Armi, rifiuti e militari.


Storie di ordinaria devastazione ed assassinio nel Mare Nostrum

Vincenzo P.

All’inizio degli anni 90 l’Italia è alle prese con una serie di questioni interne piuttosto complicate da gestire. Dalla fine traumatica della Prima Repubblica a suon di processi e monetine alla speculazione finanziaria costataci qualche miliardo di Lire da parte dello squalo Soros. Con l’opinione pubblica così impegnata, molti eventi avvenuti in quegli anni di notevole gravità ed importanza geopolitica, sono passati quasi inosservati all’epoca e, vengono flebilmente ricordati oggi da qualche giornalista curioso e ancora affamato di verità.

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NAVI IN FIAMME
Il primo episodio, che getta una piccola luce su tutta una serie di traffici e movimenti che stanno interessando il bacino Mediterraneo in quegli anni, è il disastro del Moby Prince, avvenuto la sera del 10 aprile 1991

Il traghetto all’alba completamente carbonizzato

La sera del 10 aprile 1991, intorno alle 22:00 il traghetto della compagnia armatrice Nav.Ar.Ma in servizio sulla tratta Livorno-Olbia ha da poco lasciato il porto della città toscana quando, nel buio della notte, urta violentemente contro un altro marittimo, la petroliera Agip Abruzzo. Durante l’impatto, la prua del Moby Prince perfora una delle cisterne della petroliera causando una fuoriuscita di greggio che, a causa delle scintille provocate dall’urto, prende fuoco innescando poi l’incendio che divora la nave durante tutta la notte. Muoiono 140 persone, tutti a bordo del traghetto. L’unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand, diverrà uno dei personaggi controversi di questa assurda vicenda che verrà poi riconosciuta come la “Ustica del mare”. Inchieste approssimative, depistaggi, falsità e ricostruzioni alquanto inverosimili hanno fatto di questo incidente, uno dei classici misteri italiani senza ancora una verità.

https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Moby_Prince

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/08/moby-prince-storia-di-poteri-forti-il-patto-anomalo-tra-compagnie-che-narcotizzo-le-inchieste-in-un-libro-i-documenti-inediti/5069726/

https://petalidiloto.com/2007/11/il-caso-di-ilaria-alpi-e-il-moby-prince.html

A questo punto è importante sottolineare e focalizzare l’attenzione su questi nomi: Shifco, il peschereccio XI Oktobar II e la cooperazione internazionale.

Dunque, arrivati qui, con un quadro della situazione decisamente chiaro sulla vicenda, propongo questo articolo ricchissimo di dettagli di Famiglia Cristiana che ha seguito questa vicenda sin dall’inizio svolgendo delle inchieste preziosissime e ricchissime di dettagli, tanto inquietanti quanto utili per comprenderla. Vorrei che si osservasse come l’Italia fosse a tutti gli effetti un centro di smistamento di armi, rifiuti e droga che usava il mediterraneo come hub logistico. Faccendieri internazionali già operativi nella vicenda Iran-Contras (resto a disposizione per chiarimenti in merito) e le controversie dei Balcani che, sempre in quel periodo, erano infiammati da una sanguinolenta guerra civile che lo stesso Miran Hrovatin aveva contribuito a documentare essendo originario di quelle zone, sono ulteriori elementi alquanto torbidi che, i loschi personaggi legati a questa storia, si portano dietro. Sottolineo, inoltre, il ruolo ambiguo dei vertici militari italiani e dei servizi di intelligence che, sottobanco trattavano proprio con i paesi della ex-Jugoslavia già dai tempi di Ustica, sfruttando sempre il Mediterraneo, per consentire ai Mig libici (caccia di fabbricazione sovietica) di attraversare il mare facendo anche spola in Italia, sfruttando i coni d’ombra dei radar NATO, per raggiungere i paesi balcanici e permettere a Gheddafi di far manutenzione ai suoi aerei da guerra. Molti ufficiali dell’Aeronautica italiana, in quegli anni, una volta andati in pensione andavano a lavorare per il leader libico come consulenti per aiutare i piloti a raggiungere le basi aeree jugoslave sani e salvi. Chiedo scusa per le divagazioni, mi rendo conto della complessità dei fatti che però sono tutti inevitabilmente intrecciati tra loro; dopo il crollo della Jugoslavia, con la guerra civile che infuriava, iniziarono a circolare ingenti quantità di armi e munizioni, proprio sul pianerottolo orientale dell’Adriatico italiano. Armi e munizioni che finirono per rientrare in questo enorme traffico internazionale del quale l’Italia era uno degli attori principali. Resto a disposizione per chiarimenti anche in questo caso. L’articolo di Famiglia Cristiana:

https://www.famigliacristiana.it/articolo/il-moby-prince-e-quelle-navi-di-armi-americane.aspx

