prodotti della tecnologia medica”, un’area che non era stata precedentemente menzionata come un settore di destinazione per Sulzer e/o Escher-Wyss.

Ma l’avanzamento tecnologico non era l’unico aggiornamento che Klaus Schwab voleva introdurre in Sulzer Escher-Wyss, voleva anche cambiare il modo in cui l’azienda pensava al suo stile di gestione degli affari. Schwab e i suoi stretti collaboratori stavano spingendo una filosofia aziendale completamente nuova che avrebbe permesso “a tutti i dipendenti di accettare gli imperativi della motivazione e di assicurare a casa un senso di flessibilità e manovrabilità”.

È qui, alla fine degli anni ’60, che vediamo Klaus iniziare ad emergere come una figura più pubblica. In questo periodo, l’azienda Sulzer Escher-Wyss divenne anche più interessata che mai ad impegnarsi con la stampa. Nel gennaio 1969, il gigante svizzero organizzò una sessione di consulenza pubblica intitolata “Conferenza stampa dell’industria meccanica“, che riguardava principalmente domande sulla gestione dell’azienda. Durante l’evento, Schwab avrebbe dichiarato che le aziende che utilizzano stili autoritari di gestione aziendale sono “incapaci di attivare pienamente il ‘capitale umano‘”, un argomento che avrebbe usato in molte altre occasioni durante la fine degli anni ’60.

Plutonio e Pretoria

Escher-Wyss sono stati pionieri in alcune delle tecnologie più importanti nella produzione di energia. Come sottolinea il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti nel loro documento sullo sviluppo del ciclo Brayton a CO2 supercritico (CBC), un dispositivo usato nelle centrali idroelettriche e nucleari, “la Escher-Wyss fu la prima azienda conosciuta a sviluppare la turbomacchina per i sistemi CBC a partire dal 1939”. Prosegue affermando che furono costruiti 24 sistemi, “con Escher-Wyss che progettava i cicli di conversione di potenza e costruiva la turbina per tutti tranne 3”. Nel 1966, poco prima dell’entrata di Schwab in Escher-Wyss e l’inizio della fusione Sulzer, il compressore di elio Escher-Wyss fu progettato per La Fleur Corporation e continuò l’evoluzione dello sviluppo del ciclo Brayton. Questa tecnologia era ancora importante per l’industria delle armi nel 1986, con i droni a propulsione nucleare dotati di un reattore nucleare a ciclo Brayton raffreddato ad elio.

La Escher-Wyss era stata coinvolta nella produzione e nell’installazione di tecnologia nucleare almeno dal 1962, come dimostra questo brevetto per un “sistema di scambio di calore per una centrale nucleare” e questo brevetto del 1966 per un “impianto a gas-turbina per reattori nucleari con raffreddamento di emergenza”. Dopo che Schwab lasciò Sulzer Escher-Wyss, Sulzer avrebbe anche aiutato a sviluppare speciali turbocompressori per l’arricchimento dell’uranio per produrre combustibili per reattori.

Quando Klaus Schwab entrò in Sulzer Escher-Wyss nel 1967 e iniziò la riorganizzazione dell’azienda per diventare una società tecnologica, il coinvolgimento di Sulzer Escher-Wyss negli aspetti più oscuri della corsa globale alle armi nucleari divenne immediatamente più pronunciato. Prima che Klaus venisse coinvolto, Escher-Wyss si era spesso concentrata nell’aiutare a progettare e costruire parti per usi civili della tecnologia nucleare, ad esempio la produzione di energia nucleare. Tuttavia, con l’arrivo del desideroso signor Schwab arrivò anche la partecipazione dell’azienda alla proliferazione illegale della tecnologia delle armi nucleari. Entro il 1969, l’incorporazione di Escher Wyss in Sulzer era completamente completata e sarebbe stata ribattezzata in Sulzer AG, lasciando cadere lo storico Escher-Wyss dal loro nome.

Alla fine è venuto alla luce, grazie a una revisione e a un rapporto condotto dalle autorità svizzere e da un uomo di nome Peter Hug, che Sulzer Escher-Wyss aveva iniziato a procurare e costruire segretamente parti chiave per le armi nucleari durante gli anni ’60. L’azienda, mentre Schwab era nel consiglio di amministrazione, iniziò anche a giocare un ruolo chiave nello sviluppo del programma illegale di armi nucleari del Sudafrica durante gli anni più bui del regime dell’apartheid. Klaus Schwab fu una figura di spicco nella fondazione di una cultura aziendale che aiutò Pretoria a costruire sei armi nucleari e ad assemblarne parzialmente una settima.

Nel rapporto, Peter Hug ha delineato come la Sulzer Escher Wyss AG (indicata dopo la fusione solo come Sulzer AG) abbia fornito componenti vitali al governo sudafricano e ha trovato prove del ruolo della Germania nel sostenere il regime razzista, rivelando anche che il governo svizzero “era a conoscenza di accordi illegali ma ‘li ha tollerati in silenzio’, sostenendo alcuni di essi attivamente o criticandoli solo a metà”. Il rapporto di Hug è stato infine completato in un’opera intitolata: “Svizzera e Sudafrica 1948-1994 – Rapporto finale del PNF 42+ commissionato dal Consiglio federale svizzero”, compilato e scritto da Georg Kreis e pubblicato nel 2007.

Nel 1967 il Sudafrica aveva costruito un reattore per la produzione di plutonio, il SAFARI-2 situato a Pelindaba. SAFARI-2 faceva parte di un progetto per sviluppare un reattore moderato ad acqua pesante che sarebbe stato alimentato da uranio naturale e raffreddato con sodio. Questo legame con lo sviluppo dell’acqua pesante per la creazione di uranio, la stessa tecnologia che era stata utilizzata dai nazisti anche con l’aiuto di Escher-Wyss, può spiegare perché i sudafricani hanno inizialmente coinvolto Escher-Wyss. Ma nel 1969, il Sudafrica abbandonò il progetto del reattore ad acqua pesante a Pelindaba perché stava drenando risorse dal loro programma di arricchimento dell’uranio che era iniziato nel 1967.

Una testata nucleare sudafricana in deposito

Nel 1970, Escher-Wyss erano decisamente coinvolti nella tecnologia nucleare, come si vede in un documento disponibile nel Landesarchivs Baden-Württemberg. Il record mostra i dettagli di un processo di approvvigionamento pubblico e contiene informazioni su colloqui di aggiudicazione con specifiche aziende coinvolte nell’approvvigionamento di tecnologia e materiali nucleari. Le aziende citate includono: NUKEM; Uhde; Krantz; Preussag; Escher-Wyss; Siemens; Rheintal; Leybold; Lurgi; e la famigerata Transnuklear.

Gli svizzeri e i sudafricani ebbero una stretta relazione durante questo periodo storico, quando non era facile per il brutale regime sudafricano trovare alleati stretti. Il 4 novembre 1977, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva emanato la risoluzione 418 che imponeva un embargo obbligatorio sulle armi contro il Sudafrica, un embargo che non sarebbe stato revocato completamente fino al 1994.

Georg Kreis ha sottolineato quanto segue nella sua valutazione dettagliata del rapporto Hug:

“Il fatto che le autorità assunsero un atteggiamento di laisse-faire anche dopo il maggio 1978 emerge da uno scambio di lettere tra il Movimento Anti-Apartheid e la DFMA nell’ottobre/dicembre 1978. Come spiega lo studio di Hug, il Movimento Anti-Apartheid svizzero si basava su rapporti tedeschi secondo i quali la Sulzer Escher-Wyss e una società chiamata BBC avevano fornito parti per l’impianto sudafricano di arricchimento dell’uranio, e su ripetuti crediti all’ESCOM, che includevano anche considerevoli contributi da parte di banche svizzere. Queste affermazioni hanno portato a chiedersi se il Consiglio federale, alla luce del suo fondamentale sostegno all’embargo dell’ONU, non dovesse indurre la Banca nazionale a non autorizzare più in futuro crediti all’ESCOM”.

Le banche svizzere contribuiranno a finanziare la corsa sudafricana all’energia nucleare e, nel 1986, la Sulzer Escher-Wyss produce con successo compressori speciali per l’arricchimento dell’uranio.

La fondazione del Forum economico mondiale

Nel 1970, il giovane rampante Klaus Schwab scrisse alla Commissione Europea per chiedere aiuto nella creazione di un “think tank non commerciale per i leader d’affari europei”. Anche la Commissione europea avrebbe sponsorizzato l’evento, inviando il politico francese Raymond Barre come “mentore intellettuale” del forum. Raymond Barre, che all’epoca era commissario europeo per gli affari economici e finanziari, sarebbe poi diventato primo ministro francese e sarebbe stato accusato di fare commenti antisemiti mentre era in carica.

Così, nel 1970, Schwab lasciò la Escher-Wyss per organizzare una conferenza di due settimane sulla gestione degli affari. Nel 1971, il primo incontro del World Economic Forum – allora chiamato European Management Symposium – si riunì a Davos, Svizzera. Circa 450 partecipanti da 31 paesi avrebbero preso parte al primo Simposio Europeo di Management di Schwab, composto per lo più da manager di varie aziende europee, politici e accademici statunitensi. Il progetto è stato registrato come organizzato da Klaus Schwab e dalla sua segretaria Hilde Stoll che, più tardi lo stesso anno, sarebbe diventata la moglie di Klaus Schwab.

Il simposio europeo di Klaus non era un’idea originale. Come lo scrittore Ganga Jey Aratnam ha affermato abbastanza coerentemente nel 2018:

“Lo “Spirito di Davos” di Klaus Schwab era anche lo “Spirito di Harvard”. Non solo la business school aveva sostenuto l’idea di un simposio. L’eminente economista di Harvard John Kenneth Galbraith difendeva la società affluente, così come le esigenze di pianificazione del capitalismo e l’avvicinamento di Oriente e Occidente”.

È anche vero che, come ha sottolineato Aratnam, non era la prima volta che Davos ospitava eventi del genere. Tra il 1928 e il 1931, le Conferenze Universitarie di Davos si svolsero all’Hotel Belvédère, eventi che furono co-fondati da Albert Einstein e furono fermati solo dalla Grande Depressione e dalla minaccia di una guerra incombente.

Il Club di Roma e il WEF

Il gruppo più influente che ha stimolato la creazione del simposio di Klaus Schwab è stato il Club di Roma, un influente think tank dell’élite scientifica e monetaria che rispecchia il Forum Economico Mondiale in molti modi, anche nella sua promozione di un modello di governance globale guidato da un’élite tecnocratica. Il Club era stato fondato nel 1968 dall’industriale italiano Aurelio Peccei e dal chimico scozzese Alexander King durante un incontro privato in una residenza di proprietà della famiglia Rockefeller a Bellagio, Italia.

Tra i suoi primi risultati c’era un libro del 1972 intitolato “I limiti della crescita” che si concentrava in gran parte sulla sovrappopolazione globale, avvertendo che “se i modelli di consumo del mondo e la crescita della popolazione fossero continuati agli stessi alti tassi del tempo, la terra avrebbe raggiunto i suoi limiti entro un secolo”. Alla terza riunione del Forum Economico Mondiale nel 1973, Peccei tenne un discorso che riassumeva il libro, che il sito web del Forum Economico Mondiale ricorda come l’evento distintivo di questa riunione storica. Quello stesso anno, il Club di Roma avrebbe pubblicato un rapporto che dettagliava un modello “adattivo” per la governance globale che avrebbe diviso il mondo in dieci regioni economiche/politiche interconnesse.

Il Club di Roma a lungo è stato controverso per la sua ossessione di ridurre la popolazione globale e per molte delle sue precedenti politiche, che i critici hanno descritto come influenzate dall’eugenetica e neo-malthusiane. Tuttavia, nel famigerato libro del Club del 1991, La Prima Rivoluzione Globale, si sosteneva che tali politiche potevano ottenere il sostegno popolare se le masse erano in grado di collegarle con una lotta esistenziale contro un nemico comune.

A tal fine, La Prima Rivoluzione Globale contiene un passaggio intitolato “Il nemico comune dell’umanità è l’uomo”, che afferma quanto segue:

“Cercando un nemico comune contro il quale unirci, ci è venuta l’idea che l’inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, la scarsità d’acqua, la carestia e simili, sarebbero stati adatti. Nella loro totalità e nelle loro interazioni questi fenomeni costituiscono effettivamente una minaccia comune che deve essere affrontata da tutti insieme. Ma nel designare questi pericoli come il nemico, cadiamo nella trappola di cui abbiamo già avvertito i lettori, cioè scambiare i sintomi per cause. Tutti questi pericoli sono causati dall’intervento umano nei processi naturali, ed è solo attraverso un cambiamento di atteggiamento e di comportamento che possono essere superati. Il vero nemico allora è l’umanità stessa”.

Negli anni successivi, l’élite che popola il Club di Roma e il Forum economico mondiale ha spesso sostenuto che i metodi di controllo della popolazione sono essenziali per proteggere l’ambiente. Non è quindi sorprendente che il Forum Economico Mondiale usi analogamente le questioni del clima e dell’ambiente come un modo per vendere politiche altrimenti impopolari, cioè quelle del Grande Reset, come necessarie.

Il passato è un prologo

Dalla fondazione del World Economic Forum, Klaus Schwab è diventato una delle persone più potenti del mondo e il suo “Grande Reset” ha reso più importante che mai esaminare l’uomo seduto sul trono globalista.

Dato il suo ruolo prominente nello sforzo di vasta portata di trasformare ogni aspetto dell’ordine esistente, la storia di Klaus Schwab era difficile da ricostruire. Quando si inizia a scavare nella storia di un uomo come Schwab, che siede al di sopra di altri oscuri personaggi dell’élite, si scopre presto che molte informazioni sono state nascoste o rimosse. Klaus è qualcuno che vuole rimanere nascosto negli angoli oscuri della società e che permetterà alla persona media di vedere solo un costrutto ben presentato della sua personalità artificiosa.

Il vero Klaus Schwab è una figura di vecchio zio gentile che desidera fare del bene all’umanità, o è davvero il figlio di un collaboratore nazista che ha usato manodopera schiavizzata e ha aiutato gli sforzi nazisti per ottenere la prima bomba atomica? Klaus è l’onesto manager di cui dovremmo fidarci per creare una società e un posto di lavoro più giusti per l’uomo comune, o è la persona che ha aiutato a spingere Sulzer Escher-Wyss in una rivoluzione tecnologica che ha portato al suo ruolo nella creazione illegale di armi nucleari per il regime razzista di apartheid del Sud Africa? Le prove che ho esaminato non suggeriscono un uomo gentile, ma piuttosto un membro di una famiglia ricca e ben collegata che ha una storia di aiuto nella creazione di armi di distruzione di massa per governi aggressivi e razzisti.

Come disse Klaus Schwab nel 2006 “La conoscenza sarà presto disponibile ovunque – la chiamo la ‘googlisation’ della globalizzazione. Non è più importante cosa sai, ma come lo usi. Devi essere uno che detta il ritmo”. Klaus Schwab si considera un pace setter e un top player, e bisogna dire che le sue qualifiche e la sua esperienza sono impressionanti. Eppure, quando si tratta di mettere in pratica ciò che si predica, Klaus è stato scoperto. Una delle tre maggiori sfide nella lista delle priorità del World Economic Forum è la non proliferazione delle armi nucleari, eppure né Klaus Schwab né suo padre Eugen sono stati all’altezza di questi stessi principi quando erano in affari. Al contrario.

A gennaio, Klaus Schwab ha annunciato che il 2021 è l’anno in cui il World Economic Forum e i suoi alleati devono “ricostruire la fiducia” con le masse. Tuttavia, se Schwab continua a nascondere la sua storia e quella delle connessioni di suo padre con la “National Socialist Model Company” che era Escher-Wyss durante gli anni ’30 e ’40, allora la gente avrà buone ragioni per diffidare delle motivazioni sottostanti alla sua agenda di Great Reset, che è eccessiva e antidemocratica.

Nel caso degli Schwab, le prove non puntano semplicemente a cattive pratiche commerciali o a qualche tipo di malinteso. La storia della famiglia Schwab rivela invece un’abitudine a lavorare con dittatori genocidi per i motivi di base del profitto e del potere. I nazisti e il regime sudafricano dell’apartheid sono due dei peggiori esempi di leadership nella politica moderna, ma gli Schwab ovviamente non potevano o non volevano vederlo all’epoca.

Nel caso di Klaus Schwab stesso, sembra che abbia aiutato a riciclare le reliquie dell’era nazista, cioè le sue ambizioni nucleari e le sue ambizioni di controllo della popolazione, in modo da assicurare la continuità di un’agenda più profonda. Mentre serviva in qualità di dirigente alla Sulzer Escher Wyss, l’azienda ha cercato di aiutare le ambizioni nucleari del regime sudafricano, allora il governo più nazista del mondo, preservando l’eredità dell’era nazista della Escher Wyss stessa. Poi, attraverso il World Economic Forum, Schwab ha aiutato a riabilitare le politiche di controllo della popolazione influenzate dall’eugenetica durante il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, un periodo in cui le rivelazioni delle atrocità naziste hanno rapidamente portato la pseudo-scienza in grande discredito. C’è qualche ragione per credere che Klaus Schwab, come esiste oggi, sia cambiato in qualche modo? O è ancora il volto pubblico di uno sforzo decennale per assicurare la sopravvivenza di un programma molto vecchio?

L’ultima domanda che dovrebbe essere posta sulle reali motivazioni dietro le azioni di Herr Schwab, potrebbe essere la più importante per il futuro dell’umanità: Klaus Schwab sta cercando di creare la quarta rivoluzione industriale, o sta cercando di creare il quarto Reich?

Fonte: https://unlimitedhangout.com/2021/02/investigative-reports/schwab-family-values/

Attualità

“Come prendere vitamine in pillole” – Il primo vaccino…

Per la prima volta dall’inizio pandemia, un vaccino COVID sotto forma di pillola è destinato ad entrare nelle prime fasi dei test clinici entro pochi mesi.

L’azienda che lavora sul farmaco (una Joint Venture dell’israeliana-americana Oramed Pharmaceuticals e dell’indiana Premas Biotech), ha annunciato in un comunicato stampa che spera di iniziare la prima fase dei test clinici per il suo farmaco Oravax sugli esseri umani entro giugno.

I vaccini orali sono un’opzione in fase di valutazione per i vaccini di “seconda generazione”, che sono progettati per essere più scalabili, più facili da somministrare e più semplici da distribuire.

Un vaccino orale potrebbe "potenzialmente [permettere] alle persone di prendere il vaccino autonomamente a casa", ha detto Nadav Kidron, CEO di Oramed, nel comunicato.

Le capsule diverrebbero particolarmente utili se i vaccini C0VID diventassero alla fine "raccomandati annualmente come l'inoculazione standard per l'influenza", ha aggiunto. 

Prabuddha Kundu, co-fondatore di Premas Biotech, ha detto ai media indiani che somministrare il vaccino sarebbe “come prendere una pillola di vitamine” e che “siamo sicuri al 100% che la tecnologia funziona e fa ben sperare”.

I risultati dei test preliminari sugli animali saranno presto pubblicati in una rivista scientifica, ha aggiunto.

La notizia arriva mentre Pfizer annuncia l’inizio dei test clinici sugli umani di una nuova pillola antivirale per trattare il corvir che potrebbe essere usata al primo segno di malattia.

Se i test risultassero positivi, la pillola potrebbe essere prescritta all’inizio di un’infezione per bloccare la replicazione virale prima che i pazienti peggiorino. Il farmaco si lega ad un enzima chiamato proteasi per impedire al virus di replicarsi. I farmaci che inibiscono la proteasi hanno avuto successo nel trattamento di altri tipi di virus, tra cui HIV ed epatite C.

Tra i principali produttori di farmaci, Merck & Co. sta sviluppando una delle poche pillole contro il corvir che è già molto avanti nella sperimentazione umana. Il suo farmaco antivirale sperimentale molnupiravir funziona con un meccanismo diverso dal farmaco Pfizer ed è in fase avanzata di sperimentazione umana.

Tuttavia, ‘pillolificare‘ il vaccino renderà più facile convincere la gente a prendere le X dosi all’anno di cui tutti abbiamo ‘bisogno’ per il resto della nostra vita.

Una parola: Soma

"Inghiottita mezz'ora prima dell'orario di chiusura, quella seconda dose di soma aveva innalzato un muro abbastanza impenetrabile tra l'universo reale e le loro menti".

Traduzione a cura di Mer Curio

Fonte: LINK [A causa del recente aggiornamento del sito ZeroHedge, dopo un mese dalla pubblicazione dell’articolo, quest’ultimo verrà spostato nel loro archivio e diverrà disponibile solamente agli utenti premium, in questo caso dopo il 23 aprile. Ci scusiamo per l’inconveniente.]

Attualità

Gli Emirati Arabi Uniti stanno sviluppando droni “Turba-nubi” per…

Dai droni di sorveglianza ai droni per la guerra armata, dai droni con I.A. ai droni per le consegne, sembra che ogni anno gli sviluppatori e i ricercatori tecnologici escogitino qualche nuova applicazione inaspettata per gli UAV, portando l’umanità più vicina a un futuro scenario distopico alla Skynet dove i robot dominano i cieli sopra di noi.

Questo è precisamente ciò che viene in mente con l’ultimo progetto riguardante i droni dagli Emirati Arabi Uniti. L’ultra-ricco sceiccato del petrolio e del gas sta sviluppando “droni di ingegneria meteorologica” che possono produrre pioggia o alterare i modelli meteorologici.

La tecnologia viene descritta come incentrata sulla capacità dei droni di fornire una scossa elettrica mentre si librano tra le nuvole. Mentre gli Emirati Arabi Uniti investono già nella tecnologia di “cloud-seeding” con altri mezzi, a causa dei suoi soli 100 mm all’anno di precipitazioni medie, attualmente stanno cercando più modi per “seminare” ed essenzialmente “ingegnerizzare” ciò che fanno le nuvole.

La BBC descrive quest’ultima iniziativa come segue:

Droni che volano tra le nuvole, dando loro una scossa elettrica per "persuaderle" a produrre pioggia, stanno per essere testati negli Emirati Arabi Uniti.

Il paese utilizza già la tecnologia del cloud-seeding, lasciando cadere il sale per indurre le precipitazioni.