Presupponendo uno studio di questo dossier inevitabilmente spalmato nel tempo a causa della sua complessità, inserisco ulteriori documenti video a testimonianza della tragedia consumatasi quella notte e portatori di ulteriori elementi utili.

https://telegra.ph/embed/youtube?url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DucFdXIOVk7g

Uno speciale di Andrea Purgatori


Le comunicazioni radio di quella serata tra il porto e le imbarcazioni coinvolte

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L’OMICIDIO ROSTAGNO
Un giornalista e sociologo amante della cultura orientale fonda una comunità di recupero per tossicodipendenti in Sicilia e, come molti in quegli anni, muore in maniera violenta ed inspiegabile.

Mauro Rostagno.

Rostagno nasce a Torino nel 1942 in una famiglia di umili origini. E’ un uomo curioso e brillante che, come molti giovani in quegli anni, si unisce ai movimenti studenteschi del’68 e viaggia tra la Francia e la Germania. Spinto da una forte passione politica è tra i fondatori del movimento Lotta Continua; frequenta l’università a Trento dove anima la protesta studentesca vicina ai movimenti della sinistra estrema e armata. Qui conosce anche il brigatista Renato Curcio.

Le successive vicende della sua vita lo porteranno ad aprire una comunità di recupero per tossicodipendenti a Lenzi, in provincia di Trapani, chiamata Saman. A collaborare con lui, la seconda moglie Francesca Roveri e il controverso personaggio Francesco Cardella.

In Sicilia, Rostagno intensifica la sua attività di giornalista, fonda una emittente locale attraverso la quale intraprende una intensa campagna di denuncia contro la mafia. Viene assassinato la sera del 26 settembre del 1988 in un vero e proprio agguato, mentre tornava alla sua comunità.

L’auto di Rostagno dopo l’agguato mortale

https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Rostagno

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/05/alpi-hrovatin-lombra-del-depistaggio-e-quel-filo-che-lega-lagguato-di-mogadiscio-al-caso-rostagno-dal-traffico-darmi-a-gladio/5496731/

Fermo qui la pubblicazione di articoli inerenti la vicenda Rostagno, l’ultimo lo reputo oltremodo ricco di dettagli molto chiari in merito alla sua uccisione. Mi preme tuttavia sottolineare alcuni aspetti a mio avviso importantissimi: Il giornalista viene assassinato nel 1988, tre anni prima della strage del Moby Prince e ben sei prima della morte della Alpi. La sua attività, peraltro, andava avanti già da diverso tempo per cui, sorge spontanea la domanda: da quanto tempo erano in atto i traffici illeciti nel Mediterraneo tra Italia e Africa? Possiamo dunque supporre che queste attività erano in essere già dagli anni ’80?

Un altro aspetto importante che viene fuori proprio da questo omicidio e la collaborazione stretta tra Mafia, apparati deviati delle istituzioni e mondo dell’imprenditoria. Ancora una volta, se mai ce ne fosse il bisogno di ricordarlo, la ragnatela vasta di rapporti tra questi mondi apparentemente slegati tra loro appare quasi naturale e fortemente consolidata.

Un’ultima ma importantissima analisi reputo importante farla per l’agente dei servizi italiani operante per la struttura segreta della NATO Gladio Stay Behind, Vincenzo Li Causi, a capo del nebuloso centro Scorpione operante proprio a Trapani, nella stessa zona dove era sorta la comunità di recupero di Rostagno. Li Causi è stato una delle vittime italiane in Somalia in quegli anni di cui nessuno parla, assassinato in un agguato molto simile a quello che hanno subito la Alpi e il suo operatore un anno dopo. Le inchieste in alcuni casi hanno evidenziato la possibilità che il militare, a conoscenza di moltissimi dettagli dei traffici illeciti che, della Sicilia facevano uno dei porti logistici più importanti, fosse diventato uno degli informatori privilegiati della giornalista della Rai e che addirittura, stesse cercando di proteggerla; anche lui non potrà mai raccontarci la sua versione dei fatti.