...Nel 2017, il governo ha fornito 15 milioni di dollari (10,8 milioni di sterline) per nove diversi progetti di aumento delle precipitazioni.

E citando un esperto del settore: “Il progetto mira a cambiare l’equilibrio della carica elettrica sulle particelle che compongono la nuvola, ha spiegato il Prof Maarten Ambaum, che ha lavorato al progetto”, continua la BBC.

La carica elettrica permette teoricamente alle minuscole goccioline d’acqua presenti nelle nuvole di “fondersi e attaccarsi insieme” per diventare abbastanza grandi da cadere come gocce di pioggia.

Un team di scienziati del Regno Unito dovrebbe dirigere l’iniziativa in collaborazione con il governo degli Emirati Arabi Uniti. Arab News riporta inoltre che “Gli Emirati Arabi Uniti hanno pagato 1,4 milioni di dollari al team britannico per testare come una carica elettrica possa espandere e unire le gocce d’acqua per svilupparsi in precipitazioni”.

Gli Emirati Arabi Uniti sono effettivamente noti per avere un’abbondanza di nuvole ogni giorno; tuttavia, raramente tali nubi diventano un’effettiva precipitazione.

Traduzione a cura di Mer Curio
FONTE:LINK [Disponibile fino al 19 aprile, dopo tale giorno diventerà disponibile solo agli utenti premium di ZeroHedge, ci scusiamo dell’inconveniente]

Attualità

Gli scienziati propongono un'”arca lunare” per conservare 6,7 milioni…

La Svalbard Global Seed Vault sull’isola norvegese di Spitsbergen, nel remoto arcipelago artico delle Svalbard, sembra perdere il suo fascino, mentre gli scienziati propongono una “arca lunare” per ospitare milioni di specie di semi, sperma, uova e DNA.

Un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, guidato da Jekan Thanga, ha proposto di costruire una massiccia “arca” sulla luna come una “moderna politica di assicurazione globale” contro i disastri naturali, il caos socio-economico, gli asteroidi e la minaccia di una guerra nucleare.

“La Terra è naturalmente un ambiente volatile”, ha detto Thanga nello studio intitolato “Fosse lunari e tubi di lava per un’arca moderna”. Il team ha debuttato lo studio alla conferenza aerospaziale dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) sabato scorso.

“Un’arca, proprio come quella di Noè nella Bibbia, potrebbe conservare le specie in pericolo in modo più conveniente che proteggerle sulla terra o creare un ecosistema artificiale”, ha detto Thanga.

Il ricercatore ha proposto di costruire l’arca in una fossa lunare e/o in tubi di lava, tenendo fino a 6,7 milioni di specie di semi, sperma, uova e DNA.

Thanga ha detto che a causa dell’instabilità, i depositi sulla Terra, come Svalbard, potrebbero rendere gli esemplari vulnerabili.

La presentazione di Thanga ha spiegato che varie specie verrebbero conservate criogenicamente. “Possiamo ancora salvarle fino a quando la tecnologia avanza per poi reintrodurre queste specie – in altre parole, salvarle per un altro giorno”, ha aggiunto.

Per trasportare più di 6,7 milioni di campioni, ci vorrebbero 250 lanci di razzi. In confronto, per costruire la Stazione Spaziale Internazionale ci sono voluti solo 40 lanci di razzi.

Lo scienziato ha suggerito che i pannelli solari potrebbero alimentare la struttura. Tuttavia, le future basi lunari saranno probabilmente alimentate con reattori nucleari in miniatura, come abbiamo già spiegato.

Ecco la presentazione completa:

"Proponiamo lo sviluppo di un'arca moderna in modo da ospitare al suo interno tubi di lava lunare. L'arca ospiterebbe uova, spermatozoi, semi e altro materiale genetico di tutte le specie in pericolo sulla Terra. Servirebbe come una polizza di assicurazione globale. La Terra affronta probabili pericoli da vari disastri naturali e minacce umane come la guerra nucleare globale che potrebbe spazzare via un gran numero di specie in poco tempo. I tubi di lava lunari sono stati scoperti nel 2013 e sono probabilmente rimasti incontaminati per 3-4 miliardi di anni. Sono a soli 4-5 giorni dalla Terra. Sono un ottimo rifugio contro gli sbalzi di temperatura della superficie lunare, le radiazioni cosmiche e i micro-meteoriti. L'arca ospiterebbe queste specie in pericolo di estinzione in condizioni di -180 C e più fredde. La nostra ricerca mostra che sono necessarie nuove tecnologie per rendere possibile questa iniziativa. Richiederà investimenti sostanziali e progressi nella robotica per operare in condizioni criogeniche", ha detto.

Al di fuori del mondo accademico, le superpotenze globali hanno proposto di costruire basi lunari e di estrarre dalla superficie lunare metalli rari.

Traduzione a cura di Mer Curio
Fonte:LINK [Disponibile dal 12 aprile solo per gli utenti premium di ZeroHedge]

Attualità

Una sfera di Dyson potrebbe resuscitare gli esseri umani,…

Questa megastruttura cosmica potrebbe essere la chiave per la resurrezione e l’immortalità.

dyson sphere alien mega structure around a star
I ricercatori russi hanno delineato diversi modi in cui la resurrezione tecnologica potrebbe divenire possibile in futuro, compreso un metodo chiamato immortalità digitale: il "restauro" basato sulle informazioni registrate.
Con questo metodo, una IA superintelligente usa la megastruttura cosmica della Sfera di Dyson per sfruttare l'energia computazionale del sole.
Gli esseri umani non possono costruire una Sfera di Dyson - non ancora - ma i ricercatori dicono che i nanorobot potrebbero un giorno provvedere a tale lavoro.

Immaginate questo: In un futuro molto, molto lontano, molto tempo dopo la tua morte, tornerai in vita. Così come tutti quelli che hanno avuto un ruolo nella storia della civiltà umana. Ma in questo scenario, la resurrezione è la parte relativamente normale. Il viaggio di ritorno verso casa sarà molto più strano della destinazione.

Ecco come andrà a finire: Una megastruttura chiamata Sfera di Dyson fornirà ad un agente artificiale superintelligente (Super IA) l'enorme quantità di potere di cui ha bisogno per raccogliere quanti più dati storici e personali su di te, in modo da poter ricostruire la tua esatta copia digitale. Una volta finito, vivrai tutta la tua vita (di nuovo) in una realtà simulata, e quando arriverà il momento di morire (di nuovo), sarai trasportato in un aldilà simulato, nella "San Junipero" di Black Mirror, dove potrai uscire con i tuoi amici, familiari e celebrità preferite per sempre.

Sì, questo è sbalorditivo. Ma un giorno potrebbe anche essere molto reale.

Questo è il piano C della “Tabella di marcia verso l’immortalità”, un progetto su cui il transumanista russo ed estensore della vita Alexey Turchin sta lavorando dal 2014. Turchin ha recentemente esposto i dettagli in un documento che ha pubblicato con il collega transumanista Maxim Chernyakov chiamato “Classificazione degli approcci alla resurrezione tecnologica“. (I piani A, B e D coinvolgono rispettivamente l’estensione della vita, la crionica e l’immortalità quantistica. Potete trovare gli argomenti che giustificano come ognuno di essi può portare all’immortalità nel documento).

Quando Turchin aveva 11 anni, una sua compagna di classe morì. L’esperienza piantò i primi semi di riflessione sulla possibilità della vita eterna nella sua giovane mente. “Ho iniziato a pensare in termini fantascientifici su ciò che si poteva fare”, dice Turchin a Pop Mech.

Nel 2007, è diventato un membro del movimento transumanista russo, una comunità che lavora per preparare i russi ad abbracciare le tecnologie che li aiuteranno a trascendere le loro attuali limitazioni fisiche e mentali. Turchin ha cofondato il primo partito politico transumanista russo nel 2012, e negli ultimi anni ha perfezionato la sua Immortality Roadmap e ha registrato proattivamente ogni dettaglio della sua vita.

map of methods for resurrection of the dead
Mappa dei metodi per la resurrezione dei morti

Turchin sta registrando e tenendo diari di ogni sogno, conversazione ed esperienza quotidiana che ha. Questa pratica di “sorveglianza onnipresente” – attraverso la quale Turchin dice che registra anche i suoi stessi pregiudizi – è necessaria perché l’IA superintelligente ha bisogno di sottoporre i futuri resuscitati alle stesse identiche condizioni di sviluppo che hanno vissuto quando erano in vita per il bene della loro “autenticità”, dice.

Una volta che l’IA crea la vostra precisa copia digitale, tutto è possibile, anche il ripristino della vita biologica, dice Turchin. L’IA cercherà ostinatamente il tuo DNA – scaverà persino la tua tomba – perché solo allora sarà in grado di creare un clone del tuo corpo fisico, dove la tua copia digitale troverà il suo tempio.

Ora prendete il singolare esempio dell’immortalità digitale e moltiplicatelo per la scala dei miliardi di persone che hanno vissuto, tenendo conto delle molte copie della stessa simulazione con diverse varianti di come le cose avrebbero potuto svilupparsi, che cresceranno esponenzialmente in base a qualsiasi scelta fatta nello stesso momento. In nessun modo la Terra può fornirci le risorse computazionali per questa impresa. Abbiamo bisogno del sole. Meglio ancora, abbiamo bisogno di una Sfera di Dyson intorno al sole.

dyson sphere
Rendering di una sfera di Dyson

Il defunto fisico Freeman Dyson ha proposto il suo concetto di megastruttura in un articolo di Science del 1960, “Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation“. Il succo: Si tratta di un ipotetico guscio che circonda il sole per sfruttare gran parte dei maestosi 400 settilioni di watt al secondo di energia che la nostra stella emette in un dato giorno. Ciò è nell’ordine di un trilione di volte il nostro attuale consumo di energia in tutto il mondo.

Pensate a una Sfera di Dyson come a molti satelliti separati con orbite separate, poiché un’unica enorme struttura sarebbe gravitazionalmente instabile, dice Turchin. Egli immagina la megastruttura come una flotta di fattorie solari nere o leggermente arancioni, unite insieme in uno sbalorditivo guscio di 300 milioni di chilometri intorno al sole. Sarà la megastruttura aliena definitiva, quella che segnerà il passaggio della nostra specie da una specie planetaria a una interstellare.

C’è solo un piccolo problema: non possiamo effettivamente costruire una cosa del genere.

“Una vera e propria sfera intorno al sole è completamente impraticabile”, ha detto tempo fa a Pop Mech Stuart Armstrong, un ricercatore del Future of Humanity Institute dell’Università di Oxford che ha studiato i concetti della megastruttura.

La resistenza alla trazione necessaria per evitare che la Sfera di Dyson si strappi supera di gran lunga quella di qualsiasi materiale conosciuto, ha detto Armstrong. Inoltre, la sfera non si legherebbe gravitazionalmente alla sua stella in modo stabile. Se una qualsiasi parte della sfera venisse spinta più vicino alla stella, per esempio da un impatto con un meteorite, allora quella parte verrebbe attratta preferenzialmente verso la stella, creando instabilità.