Vincenzo Li Causi

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MISTERI VOLANTI
Torniamo ai primi anni ’90: in Sardegna accadono strani incidenti. Anche l’isola mediterranea è una base logistica di un traffico internazionale di armi e rifiuti tossici?

A questo proposito mi permetto di allegare il link ad un dossier nel dossier. Una lettura completa, ricchissima, illuminata, precisa ed esaustiva di quanto avvenuto in Sardegna una bella sera del 2 marzo del 1994. Lascio parlare questo blogger che con dovizia di particolari riesce a raccontare di una vicenda oscura, labirintica e, soprattutto, sconosciuta.

http://www.noncicredo.org/index.php/le-storie/41-che-fine-ha-fatto-volpe-132

Mi permetto solo di fare un piccolo appunto temporale: in questo piccolo dossier c’è un errore rispetto alla data dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: i due vengono assassinati il 20 marzo del 1994, non il 27. L’abbattimento del Volpe 132 avviene esattamente 18 giorni prima. Una vicinanza temporale quantomeno curiosa.

Mi permetto anche di riprendere uno degli ultimi passi del racconto per provare ad esternare una mia visione d’insieme dei fatti: a volte la verità legata ad alcune vicende, non è l’unica verità. Nel cercare di svelare i fatti che si nascondono dietro alcuni episodi, se ne possono scoprire di altri ancor più sorprendenti che sono in grado di farci apparire la verità che inseguivamo inizialmente, un piccolo aneddoto di vita quotidiana. I missili utilizzati per l’abbattimento del Volpe 132, con tutta probabilità, sono dei missili “Stinger” (in inglese, urticante). Sono missili antiaerei a guida di infrarossi (inseguono il calore rilasciato dal motore dei velivoli) lanciati da tubolari a spalla, di fabbricazione americana. Sono diventati famosi durante la guerra di liberazione afghana dei mujaheddin contro le truppe sovietiche negli anni ’80 in quanto vennero donati in massa dalla CIA ai combattenti per fare piazza pulita dei temibili elicotteri da combattimento russi Hind (Mil-Mi 24 il nome russo). In effetti queste armi leggere e semplici da maneggiare, riuscirono ad abbattere un gran numero di elicotteri costringendo i russi a montare dei sistemi di raffreddamento aggiuntivi sugli scarichi dei motori per rendere più difficile il compito dei sensori di calore dei missili. Sistemi di difesa che, l’Agusta della Guardia di Finanza, non possedeva non essendo un elicottero progettato per missioni di combattimento. Perché questa digressione tecnica? Perché una delle armi principali che viene associata ai ribelli e ai terroristi di tutto il mondo, oltre all’intramontabile Ak-47, è il famoso Rpg-7, un lancia granate a spalla di fabbricazione russa che non ha nulla di particolarmente complesso, il sistema di puntamento è un semplice mirino meccanico e i proietti sparati non hanno nessuna guida elettronica. Questa era una delle armi con tutta probabilità più in voga nei traffici che coinvolgevano il Mediterraneo all’epoca dei fatti. Durante la guerra in Somalia che ha portato all’intervento militare ONU e NATO dal 1992 al 1994, non sono mai stati utilizzati lanciarazzi Stinger per colpire i velivoli delle truppe occidentali, le mie ricerche non hanno mai portato alla luce la presenza di questo sistema d’arma tra le truppe di Aidid. Truppe che, al contrario, disponevano di ingenti numeri di lanciagranate Rpg-7, con i quali hanno anche abbattuto alcuni elicotteri americani. (battaglia di Mogadiscio 3-4 ottobre 1993, consiglio la visione del film Black hawk down). Sorge dunque un dubbio: quei missili Stinger, quelli che hanno abbattuto l’elicottero e che, presumibilmente, erano a bordo del Lucina, a chi erano destinati? Per quale scopo?

Un elicottero della Guardia di Finanza Agusta A109-A Mk.II Hirundo identico al Volpe 132
I due piloti morti nell’abbattimento: il brigadiere Fabrizio Sedda, 28 e il maresciallo Gianfranco Deriu, 41. Entrambi sardi
Il lanciamissili a spalla antiaereo Stinger
Il lanciarazzi controcarro Rpg-7

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Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e le navi a perdere
Una giovane giornalista affamata di verità e il suo cameraman vengono assassinati in Somalia. E molte navi vengono inghiottite dal Mediterraneo.