Ok, quindi gli umani non possono costruire una Sfera di Dyson (ancora). “Ma i nanorobot potrebbero farlo”, dice Turchin. I piccoli robot potrebbero iniziare a estrarre da un piccolo pianeta il ferro e l’ossigeno, e usare queste risorse per creare una superficie riflettente di ematite intorno al sole.

Anche se le macchine arrivano e risolvono il problema di come sfruttare tutta quell’energia, tuttavia, il concetto di resurrezione digitale non suona ancora fattibile per Stephen Holler, professore associato di fisica alla Fordham University.

“Non credo che si possa sottoporre qualcuno alle stesse condizioni di sviluppo che ha avuto in vita, perché questo presuppone che si conoscano tutte le loro condizioni di sviluppo, dal tizio che ha preso di mira quella persona quando era molto giovane, al giorno in cui quella persona ha ricevuto tale premio”, dice Holler a Pop Mech.

“Ci sono molte cose che non sappiamo che storicamente hanno plasmato il modo in cui la vita di una persona è diventata,” dice Holler. “Quelle non fanno parte di nessun documento, il che rende molto difficile resuscitare qualcuno”.

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Un gemello digitale, quindi, è probabilmente più probabile di un sé digitale. Ma il vostro gemello digitale sarebbe davvero voi? Beh, più o meno.

“Sei tu fino al momento in cui lo scarichi”, dice Holler. “Dopo di che, si evolve in una persona diversa. Diventa una nuova entità. La copia digitale sarà sempre diversa dalla copia biologica”.

Kelly Smith, professore di filosofia e scienze biologiche alla Clemson University, che fa ricerche sulle questioni sociali, concettuali ed etiche che circondano l’esplorazione spaziale, vede la produzione di una mastodontica Sfera di Dyson come un problema politico più che una sfida ingegneristica.

“Tutta l’umanità dovrebbe lavorarci per 100 anni”, dice Smith a Pop Mech. Ma le persone si sono evolute per essere pensatori a breve termine, preoccupati di questioni di profitto e perdita nella loro breve vita. “Chi vorrà dedicare tutta la sua vita alla costruzione di qualcosa di cui non beneficeranno né loro né i loro figli, né i figli dei loro figli, né i figli dei loro figli, ma gli umani che vivranno tra 1000 anni?”, si chiede.

Inoltre, anche se sviluppassimo ogni tipo di tecnologia avanzata e caricassimo la nostra personalità su un computer alimentato da una Sfera di Dyson, staremmo comunque parlando di un’estensione molto ampia della durata della vita umana, non dell’immortalità. Colpa dell’entropia: “La stella che alimenta la Sfera di Dyson prima o poi diventerà una supernova, e così se ne andrà la nostra fonte di energia”, dice Smith.

Smith condivide le preoccupazioni di Holler circa le sfide di replicare le esatte condizioni di sviluppo per la creazione di un essere umano. “Non c’è modo di farlo in questo momento, non importa quanto proattivamente registriamo la nostra vita”, dice.

alien mega structure, dyson sphere around a distant star in front of the milky way

Nel corso dei miliardi di anni in cui una simulazione potrebbe funzionare, gli errori possono sicuramente insinuarsi nel codice del computer. “Potremmo finire per duplicare essenzialmente il 90% di qualcuno, ma il risultato è lo stesso?” Si chiede Smith. “Non so quanto sarei felice di sapere che una copia di me stesso, simile a me all’80%, sopravviverà per sempre”.

Anche Turchin, l’uomo dietro il Piano C, è infastidito da questo problema, anche se dice che è più un dilemma filosofico che un enigma fisico: “Se una copia è sufficientemente simile al suo originale al punto che non siamo in grado di distinguere l’una dall’altra, la copia è uguale all’originale?”

No, il piano C di Turchin per l’immortalità non può riportare indietro gli esseri umani nel modo in cui le religioni abramitiche, che comprendono il concetto di anima, intendono. Ma con l’aiuto di una Sfera di Dyson colossalmente grande e di IA amichevoli, la resurrezione digitale è miglior prossima cosa, dice.

Pensate alla fine della vostra vita e a cosa potrebbe succedere dopo. Ci sono due possibili risultati: Se la tua anima esiste, tutto continua dopo la morte e tutto è meraviglioso. E se non esiste e il tuo destino è la totale scomparsa, beh, una parte di te potrebbe continuare ad esistere all’infinito come copia digitale. “È una situazione vincente in entrambi gli scenari”, dice Turchin.

Traduzione a cura di Mer Curio

Fonte: LINK

Attualità

Se la bellezza non basta.

di Pier.

Questa storia inizia da una vicenda di più di 11 anni fa, in una cittadina tranquilla sulla baia di Cadice, dove durante un viaggio io e un mio amico, decidemmo di passare la notte perché nel capoluogo non c’era neanche una stanza. Telefonammo e ci rispose una signora di indole vivace all’apparenza e prenotammo per la sera. Quando arrivammo, trovammo un portone e, suonando, la signora ci aprì dal citofono. Dopo un piccolo atrio c’era un cancelletto che chiudeva il piccolo arco del portico e permetteva di accedere alla corte interna: la signora lo apriva con una corda fissata fuori dalla sua finestra al primo piano attraverso un sistema di carrucole, sul lato opposto del cortile un altro cancello proteggeva una scalinata. La signora ci salutò dal suo davanzale, ci disse le condizioni e ci spiegò le regole, poi calò dalla finestra, sempre con una corda un vassoio in cui depositare il denaro per la stanza, lo tirò su e poi ci calò la chiave, una vecchia chiave di ferro forgiata, quindi ci congedò per la notte, chiuse la finestra e non la vedemmo mai più, ma la sua presenza invisibile ci salutò il mattino seguente molto presto con una colazione già pronta; ed io la ricordo come un personaggio uscito fuori da un racconto di Gabriel Garcia Marquez.

Sono anni che quando mi torna alla mente il pensiero di quella donna mi concedo per qualche minuto a congetture su quella vita, chissà quali condizionamenti, quale indole indirizzi a volte le nostre scelte, forse viveva da sola in una clausura volontaria per qualche voto fatto in gioventù, forse aveva un marito con cui condivideva la solitudine o forse aveva solo preso delle precauzioni per proteggersi.
Di certo ha un che di bizzarro dedicarsi al mestiere dell’accoglienza mantenendo un tale isolamento dalle persone.

Tutto ciò mi porta a riflettere su un aspetto importante della natura umana, il tema della sospensione, la rinuncia alla vita, che di solito si configura come rinuncia ad uno o più aspetti dell’esistenza legati al principio del piacere. Le forme di questa ritrazione sono molteplici, interessano le relazioni sociali, la fruizione dei luoghi, lo sfruttamento di determinate risorse nelle proprie disponibilità e ciò che essa determina è sempre un vuoto culturalmente connotato. Occorre però fare un distinguo, fra rinuncia autoimposta e imposta dall’esterno. Quando sono le circostanze o le autorità a porre un veto su determinati ambiti o sulla totalità della nostra vita, si formano tendenzialmente delle forme di cultura residuali o che comunque ricollocano l’individuo in base a ciò che resta del suo campo d’azione al fine di risignificare la propria agentività nel mondo.
Ciò che io trovo particolarmente affascinante però, sono le forme di cultura che determinano e sono determinate da scelte di individui che rinunciano a fare qualcosa, ad essere qualcosa, a fruire del mondo in tutte le sue forme.

Sono figli di questa idea tanto il concetto di dono come rinuncia ad un interesse utilitaristico nello scambio, quanto l’idea dei baNande di conservare attraverso l’attitudine al “vuoto culturale”, un piccolo angolo di foresta intonsa, laddove al posto di quella che veniva tagliata cresceva di nuovo solo boscaglia, qualitativamente inferiore, poiché solo la foresta è dimora degli spiriti degli antenati e, una volta tagliata, non cresce con la stessa Qualità.

Allo stesso modo passeremo a fare alcune considerazioni sul fenomeno degli hikikomori, a partire proprio dall’idea che rinchiudersi volontariamente in casa, ritirandosi dalla vita sociale rappresenti una precisa risposta culturale, di “vuoto culturale” nello specifico a precise istanze della società, a precisi sentimenti e alla necessità di sostenerli.

Questa forma di auto-isolamento viene spesso derubricata ad una specie di disordine mentale, una disfunzione dell’organo sociale, specifica dell’adolescenza lunga e vede gli individui scegliere di restringere i confini del proprio mondo alle pareti di una stanza, spesso nella casa della propria famiglia.

Il primo a coniare il termine fu il dr. Saito nel suo “Hikikomori: adolescenza senza fine” (1998)1. Lo psichiatra di formazione lacaniana, a seguito dei vari casi di studio presentati, criticava la definizione di ritiro dal sociale fornita nel DSM- IV2, in quanto il fenomeno veniva presentato come sintomo di altri disturbi, laddove lui identificava una vera e propria sindrome, che si manifestava con una prolungata reclusione volontaria in una stanza della casa, e con il rifiuto di qualsiasi relazione sociale, quanto meno in presenza, perché, come vedremo, la possibilità di interagire con persone lontane e spesso sconosciute sulle reti virtuali del web rappresenta un elemento imprescindibile.

Il termine che il dottore utilizzò inizialmente fu shakaiteki-hikikomori (completo ritiro dalla società) e nella sua abbreviazione divenne presto una parola d’ordine negli ambienti giovanili.

Cosa succede dunque nella mente dell’individuo che diventa hikikomori?

Non intendiamo considerare fenomeni di emulazione, per lo più transitori ed associati a tendenze e influenze culturali, ma quella scelta che affonda le radici prima di tutto in un profondo disagio nella società.

Ciò su cui ritengo sia necessario meditare è il retroterra culturale ed educativo nel quale si sviluppa questo fenomeno tipico della modernità. Il contesto di riferimento è il Giappone degli ultimi tre decenni, ancora caratterizzato dalle vestigia di una impalcatura di rigore morale e valori tradizionali, educazione severa e disciplina imposta con modi silenziosi e sguardi deferenti. Queste caratteristiche della società nipponica però, sono integrate e soverchiate nella sostanza dalla macchina dell’innovazione tecnologica, dalla velocità del progresso e della produzione, sotto la spinta pressante di un conformismo pervasivo, i cui effetti sono tristemente noti in quelle valvole di sfogo tipiche della società giapponese contemporanea. Il fenomeno hikikomori è chiaramente una di esse, ed una manifestazione che corrisponda perfettamente ad essa in un’altra parte del mondo, di fatto non c’è; anche se- e questo è molto interessante- il dr. Saito nel suo studio del 1998 rilevava che in Corea esisteva un gruppo di giovani che definiva se stesso hikikomori, ma a quanto risulta furono prelevati di forza dalla polizia e ricacciati nella società, interrompendo il loro isolamento.

Una volta attuato questo ritrarsi dalla società cosa fa un hikikomori? La risposta ricorrente a questa domanda ai tempi del dr. Saito era: “assolutamente niente”, come anche risultava ricorrente nella spirale dei pensieri depressivi la tendenza al suicidio della metà dei soggetti. Oggi anche quella dell’hikikomori è una realtà molto diversa, in cui le tecnologie di comunicazione attraverso internet cambiano radicalmente il modo in cui l’isolamento viene vissuto e, non di rado, i soggetti cercano e aprono numerosi canali di comunicazione. Nella cultura popolare e in maniera trasversale anche lontano dai confini del Giappone, anche al gamer o a colui che trasferisce vasta parte della propria vita nelle interazioni e relazioni virtuali con altre persone viene ormai attribuito tale termine come una definizione, sebbene dal significato più edulcorato dell’originale.

Giungiamo in questo modo al problema del tempo moderno, in cui è avvenuto un ribaltamento dell’orizzonte di senso e nelle vite di una grande fetta della popolazione anche del vecchio continente lo spazio pubblico si è rovesciato nel privato e, anche se tralasciamo il proliferare di casi patologici di isolamento continuativo dall’esterno, il modello di vita che si è imposto grazie al cavallo di troia della pandemia virale, prevede sempre più tempo da trascorrere confinati in casa, a fronte delle politiche di restrizioni coatte applicate e sostenuti dall’infrastruttura tecnologica che media, organizza, filtra le nostre relazioni e orienta così l’agentività che abbiamo accettato di avere sul mondo.

Molti di noi, dunque, hanno sperimentato l’isolamento, sviluppando vari livelli di accettazione e di rifiuto, esprimendo individualità a vari livelli, che è la grande differenza con il modello di devianza specificamente giapponese.

Sta accadendo forse che veniamo condotti verso una società di completi devianti , ma conformi?

Se riflettiamo su cosa può insegnarci il modello giapponese, potremmo scoprire alcune chiavi di lettura illuminanti in merito ai messaggi che ci vengono proposti, a volte in maniera ossessiva, perché chi ha interesse a imporre un radicale cambiamento nello stile di vita, come quello in atto nella popolazione italiana e più estesamente del vecchio mondo, punta ormai ad un regime che non sia di repressione attiva, molto dispendiosa in termini di risorse e instabile sul lungo periodo, ma ad un regime di autocontrollo, di isolamento volontario duraturo perché disciplinato, come quello dell’hikikomori.

Il problema su cui queste parole intendono portare il lettore a riflettere è: cosa ci rende così disciplinati? Cosa in sintesi ci condiziona fino al punto di essere remissivi, nell’adesione a questo nuovo pervasivo modello di contratto sociale che a chi scrive appare più simile ad un ricatto sociale, che può essere solo accettato cliccando sull’apposito pulsante, pena la rinuncia alla fruizione del nuovo ordine sociale?

A ben vedere l’utilizzo sapiente di senso di colpa, conformismo e stati depressivi possono ottenere un risultato utile allo scopo, ma ritengo ci sia dell’altro.

La retorica del senso di colpa e il necessario, conseguente, parossistico conformismo li osserviamo chiaramente nelle “misure di prevenzione del contagio” applicate al corpo dell’individuo, non in funzione della propria tutela ma con un tranello, rivolte alla tutela dell’altro poiché non è possibile tutelare se stessi malgrado gli espedienti messi in atto. Gli stati depressivi invece sono indotti da tutta una serie di misure indiscutibili ma che non hanno evidentemente nulla a che fare con il contenimento di un qualche tipo di contagio. Di converso corrispondono precisamente alle attività svolte nel contesto sociale che maggiormente stimolano la produzione di dopamina, noradrenalina e ossitocina, cioè sono tutte quelle cose che soddisfano il nostro bisogno di entusiasmo, piacere, legame attraverso la frequentazione e la relazione.

Alla fine, se l’esperimento avrà successo, e ci auguriamo di no, l’umanità che ne verrà fuori svilupperà l’attitudine all’isolamento come una sua propria scelta, perché sarà stata indotta ad anteporre l’interesse del gruppo, così come presentato da una fonte esterna al discernimento del singolo e avrà imparato ad accettare in nome di quello stesso interesse uno stato di nuova costante frustrazione dei desideri, adiuvata dalla massiccia presenza di surrogati tecnologici nella sua vita, trucchi per emulare ciò che si può fare nel mondo. Il problema è che i trucchi in questione soddisfano la quasi totalità dei bisogni psicologici umani ad un livello giudicato accettabile dai più e talvolta il cervello umano non sa interpretare con la dovuta efficacia la differenza fra un’interazione e la sua emulazione digitale, il che dà un’enorme contributo al processo di accettazione della “nuova normalità”.

Come si può immmaginare, allora, di prendere una strada che non conduca ad un simile scenario?

Quello che mi chiedo e chiedo spesso anche nelle maniere più indirette alle persone che ho intorno è se davvero non riescono a vederla più.

La bellezza.
E se la vedono, come la vedo ancora io, davvero non hanno più l’anelito a cercarla nel mondo?

Abbiamo iniziato questo articolo parlando di una vecchina, di cui conservo il ricordo come una fotografia preziosa e bellissima. Ebbene quella donna, benchè vivesse nella sua clausura, sapeva cos’era il bello e, anche se per me quell’esistenza rimane un mistero, non ho dubbi al riguardo, a lei non avrei mai chiesto se non avesse voglia di venir fuori a riempirsi un po’ gli occhi di meraviglia.

Invece da quasi un anno mi accompagna questo domandarmi se davvero non basta tutta la bellezza che c’è nel mondo per spingervi ad uscire fuori e tornare a gustarla, ad accarezzarla, scoprirla, come il sorriso che alcuni di voi ancora nascondono sotto un’inutile mascherina: vi ho visto.

1Saito, Hikikomori: adolescence without end. 1998

2Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quarta versione. n.d.a.

Attualità

Polvere radioattiva proveniente dal Sahara sta travolgendo alcune parti…

Sembrerebbe che si stia svolgendo un allarmante disastro sanitario e, da com’è stato ampiamente segnalato questa settimana, una polvere radioattiva sta travolgendo il deserto Algerino fino ad arrivare alla regione del Sahara attraverso il Mediterraneo. Diversi scienziati dicono che questa minacciosa polvere radioattiva Sahariana sta causando un picco di inquinamento persino nelle zone dell’Europa del Sud.

L’Associazione per il Controllo della Radioattività nell’Ovest (Acro), ha riferito che gli scienziati hanno osservato come questo fenomeno sia in corso già da febbraio, quando hanno notato che tale polvere veniva rilevata in alcune aree della Francia. Dei campioni confermano che nella polvere esaminata sono state trovate alcune particelle radioattive, sollevate da una forte tempesta che di recente ha travolto il Marocco, creando a sua volta enormi nuvole polverose che hanno raccolto il materiale radioattivo rilasciato da test nucleari condotti in passato dalla Francia sull’Algeria, ai tempi loro possesso coloniale, nei primi anni ’60.

Mentre alcuni scienziati sostengono che non ciò non comporti del pericolo, altri invece avvertono che i residui del cesio 137 – un isotopo radioattivo – può richiedere delle precauzioni, come il restare chiusi in casa.

L’organizzazione non governativa francese, che monitora l’Europa per controllare i segni della contaminazione nucleare, questa settimana ha fatto sì che l’Euronews riportasse la seguente frase: “L’Acro ha detto di aver eseguito dei test sulla recente polvere Sahariana che è stata prelevata nell’area del Giura, vicino al confine francese con la Svizzera.”

“Considerando i depositi omogenei in un’ampia area, basati su questo risultato analitico, l’Acro stima che sono stati trovati 80,000 becquerel/km quadrato di cesio 137”, ha dichiarato l’organizzazione.

Ha inoltre aggiunto che “Questa contaminazione radioattiva, che arriva da molto lontano, 60 anni dopo le esplosioni nucleari, ci ricorda della perenne contaminazione radioattiva presente nel Sahara, della quale è responsabile la Francia.”

Mentre gli effetti sulla salute dovuti all’esposizione possono essere a breve termine trascurabili, si mette in dubbio che molti Europei possano sentirsi a loro agio con una tale nuvola di particelle così minacciosa che si trova in bilico sul continente.

E non è tutto, sembra che forse arriveranno molti altri depositi di polvere radioattiva:

Una nuvola piuttosto densa sta attraversando il Mediterraneo, coprendo parti della Spagna, della Francia, del Regno Unito e della Germania”, dove ora ci si aspetta il fenomeno delle piogge fangose.

E poiché questa tempesta di cui si è parlato colpisce di nuovo l’Algeria, è probabile che le particelle al suo interno riportino del cesio-137 dall’area del test nucleare francese eseguito il 13 febbraio 1960.

Quella storica detonazione aveva come nome in codice “Gerboise Bleue” – e in molti stanno ora sottolineando la profonda ironia del test atomico che è stato eseguito “attentamente” ed intenzionalmente su una colonia lontana dalla Francia, solo perché si è temuto che i suoi effetti postumi radioattivi di durata a lungo termine potessero tornare ad infestare di nuovo la popolazione francese.

Si teme anche che la polvere radioattiva possa soffiare così tanto ad est fino ad arrivare alla Turchia, infatti le autorità sanitarie turche hanno già chiesto a diverse parti della popolazione di prepararsi a restare dentro casa nei giorni a venire.

Nota del revisore: che episodi del genere siano il preludio alla presenza di un nuovo “nemico invisibile”, in grado di porre ulteriori restrizioni nelle nostre già martoriate vite? Seguiranno aggiornamenti.

Traduzione a cura di Chiara Giagnolini.
Revisione a cura di Mer Curio.
Link all’articolo originale, pubblicato il 6 marzo 2021

Attualità

Solo un pensiero. Essenza

“L’insieme storico decide in ogni mutamento dei nostri poteri, prescrive i loro limiti al nostro campo d’azione e al nostro avvenire reale; condiziona il nostro atteggiamento nei confronti del possibile e dell’impossibile, del reale e dell’immaginario, dell’essere e del dover essere, del tempo e dello spazio. E’ a partire da esso che decidiamo a nostra volta dei nostri rapporti con gli altri, cioè del senso della nostra vita e del valore della nostra morte.”
Sartre

Non è una novità, l’ambiente nel quale siamo immersi ci condiziona.
Quanto siamo lontani dalla nostra essenza?
Questa riflessione mi ha sempre fatto sentire impotente, forse perchè la scoperta dell’influenza esercitata da un costrutto che viene individuato e destrutturato viene seguita da un’altra presa di coscienza in quello che sembra essere un interminabile e meticoloso lavoro di smontaggio, pezzo per pezzo.
Con la sensazione di essere aggrappati alla punta dell’iceberg, neanche troppo saldamente e senza la possibilità di intravedere il fondo.
A quali profondità possono arrivare le nostre suggestioni? Viene da chiedersi se un’esistenza intera sia sufficiente per comprenderle tutte, viene da pensare al tempo e alla sua dilatazione, al passato che rinasce ogni volta nei ricordi e rivive in essi, facendo sfumare la nostra percezione di ciò che è finito, del presente e del futuro come elementi separati e distinti.  
La stessa riflessione di Sartre allo stesso tempo dona speranza, perchè nonostante tutto, lascia spazio all’autodeterminazione e alla possibilità di dare un senso individuale e strettamente personale alla vita e ancor più alla morte.

Forse non chiediamo di venire al mondo, forse non scegliamo in che condizioni arrivarci, magari non possiamo sempre cambiare quello che ci circonda ma siamo di certo artefici del nostro immaginario e possiamo scegliere di credere in un ideale anche se sembra scomparso dalla faccia della terra. Possiamo vivere il sogno sbirciando da tutte le prospettive possibili, possiamo invertire tutti i processi che distruggono la nostra volontà.