20 aprile 1994. Il giorno precedente, la Camorra, ha assassinato don Giuseppe Diana, impegnato in prima linea nello strappare i ragazzi dalle fauci della criminalità organizzata. In Africa orientale, in Somalia, i militari italiani della missione Ibis a guida NATO si stanno organizzando per il ritorno in patria; la missione militare internazionale iniziata nel 1992 e capeggiata da ONU e USA, denominata “Restore Hope” , la speranza non è proprio riuscita a ripristinarla e ne viene decretata la fine per fallimento. Una figuraccia. Anche dal punto di vista militare; eserciti ben addestrati e armati con le più moderne tecnologie non sono riusciti a catturare il signore della guerra Aidid e non sono riusciti a rafforzare l’egemonia del suo rivale, il generale Ali Mahdi. Il Paese è sempre più senza alcun controllo e nelle mani delle bande armate che si fanno la guerra, uccidono senza pietà e, spartendosi gli aiuti alimentari internazionali, lasciano morire di fame la popolazione civile. Ma non si tratta solo di questo, c’è dell’altro. E una giovane giornalista di Rai 3 molto curiosa e attenta, ha deciso di volare a Mogadiscio come inviata per il telegiornale grazie alla sua conoscenza dell’arabo. Ma non è lì solo per fare l’inviata dal fronte, è lì perché ha scoperto qualcosa di molto interessante e vuole seguire la sua pista fino in fondo anche perché le sue informazioni hanno portato alla luce un qualcosa di davvero grosso, qualcosa che potrebbe creare scompiglio in Italia e nel mondo.

Un documento originale dell’ultima intervista di Ilaria, al sultano di Bosaso. Documento prezioso nel quale è possibile notare il cambio di toni e il nervosismo quando la giornalista incalza con domande specifiche l’intervistato. Probabilmente, questa è l’intervista che è costata la vita ai due giornalisti.

A questo punto, avendo arricchito il dossier con questi impostanti documenti, mi permetto di fare un piccolo focus sulla questione navi. La Somalia è una ex colonia italiana e, come tutte le colonie, è rimasta molto legata al nostro paese anche nel momento in cui quest’ultimo si è ufficialmente svincolato. Di fatto, in quegli anni, la nazione africana, era un protettorato italiano nel quale i nostri politici, le nostre associazioni criminali e i nostri imprenditori facevano affari d’oro, di fango (radioattivo), e di sangue. Il grosso del denaro lo metteva sul piatto lo stato italiano attraverso i fondi per la cooperazione internazionale che, almeno in apparenza, avevano lo scopo di aiutare le ex-colonie a svincolarsi definitivamente dai paesi colonizzatori e mettersi alle spalle povertà e miseria. Di buone intenzioni però, sono lastricate le vie dell’inferno, infatti dei miliardi che l’Italia utilizzava per alimentare il fondo, i cittadini africani ne vedevano una piccolissima quantità. Nel caso somalo, molti di questi soldi sono stati con tutta probabilità spesi per acquistare una flotta di pescherecci d’altura che dovevano aiutare i pescatori somali ad intraprendere la loro attività in autonomia e con mezzi più efficienti e che invece, sarebbero stati utilizzati come mezzi di trasporto di armi e rifiuti tossici in giro per il Mediterraneo. Uno di questi pescherecci pare fosse proprio il XXI Oktobar II, proprio quello che si trovava nel porto di Livorno la notte del disastro Moby Prince. Spunta sovente il nome della Shifco, la compagnia che avrebbe dovuto coordinare le attività dei pescherecci, il nome del faccendiere Giorgio Comerio, noto per i suoi bizzarri progetti di interramento dei rifiuti nucleari nei fondali marini con dei siluri perforanti, il quale custodiva il certificato di morte originale di Ilaria in casa sua, in una cartellina. Spuntano le strane rotte dei pescherecci, spuntano nomi, contatti, porti e strade costruiti da imprenditori italiani legati a strani ambienti con lo scopo di interrare rifiuti radioattivi e sanitari; il tutto in cambio di armi per vincere una guerra. Ma la presenza in questa storia di personaggi come Comerio, dei servizi segreti, della criminalità organizzata e delle alte sfere politiche ci porta a pensare che il fenomeno non fosse solo circoscritto alla Somalia. In quegli anni, le navi, tante navi, erano uno strumento molto utilizzato in questi loschi traffici: si acquistavano, passavano di mano, vagavano per il Mediterraneo seguendo strane rotte e, purtroppo, affondavano. Certo, qualcuno potrà obiettare che a molte navi capita di affondare, può succedere in mare. Ma in quegli anni, alcune navi affondavano in maniera alquanto strana e a ritmi piuttosto serrati e, cosa ancor più sconcertante, affondavano a pieno carico. Anche questa è una storia di sangue, misteri, morti sospette, depistaggi e di una verità che forse non verrà mai alla luce se non a piccole dosi edulcorate

Curiosamente, ne ha parlato anche fanpage
Perché inquinare solo la Somalia quando c’è tutto il Mediterraneo a disposizione?