Abbiamo davvero smesso di sognare? Ci siamo rassegnati a sopravvivivere in un mondo che qualcun’altro ha disegnato per noi?
Subire anzichè creare. Un’esistenza che non ci appartiene.
Un vuoto che avanza e avvolge tutto e tutti. L’oscurità dilagante nella quale siamo confinati, distanziati gli uni dagli altri, oggi come non mai.
Da parecchio tempo divisi e frammentati emotivamente.
Da non molto, anche se già da troppo, separati fisicamente e socialmente. Impauriti, in un perenne stato di tensione, continuamente condizionati e manipolati.
E’ questo il presente che scegliamo di vivere? Sono le fondamenta sulle quali decidiamo di costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli?
Adattarsi ed accettare passivamente un modo di essere che ci viene descritto come l’unico possibile, come inevitabile e imprescindibile, un paradigma che viene imposto dall’alto e cala sulle nostre teste senza ammettere replica.
Questo non è inventare e progettare la realtà che scegliamo e desideriamo.
Cosa significa quindi, in definitiva, essere? Sei perchè è così che bisogna essere? Sei perchè semplicemente esisti o il tuo esserci è legato al tuo scopo, a quello per cui decidi di vivere e soprattutto a quello per cui saresti disposto a morire? Quello che fai, fa la differenza?     
Forse non abbiamo smesso di sognare volontariamente, il sogno ci è stato portato via piano piano, secondo dopo secondo, ci è stato sottratto lentamente da un’infinita sequela di futili e superficiali sciocchezze.
E’ stato davvero totalmente sostituito dal materialismo e da quella che ci piace tanto chiamare realtà? Dall’effimera e passeggera smania del superfluo?   
Inutile cercare un unico colpevole, tra l’infinità di condizionamenti indotti e autoindotti.
E’ tempo di ricominciare a inseguire ciò che sentiamo vero, anche a costo di sembrare illusi idealisti in cerca di qualcosa che è andato perso nel tempo, qualcosa che forse non c’è mai stato, ma che importa? Sarà, domani.
Noncuranti di ciò che chiunque potrebbe pensare e senza il timore di essere. E’ tempo di ricominciare a sognare.

Just Me ~Lely~
Attualità

The Ultimate Revolution

di Aldous Huxley – tradotto da Mer Curio, revisione a cura di Pier

Aldous Huxley, autore di Brave New World, classificato numero uno nella lista dei 100 libri di narrativa di List Muse, qui discute di influenza, controllo dell’opinione pubblica e governo.

"Ci sarà, nella prossima generazione o giù di lì, un metodo farmacologico per far amare alla gente la propria servitù, e dare vita ad una dittatura senza lacrime, per così dire, producendo una sorta di campo di concentramento indolore per intere società, in modo che la gente verrà privata delle proprie libertà, ma lo apprezzerà, perché sarà distratta da qualsiasi desiderio di ribellarsi dalla propaganda o dal lavaggio del cervello, oppure dal lavaggio del cervello potenziato con metodi farmacologici. E credo che questa sarà la rivoluzione finale".
F. Scott Hess

AUDIO – Aldous Huxley, The Ultimate Revolution (44:17): MP3

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Transcript – The Ultimate Revolution

March 20, 1962 Berkeley Language Center – Speech Archive SA 0269

Moderatore:

Aldous Huxley, un famoso saggista e romanziere che durante il semestre primaverile risiede all’università in qualità di professore della ricerca Ford. Il signor Huxley è recentemente tornato da una conferenza all’Istituto per lo studio delle Istituzioni Democratiche a Santa Barbara, dove la discussione si è concentrata sullo sviluppo di nuove tecniche con cui controllare e dirigere il comportamento umano.
Tradizionalmente è stato possibile sopprimere la libertà individuale attraverso l’applicazione della coercizione fisica, facendo appello alle ideologie, sfruttando la manipolazione dell’ambiente fisico e sociale dell’uomo e più recentemente attraverso la Tecnica, applicando le tecniche più crude di condizionamento psicologico. La Rivoluzione Ultima, di cui il signor Huxley parlerà oggi, riguarda lo sviluppo di nuovi controlli comportamentali, che operano direttamente sugli apparati psicofisiologici dell’uomo. Si tratta della capacità di sostituire la costrizione esterna con compulsioni interne. Come sanno quelli di noi che conoscono le opere del signor Huxley, questo è un tema di cui si è occupato per un bel po’ di tempo. Il signor Huxley farà una presentazione di circa mezz’ora seguita da una breve discussione e dalle domande da parte dei due relatori seduti alla mia sinistra, la signora Lillian e il signor John Post. Ora, il signor Huxley:

Huxley:

Grazie.

{Applauso}

Prima di tutto, vorrei dire che la conferenza di Santa Barbara non riguardava direttamente il controllo della mente. C’è stata una conferenza, ce ne sono state due, una all’Università del California Medical Center di San Francisco, alla quale quest’anno non ho partecipato, e una due anni fa in cui abbiamo avuto una notevole discussione su questo argomento. A Santa Barbara si parlava della tecnologia in generale e degli effetti che può avere sulla società e dei problemi legati al “trapianto tecnologico” nei paesi sottosviluppati.

Bene, ora, per quanto riguarda questo problema della rivoluzione finale, è stato riassunto molto bene dal moderatore. Possiamo dire che in passato tutte le rivoluzioni hanno mirato essenzialmente a modificare l’ambiente per cambiare l’individuo. Voglio dire che c’è stata la rivoluzione politica, la rivoluzione economica, al tempo della Riforma, la rivoluzione religiosa. Tutte queste miravano, non direttamente all’essere umano, ma al suo ambiente. In modo che alterando l’ambiente circostante si potesse ottenere -o si rimuovesse- un effetto sull’essere umano.

Oggi ci troviamo di fronte, credo, all’avvento di quella che può essere chiamata la rivoluzione ultima, la rivoluzione finale, in cui l’uomo può agire direttamente sulla mente-corpo dei suoi simili. Inutile dire che un certo tipo di azione diretta sulla mente-corpo umana è in corso fin dall’inizio dei tempi. Ma questa è stata generalmente di natura violenta. Le tecniche del terrorismo sono conosciute da tempo immemorabile e gli uomini le hanno impiegate con più o meno ingegno, a volte con la massima crudeltà, a volte con una buona dose di abilità acquisita attraverso un processo di prove ed errori, scoprendo quali sono i modi migliori di usare la tortura, la reclusione, le costrizioni di vario tipo.

Ma, come credo qualcuno disse molti anni fa (mi sembra fu Metternich), si può fare di tutto con le baionette, tranne che sedersi su di esse.
Se hai intenzione di controllare qualsiasi popolazione per un certo periodo di tempo, devi avere in qualche misura il suo consenso: è estremamente difficile immaginare che il terrorismo puro possa funzionare per un tempo indefinito. Può funzionare per un tempo abbastanza lungo, ma penso che prima o poi si debba introdurre un elemento di persuasione, un elemento per far sì che le persone acconsentano a ciò che gli sta succedendo.

Mi sembra che la natura della rivoluzione definitiva alla quale ci troviamo ora di fronte sia proprio questa: stiamo sviluppando tutta una serie di tecniche che permetteranno all’oligarchia di controllo, che è sempre esistita e presumibilmente esisterà sempre, di far amare alla gente la propria schiavitù.
Penso che si tratti del massimo delle rivoluzioni malefiche, diciamo, e questo è un problema che mi ha interessato per molti anni e sul quale ho scritto trent’anni fa un racconto, Brave New World, che è un resoconto della società che fa uso di tutti i dispositivi disponibili e di alcune delle tecnologie che immaginavo possibili, per utilizzarle, prima di tutto, al fine di standardizzare la popolazione, di appianare le scomode differenze umane, di creare, diciamo, modelli in serie di esseri umani disposti in una sorta di sistema di caste scientifiche. Da allora, ho continuato ad interessarmi estremamente a questo problema e ho notato con crescente sgomento che un certo numero di previsioni che erano puramente fantastiche quando le ho fatte trent’anni fa si sono avverate o sembrano in procinto di avverarsi.

Un certo numero di tecniche di cui ho parlato sembra essere già qui. E sembra esserci un movimento generale nella direzione di questo tipo di rivoluzione finale, un metodo di controllo con il quale può essere fatta piacere ad un popolo tutta una serie di cose che non gradirebbe normalmente. Questa, l’assuefazione alla servitù, beh questo processo è, come ho detto, andato avanti per anni, e mi sono interessato sempre di più a ciò che sta accadendo.

E qui vorrei confrontare brevemente la parabola di Brave New World con un’altra parabola che è stata presentata più recentemente nel libro di George Orwell, Nineteen Eighty- Four. Orwell scrisse il suo libro tra il ’45 e il ’48, credo, al tempo in cui il regime del terrore stalinista era ancora in piena attività e subito dopo il crollo del regime del terrore hitleriano. E il suo libro, che io ammiro molto, è un libro di grandissimo talento e di straordinaria ingegnosità, e mostra, per così dire, una proiezione nel futuro dell’immediato passato, di quello che per lui era l’immediato passato, e l’immediato presente, era una proiezione nel futuro di una società in cui il controllo era esercitato interamente dal terrorismo e da violenti attacchi alla mente e al corpo degli individui.

Mentre il mio libro, scritto nel 1932, quando esisteva solo una blanda dittatura nella forma di Mussolini, non era oscurato dall’idea del terrorismo, e quindi ero libero, differentemente da Orwell, di pensare a questi altri metodi di controllo, questi metodi non violenti, e sono incline a pensare che le dittature scientifiche del futuro, penso che ci saranno dittature scientifiche in molte parti del mondo, saranno probabilmente molto più vicine al modello Brave New World che al modello 1984, saranno molto più vicine non a causa di qualche scrupolo umanitario dei dittatori scientifici ma semplicemente perché il modello BNW è probabilmente molto più efficiente dell’altro.

Che è riuscire a far accettare alla gente lo stato di cose in cui vivono. Lo stato di schiavitù, lo stato d’essere, avere le proprie differenze smussate, ed il rendersi disponibili a metodi di produzione di massa a livello sociale, se si può fare questo, allora si ha, è probabile, una società molto più stabile e duratura. Una società molto più facilmente controllabile rispetto a quella che si avrebbe se ci si affidasse completamente alle clave e ai plotoni d’esecuzione e ai campi di concentramento. Dunque, la mia sensazione è che l’immagine di 1984 sia stata ovviamente tinta dall’immediato passato e presente in cui Orwell stava vivendo, ma il passato e presente di quegli anni non riflette, secondo me, la probabile tendenza di ciò che accadrà, inutile dire che non ci libereremo mai del terrorismo, troverà sempre la sua strada verso la superficie.

Ma penso che nella misura in cui i dittatori diventano sempre più scientifici, sempre più preoccupati della società tecnicamente perfetta e perfettamente funzionante, saranno sempre più interessati al tipo di tecniche che ho immaginato e descritto a partire dalle realtà esistenti in BNW.
Per questo mi sembra che questa rivoluzione finale non sia molto lontana, che già un certo numero di tecniche per realizzare questo tipo di controllo sono qui, e resta da vedere quando e dove, e da chi saranno applicate per la prima volta su larga scala.

E prima lasciatemi parlare del miglioramento delle tecniche del terrorismo. Penso che ci siano stati dei miglioramenti. Pavlov, dopo tutto, ha fatto delle osservazioni estremamente profonde sia sugli animali che sugli esseri umani. E scoprì, tra l’altro, che le tecniche di condizionamento applicate agli animali o agli esseri umani in uno stato di stress psicologico o fisico affondavano, per così dire, molto profondamente nella mente e nel corpo della creatura, ed erano estremamente difficili da eliminare. Sembravano essere radicate più profondamente di altre forme di condizionamento.

E questo, naturalmente, è stato scoperto empiricamente in passato. La gente ha fatto uso di molte di queste tecniche, ma la differenza tra i vecchi metodi empirici intuitivi e i nostri metodi è la differenza tra il punto di vista dell’artigiano, una sorta di hit and miss (colpisci o fallisci), e il punto di vista genuinamente scientifico. Penso che ci sia una vera differenza tra noi e gli inquisitori del XVI secolo. Noi sappiamo molto più precisamente quello che stiamo facendo, rispetto a loro, e possiamo estendere, grazie alla nostra conoscenza teorica, quello che stiamo facendo su un’area più ampia con una maggiore sicurezza di produrre qualcosa che funzioni davvero.

In questo contesto vorrei citare i capitoli estremamente interessanti del libro del dott. William Seargent, “Battle for the Mind” in cui sottolinea come alcuni dei grandi insegnanti/leader religiosi del passato abbiano utilizzato intuitivamente il metodo pavloviano, parla specificamente del metodo di Wesley di produrre conversioni basate essenzialmente sulla tecnica di aumentare lo stress psicologico fino al limite parlando del fuoco dell’inferno, rendendo in questo modo le persone estremamente vulnerabili alla suggestione, poi all’improvviso allentano questo stress offrendo la speranza del paradiso, e questo è un capitolo molto interessante che mostra come abili psicologi innati, come fu Wesley, potevano scoprire questi metodi pavloviani su basi prettamente intuitive ed empiriche.

Bene, ora conosciamo il motivo per cui queste tecniche funzionavano e non c’è alcun dubbio che potremmo, se lo volessimo, farle evolvere molto più di quanto fosse possibile in passato. E naturalmente nella storia recente del lavaggio del cervello, sia applicato ai prigionieri di guerra che al personale inferiore del partito comunista in Cina, vediamo che i metodi pavloviani sono stati utilizzati sistematicamente e con un’efficacia straordinaria. Penso che non ci sia alcun dubbio che con l’applicazione di questi metodi sia stato creato un esercito molto grande di persone totalmente devote. Il condizionamento è stato spinto, per così dire, da una sorta di ionoforesi psicologica nel più profondo dell’essere delle persone, ed è diventato così profondo che è molto difficile da sradicare, e questi metodi, penso, rappresentano un vero perfezionamento dei vecchi metodi del terrore perché li combinano con forme di accettazione da parte della persona che è sottoposta a una forma di stress terroristico, ma allo scopo di indurre una sorta di accettazione volontaria delle condizioni verso cui è stata spinta e dello stato di cose in cui si trova.

Quindi c’è, come ho detto, un netto miglioramento anche nelle tecniche di terrorismo. Ma poi arriviamo alla considerazione di altre tecniche, che non sono terroristiche, allo scopo di suscitare il consenso e indurre la gente ad amare la propria servitù.
Qui, non credo di poterle approfondire tutte, perché non le conosco tutte, ma voglio dire che posso citare i metodi più evidenti, che possono essere utilizzati oggi e che sono basati su recenti scoperte scientifiche. Prima di tutto ci sono i metodi legati alla suggestione diretta e all’ipnosi.

Credo che su questo argomento sappiamo molto di più di quanto si sapesse in passato. La gente, naturalmente, ha sempre saputo della suggestione, e anche se non conosceva la parola ‘ipnosi’, certamente la praticava in vari modi. Ma noi abbiamo, credo, una conoscenza dell’argomento molto più vasta che in passato, e possiamo fare uso della nostra conoscenza in modi, che in passato non siamo mai stati in grado di utilizzare. Per esempio, una delle cose che ora sappiamo per certo, è che c’è naturalmente un’enorme… voglio dire che si è sempre saputo che c’è una differenza molto grande tra gli individui per quanto riguarda la loro suggestionabilità. Ma ora conosciamo abbastanza chiaramente il tipo di ripartizione statistica di una popolazione per quanto riguarda la sua suggestionabilità. E’ molto interessante quando si osservano i risultati in diversi campi, voglio dire il campo dell’ipnosi, il campo della somministrazione di placebo, per esempio, nel campo della suggestione generale in stati di sonnolenza o di sonno leggero, si troverà lo stesso tipo di ordini di grandezza che spuntano continuamente.

Troverete per esempio che l’ipnotizzatore esperto vi dirà che il numero di persone, la percentuale di persone che possono essere ipnotizzate con la massima facilità, è circa il 20%, e circa un numero corrispondente all’altra estremità della scala è molto, molto difficile o quasi impossibile da ipnotizzare. Ma in mezzo c’è una grande massa di persone che possono con più o meno difficoltà essere ipnotizzate, che possono essere gradualmente, se ci si impegna abbastanza, portate allo stato ipnotico, e allo stesso modo lo stesso tipo di cifre si ripresenta, per esempio in relazione alla somministrazione di placebo.

Un grande esperimento è stato condotto tre o quattro anni fa nell’ospedale generale di Boston su casi post-operatori in cui diverse centinaia di uomini e donne che soffrivano di dolori comparabili dopo gravi operazioni, sono stati autorizzati a fare iniezioni ogni volta che lo chiedevano, ogni volta che il dolore peggiorava, e le iniezioni erano il 50% delle volte di morfina e il 50% di acqua. E tra coloro che hanno partecipato all’esperimento, circa il 20% di loro ha ottenuto sollievo sia dall’acqua distillata che dalla morfina. Circa il 20% non ha avuto alcun sollievo dall’acqua distillata, e in mezzo c’erano quelli che hanno avuto un po’ di sollievo o hanno avuto sollievo occasionalmente.

Così ancora una volta, vediamo lo stesso tipo di distribuzione, e allo stesso modo per quanto riguarda quello che in BNW ho chiamato Hypnopedia, l’insegnamento del sonno: stavo parlando non molto tempo fa con un uomo che produce dischi che la gente può ascoltare durante la fase leggera del sonno, voglio dire che questi sono dischi per diventare ricchi, per la soddisfazione sessuale (la folla ride), per la fiducia nelle vendite e così via, e mi ha detto che è molto interessante che questi dischi sono venduti con la formula “soddisfatti o rimborsati”, e dice che c’è regolarmente tra il 15% e il 20% di persone che scrivono indignate dicendo che i dischi non funzionano affatto, e lui li rimborsa subito. D’altra parte, c’è più del 20% che scrive con entusiasmo dicendo che sono molto più ricchi, la loro vita sessuale è molto meglio (risate) ecc, ecc, e questi naturalmente sono i clienti da sogno che comprano di più questi dischi. E nel mezzo ci sono quelli che non ottengono molti risultati e devono farsi scrivere lettere in cui si dice: “Continua, mia cara, continua” (risate) e ci arriverai, e generalmente ottengono risultati a lungo termine.

Bene, come ho detto, sulla base di questo, penso che vediamo abbastanza chiaramente che le popolazioni umane possono essere categorizzate secondo la loro suggestionabilità abbastanza facilmente. Sospetto fortemente che questo 20% sia lo stesso in tutti questi casi, e sospetto anche che non sarebbe affatto difficile riconoscere e chi sono coloro che sono estremamente suggestionabili e chi sono quelli estremamente non suggestionabili e chi sono quelli che occupano lo spazio intermedio. Chiaramente, se tutti fossero estremamente non suggestionabili la società organizzata sarebbe del tutto impossibile, e se tutti fossero estremamente suggestionabili allora una dittatura sarebbe assolutamente inevitabile. Voglio dire che è molto fortunato che abbiamo persone che sono moderatamente suggestionabili nella maggioranza e che quindi ci preservano dalla dittatura ma permettono la formazione di una società organizzata. Ma, una volta dato il fatto che c’è questo 20% di persone altamente suggestionabili, diventa abbastanza chiaro che questa è una questione di enorme importanza politica, per esempio, qualsiasi demagogo che è in grado di ottenere l’attenzione di un gran numero di questo 20% di persone suggestionabili e di organizzarle è davvero in grado di rovesciare qualsiasi governo in qualsiasi paese.

E voglio dire, penso che dopo tutto, abbiamo avuto l’esempio più incredibile negli ultimi anni di ciò che può essere fatto con metodi efficienti di suggestione e persuasione “grazie” ad Hitler. Chiunque abbia letto, per esempio, la vita di Hitler, viene fuori, con ammirazione inorridita per questo genio infernale, che ha davvero capito le debolezze umane penso quasi meglio di chiunque altro e che le ha sfruttate con tutte le risorse allora disponibili. Voglio dire che sapeva tutto, per esempio, conosceva intuitivamente questa verità pavloviana che il condizionamento installato in uno stato di stress o di fatica va molto più in profondità del condizionamento installato in altri momenti. Questo naturalmente è il motivo per cui tutti i suoi grandi discorsi erano organizzati di notte. Lo dice molto francamente, naturalmente, nel Mein Kampf, che questo è fatto solo perché la gente è stanca di notte e quindi molto meno capace di resistere alla persuasione di quanto lo sarebbe durante il giorno. E in tutte le tecniche che utilizzava, aveva scoperto intuitivamente, per tentativi ed errori molte delle debolezze che ora conosciamo in modo scientifico, credo molto più chiaramente di lui.

Ma rimane il fatto che questo differenziale di suggestionabilità, questa suscettibilità all’ipnosi, penso sia qualcosa che deve essere considerato molto attentamente in relazione a qualsiasi tipo di pensiero sul governo democratico. Se c’è un 20% di persone che può essere suggestionato a credere quasi tutto, allora dobbiamo prendere misure estremamente attente per prevenire l’ascesa di demagoghi che li porteranno a posizioni estreme e li organizzeranno in eserciti molto, molto pericolosi, eserciti privati che possono rovesciare il governo.

In questo campo della pura persuasione, penso che sappiamo molto di più che in passato, e ovviamente ora abbiamo meccanismi per moltiplicare la voce e l’immagine del demagogo in modo abbastanza allucinante, per dire, la televisione e la radio, Hitler faceva un uso enorme della radio, poteva parlare a milioni di persone contemporaneamente. Solo questo crea un abisso enorme tra il demagogo moderno e quello antico. L’antico demagogo poteva fare appello solo a quante persone la sua voce poteva raggiungere urlando al massimo, ma il demagogo moderno poteva toccare letteralmente milioni di persone alla volta, e naturalmente con la moltiplicazione della sua immagine può produrre questo tipo di effetto allucinatorio che è di enorme importanza ipnotica e suggestiva.