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Negli ultimi tempi, abbiamo assistito al proliferare del fenomeno della pirateria somala. I pirati, a bordo dei loro barchini, assaltano le navi mercantili che transitano nella zona marittima di competenza somala ed in particolare nella zona del Golfo di Aden, passaggio obbligatorio per tutte le navi che hanno necessità di entrare nell’oceano Indiano. Il fenomeno ha interessato molto la comunità internazionale, sono state realizzate inchieste giornalistiche, film e sono operazioni militari su larga scala per contenere il fenomeno. E’ curioso osservare come la storia si ripeta, come il potere riesca ad invertire l’ordine dei fatti, a diluire le verità e a rivoltarle. Quelli che oggi vengono dipinti come i cattivi pirati somali che vanno a caccia di navi occidentali da assalire, sono in molti casi ex pescatori che, a causa dei rifiuti tossici seppelliti nei loro porti e nel loro mare, non solo hanno assistito ad un terribile aumento di malattie gravi e malformazioni neonatali tra la loro gente, ma hanno visto anche ridurre in maniera significativa la quantità di pesce da poter pescare. Avvelenati, affamati e criminalizzati, manca qualcosa?

Sperando di aver fornito un quadro preciso del contesto storico, geografico e politico e scusandomi in anticipo per eventuali imprecisioni e per la complessità degli argomenti trattati chiudo questo dossier con un piccolo ricordo di Ilaria e del suo operatore Miran. Una bella ragazza, giovane e curiosa che personalmente, non reputo una eroina in quanto non ha scelto di morire per la sua causa, non era questo il suo obiettivo. Ilaria e Miran erano due persone normalissime, come tutti noi, che lavoravano seriamente e che hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte, di non stare zitti ma di fare ciò che per tutte quelle persone le quali si reputano di sani principi, dovrebbe essere la normalità: alzarsi in piedi e provare a raccontare la verità. Non è un caso, a mio parere, che Ilaria e Miran siano morti a distanza di poche ora da don Giuseppe Diana il quale, esattamente come loro, aveva deciso di seguire la sua strada, di non voltarsi per convenienza od opportunismo e di voler provare, nel suo piccolo, a costruire un percorso diverso da quello che stava percorrendo la sua comunità. Ilaria e Miran non ci sono più da 26 anni ed oggi, in questi tempi così difficili caratterizzati da menzogne e falsità, la loro mancanza pesa più che in passato. Un pensiero va anche a Luciana, la madre di Ilaria che tanto aveva sofferto per la perdita della sua unica figlia. Aveva intrapreso una lotta personale e instancabile per non far calare il silenzio sulla morte di Ilaria, aveva deciso di diventare la spina nel fianco di tutte quelle istituzioni che in maniera odiosa rimbalzavano processi, udienze e verità come fossero dei pacchi, magari anche scomodi, da sistemare in qualche modo. Una donna fragile, consumata dalla sofferenza che però ha lottato caparbiamente e con una compostezza disarmante. Un esempio, almeno pari a quello di sua figlia. Aveva detto che se ne sarebbe andata solo dopo aver ottenuto giustizia, così non è stato e forse ne siamo tutti un po’ responsabili; spero che ci perdonerà. Un pensiero va a Patrizia, la moglie di Miran e a suo figlio che oggi sarà diventato grande ma che ha perso il suo gigante buono in un’età in cui nessun figlio dovrebbe perdere il padre. Anche loro, con grandissima compostezza e dignità, hanno affrontato il dolore e la battaglia per la verità sperando che, a differenza di Luciana Alpi, un giorno la potranno finalmente ottenere. Un pensiero va alle 140 vittime del Moby Prince e ai loro cari. Dopo 28 anni, per alcuni sono solo dei nomi incisi su delle lapidi, per altri sono fantasmi mai esistiti.


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