Ma poi ci sono vari altri metodi a cui si può pensare che, grazie al cielo, non sono ancora stati usati, ma che ovviamente potrebbero essere usati. C’è per esempio il metodo farmacologico, questa è una delle cose di cui ho parlato in BNW. Ho inventato un’ipotetica droga chiamata SOMA, che ovviamente non poteva esistere così com’era perché era contemporaneamente uno stimolante, un narcotico e un allucinogeno, il che sembra improbabile in una sola sostanza. Ma il punto è che se si applicassero diverse sostanze diverse si potrebbero ottenere quasi tutti questi risultati anche adesso, e la cosa veramente interessante delle nuove sostanze chimiche, le nuove droghe che cambiano la mente è questa, se si guarda indietro nella storia è chiaro che l’uomo ha sempre avuto un desiderio per le sostanze chimiche che cambiano la mente, ha sempre desiderato prendere le vacanze da se stesso, ma l’effetto più straordinario di ogni narcotico naturale stimolante, sedativo, o allucinogeno, è stato scoperto prima dell’alba della storia, non credo che la scienza moderna ne abbia scoperto anche solo uno di essi.
La scienza moderna ha naturalmente metodi migliori per estrarre i principi attivi di queste droghe e naturalmente ha scoperto numerosi modi per sintetizzare nuove sostanze di estrema potenza, ma la scoperta effettiva di queste sostanze naturali fu fatta dall’uomo primitivo chissà quanti secoli fa. Per esempio, sotto le abitazioni lacustri del primo neolitico che sono state scavate in Svizzera, abbiamo trovato delle teste di papavero, e sembra che la gente usasse già questo antichissimo e potente e pericoloso narcotico, anche prima del sorgere dell’agricoltura. Così quell’uomo era apparentemente un drogato prima di essere un agricoltore, il che è un fatto molto curioso sulla natura umana.

Ma la differenza, come ho detto, tra gli antichi scacciapensieri, gli scacciapensieri tradizionali, e le nuove sostanze è che queste erano estremamente dannose, mentre le nuove non lo sono. Voglio dire che anche l’alcool, che è uno scacciapensieri consentito, non è del tutto innocuo, come la gente avrà notato, e voglio dire che le altre, quelle non consentite, come l’oppio e la cocaina, l’oppio e i suoi derivati, sono davvero molto dannose. Producono rapidamente dipendenza, e in alcuni casi portano ad una velocità straordinaria alla degenerazione fisica e alla morte.

Allo stesso tempo, queste nuove sostanze, e ciò è davvero straordinario, possono produrre enormi rivoluzioni all’interno della nostra mente e del nostro essere, e tuttavia non fanno quasi nulla dal punto di vista fisiologico. Si può avere un’enorme rivoluzione, per esempio, con l’LSD-25 o con la psilocibina recentemente sintetizzata, che è il principio attivo del fungo sacro messicano. Si può avere questa enorme rivoluzione mentale senza una rivoluzione fisiologica maggiore di quella che si otterrebbe bevendo due cocktail. E questo è un effetto davvero straordinario.

Ed è naturalmente vero che i farmacologi stanno producendo un gran numero di nuovi farmaci miracolosi per cui la cura è quasi peggiore della malattia. Ogni anno la nuova edizione dei manuali di medicina contiene un capitolo sempre più lungo su quelle che sono le malattie iatrogene, cioè le malattie causate dai medici (risate). E questo è abbastanza vero, molti dei farmaci miracolosi sono estremamente pericolosi. Voglio dire che possono produrre effetti straordinari, e in condizioni critiche dovrebbero certamente essere usati, ma dovrebbero essere usati con la massima cautela. Ma c’è evidentemente un’intera classe di farmaci che agiscono sul SNC(Sistema nervoso centrale) e che possono produrre enormi cambiamenti nella sedazione, nell’euforia, nell’eccitazione dell’intero processo mentale senza fare alcun danno percepibile al corpo umano, e questo rappresenta la più straordinaria rivoluzione. Nelle mani di un dittatore queste sostanze, in un tipo o nell’altro, potrebbero essere usate con, prima di tutto, completa innocuità, e il risultato sarebbe, potete immaginare un’euforia che renderebbe le persone completamente felici anche nelle circostanze più abominevoli.

Queste cose sono possibili. Questa è la cosa straordinaria, dato che tutto questo è vero anche per le vecchie droghe grezze. Voglio dire, un mio coinquilino anni fa, dopo aver letto il Paradiso Perduto di Milton, disse: “E la birra fa più di Milton nel mostrare le vie di Dio all’uomo” (risate). E la birra, naturalmente, è una droga estremamente rozza in confronto a queste. E si può certamente dire che alcuni degli energizzanti psichici e i nuovi allucinogeni potrebbero ottenere incomparabilmente di più di quanto Milton e tutti i teologi messi insieme potrebbero, per far sembrare il terrificante mistero della nostra esistenza più tollerabile di quanto lo sia. E qui penso che ci sia un’area enorme in cui la rivoluzione finale potrebbe funzionare davvero molto bene, un’area in cui una massiccia quantità di controllo potrebbe essere usata non attraverso il terrore, ma facendo sembrare la vita molto più piacevole di quanto non sia normalmente. Piacevole fino al punto in cui, come ho detto prima, gli esseri umani arrivino ad amare uno stato di cose che per qualsiasi standard umano ragionevole e decente non dovrebbe essere amato, e questo penso sia perfettamente possibile.

Ma poi, molto brevemente, lasciatemi parlare di uno degli sviluppi più recenti nella sfera della neurologia, circa l’impianto di elettrodi nel cervello. Questo naturalmente è stato fatto su larga scala negli animali e in alcuni casi è stato fatto nei casi di pazzi senza speranza. E chiunque abbia osservato il comportamento dei ratti con elettrodi collocati in diversi centri, deve uscire da questa esperienza con le più straordinarie perplessità su ciò che sulla terra ci aspetterebbe se un dittatore se ne impossessasse.
Ho visto non molto tempo fa dei ratti nel laboratorio dell’UCLA, ce n’erano due serie, la prima con elettrodi piantati nel centro del piacere, e la tecnica consisteva in una barra che, premuta provocava una lievissima corrente per un breve periodo di tempo, collegata a quell’elettrodo e che stimolava il centro del piacere ed era evidentemente una pura estasi per questi ratti, che premevano la barra 18.000 volte al giorno (risate). A quanto pareva, se gli impedivi di premere la barra per un giorno, il giorno seguente la premevano 36.000 volte e lo facevano fino a quando cadevano a terra completamente esausti (risate) E non mangiavano, né erano interessati al sesso opposto, ma continuavano a premere questa barra.

Poi i ratti più stupefacenti erano quelli in cui l’elettrodo era piantato a metà strada tra il centro del piacere e quello del dolore. Il risultato era una specie di miscuglio tra la più meravigliosa estasi e l’essere allo stesso tempo torturati. E si vedevano i topi guardare la barra e dire: “Essere o non essere, questo è il dilemma”. (Risate) Alla fine si avvicinavano e tornavano indietro con questo terribile dilemma, e aspettava un po’ di tempo prima di premere di nuovo la barra, ma la premevano sempre di nuovo. Questa era la cosa straordinaria.

Ho notato che nell’ultimo numero di Scientific American c’è un articolo molto interessante sugli elettrodi nel cervello dei polli, in cui la tecnica è molto ingegnosa, si affonda nel loro cervello una piccola presa con una vite e l’elettrodo può essere avvitato sempre più a fondo nel tronco cerebrale e si può testare in qualsiasi momento in base alla profondità, che va a frazioni di mm, cosa stai stimolando e queste creature non sono semplicemente stimolate da un filo, sono dotate di un ricevitore radio in miniatura che pesa meno di un grammo che è attaccato a loro in modo che possano comunicare a distanza, voglio dire, possono correre nell’aia e si potrebbe premere un pulsante e questa particolare area del cervello in cui l’elettrodo è stato avvitato sarebbe stimolata. Si otterrebbero questi fenomeni fantastici, un pollo addormentato salterebbe in piedi e correrebbe in giro, o un pollo attivo si siederebbe improvvisamente e andrebbe a dormire, o una gallina si siederebbe e si comporterebbe come se stesse covando un uovo, o un gallo da combattimento andrebbe in depressione.

L’intero quadro del controllo assoluto delle pulsioni è terrificante, e nei pochi casi in cui questo è stato fatto con esseri umani molto malati, gli effetti sono evidentemente anche molto notevoli: stavo parlando la scorsa estate in Inghilterra con Grey Walter, che è il più eminente esponente della tecnica EEG in Inghilterra, e mi stava dicendo che ha visto detenuti senza speranza nei manicomi con queste cose nella loro testa, e queste persone soffrivano di depressione incontrollabile, avevano questi elettrodi inseriti nel centro del piacere nel loro cervello, e quando si sentivano troppo male, semplicemente premevano un pulsante del telecomando nella loro tasca e lui diceva che i risultati erano fantastici, la bocca che puntava verso il basso improvvisamente si alzava e si sentivano molto allegri e felici. Così, ancora una volta, si vedono le tecniche rivoluzionarie più straordinarie, che sono ora a nostra disposizione.

Ora, penso che ciò che è perfettamente chiaro è che per il momento queste tecniche non vengono utilizzate se non in modo sperimentale, ma penso che sia importante per noi renderci conto di ciò che sta accadendo per renderci conto di ciò che è già accaduto, e poi usare una certa dose di immaginazione per dedurre il tipo di cose che potrebbero accadere nel futuro. Cosa potrebbe succedere se queste tecniche fantastiche quanto potenti venissero usate da persone senza scrupoli in posizione d’autorità, che cosa accadrebbe sulla Terra, che tipo di società avremmo?
E penso che sia particolarmente importante perché, come si vede guardando indietro nella storia, abbiamo permesso in passato che tutti quei progressi nella tecnologia che hanno cambiato profondamente la nostra vita sociale e individuale ci cogliessero di sorpresa, voglio dire che mi sembra ciò che accadde tra la fine del 18° secolo e l’inizio del 19° secolo quando le nuove macchine stavano rendendo possibile il sistema industriale. Non era al di là dell’ingegno dell’uomo vedere ciò che stava accadendo e proiettarsi nel futuro e forse prevenire le conseguenze veramente terribili che hanno afflitto l’Inghilterra e la maggior parte dell’Europa occidentale e questo paese per sessanta o settanta anni, e gli orribili abusi del sistema di produzione di massa, e se una certa dose di previsione fosse stata applicata al problema a quel tempo, e se la gente avesse prima di tutto capito cosa stava accadendo e poi avesse usato la propria immaginazione per vedere cosa poteva accadere, e poi avessero continuato ad elaborare i mezzi attraverso i quali le peggiori applicazioni della Tecnica non avrebbero avuto luogo, beh, allora penso che l’umanità occidentale avrebbe potuto risparmiarsi le circa tre generazioni di miseria totale che era stata imposta ai poveri in quel momento.

E allo stesso modo con i vari progressi tecnologici di oggi, dobbiamo pensare ai problemi dell’automazione e più profondamente ai problemi che possono sorgere con queste nuove tecniche, che possono contribuire a questa rivoluzione finale. Il nostro compito è quello di essere consapevoli di ciò che sta accadendo, e poi usare la nostra immaginazione per vedere cosa potrebbe accadere, come qualcuno potrebbe abusare di ciò, e poi, se possibile, controllare che gli enormi poteri che ora possediamo grazie a questi progressi scientifici e tecnologici siano usati a beneficio degli esseri umani e non per la loro degradazione.

Grazie

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