Musica

Esistenzialismo

Mezzosangue

Nato a Roma il 23 gennaio 1991. Fin da bambino prende lezioni di musica, imparando anche a suonare pianoforte e chitarra. Si avvicina all’hip hop verso i 12-13 anni, grazie alle canzoni di Kaos e forse, anche grazie a questo, cresce a testa alta, forte nei valori.

A 17 anni, in seguito a problemi finanziari della famiglia, va via di casa, mantenendosi da solo.

Si è presentato sulla scena rap italiana con un video su YouTube, indossava un passamontagna, divenuto poi il suo simbolo di riconoscimento.

Gli fu assegnato da Esa il premio della Critica visti i consensi raggiunti.

Il suo primo lavoro è Musica Cicatrene Mixtape.

Una sua interessante intervista

[Strofa 1]

Dai so che c’hai
Te lo leggo in faccia
L’hi-fi scalcia
Mettimi la traccia e vai
Sai certe facce basta perderle di vista
Altre anche se le perdi non le scordi mai, mai
La gente parla è piena di consigli
E consiglia cose che lei stessa sbaglia
Tu trova appigli, una zattera non basta
Itaca è lontana e questo mare non si calma
Certi eventi sono un’arma
Puntàti sulla faccia della calma
Il conto del tuo karma
Adesso solo un barman può dirmi ciò che è giusto
L’unico alchimista che ferma questo trambusto
Non vedi sacrifici
Non è solo un mic check
È quello che mi vivo sotto pelle e sotto ciglia
Ho solo due amici entrambi chiamati Jack
Uno alla fine di un filo
L’altro in una bottiglia

[Interludio]

Io temo che stiamo perdendo la capacità del vivere la vita con passione, di assumerci la responsabilità di quello che siamo, la capacità di raggiungere dei risultati e di sentirci soddisfatti della vita; l’esistenzialismo viene spesso trattato come una filosofia della disperazione, ma io credo che sia esattamente l’opposto

[Strofa 2]

Oh!
Vogliamo sempre ciò che non abbiamo
È un bisogno umano
Pur di perseguirlo ci distruggiamo
Non basta dirlo per sfatarlo, come certe cose
Perdi tutto, prendi tutto
Fino all’overdose
Onerose le mie rime
Pungenti come rose
Sono il solito sospetto come Keyser Söze
Se bastasse andarmene t’avrei già detto addio
Vuoi capirmi ma non so manco capirmi io
Dio ti prenderei a cazzotti se t’avessi accanto
E in un certo senso l’ho già fatto
Ho perso il tuo contatto e non so dove l’ho messo
Ti ho chiesto chi è che vince se vinco contro me stesso
E non hai risposto
Sei scomparso nel nulla
Come tutti i figli di puttana dentro questa giungla
È l’ora che scompaia anch’io come un grande mago
Resterà solo del fumo in un grande lago

[Interludio]

È vero che al mondo siamo sei miliardi di persone e stiamo aumentando, ciò nonostante quello che fai fa la differenza, fa la differenza innanzitutto in termini materiali, fa la differenza per le altre persone e crea un precedente
Insomma io credo che da questo bisogna capire che non dobbiamo mai chiamarci fuori e pensare di essere vittime di una concomitanza di forze
Siamo sempre noi a decidere chi siamo

Mezzosangue apre la strofa con l’impianto che fa vibrare i cuori e fischiare i timpani, parte carico sulla traccia pensando a quanto è facile perdere di vista certe facce, le lasci andare, le dimentichi ed è come se non avessero mai incontrato il tuo sguardo, come se non fossero mai esistite.
Ci sono altri visi che invece si marchiano indelebili nei tuoi ricordi e anche se li perdi non te li scordi mai.
Questo passaggio può essere più plausibilmente interpretato con un’accezione positiva, se ci riferiamo alle persone che hanno significato molto per noi, quelle che ci hanno lasciato qualcosa di talmente grande che sarebbe tragico scordarne i lineamenti, lasciar dissolvere il ricordo di quei veri rapporti, mentre anche l’ultimo dettaglio va ad estinguersi.
Negativamente parlando si potrebbe riferire anche a quei volti che ti perseguitano mentre pensi che daresti qualsiasi cosa per poter dimenticare. 
Potrebbe rientrare in questa categoria la gente che crede di sapere tutto di te, sempre in prima linea a giudicare e sempre pronta a dispensare consigli che lei stessa evita di seguire.
Troviamo un bel riferimento alla vita, paragonata all’avventura di Ulisse verso la sua lontana Itaca.
Trovare un solido appiglio sarà di vitale importanza per affrontare e superare i momenti più burrascosi del nostro viaggio.
Ci serviranno valori ben consolidati e radici profonde per non essere trascinati via dalla corrente, non sarà sufficiente la superficialità di una zattera, anche se leggeri, non saranno i pensieri frivoli a tenerci a galla.
Potremmo vivere situazioni difficili, momenti che potrebbero minacciare la nostra quiete e il nostro equilibrio, forse pagheremo per qualcosa che abbiamo fatto in passato? Salderemo il conto della persona che ci siamo lasciati alle spalle? Il karma di chi eravamo. Chi può dirlo con certezza?
In alcuni momenti, come questo, per Mezzo e per tutti quelli che si rispecchiano nelle sue parole, l’unica figura autorizzata a sentenziare su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è il barman che si ha di fronte, del quale vediamo solo il busto sfuocato svettare sopra al bancone lucido.
L’unico alchimista che miscelando ad arte, in maniera sublime, è in grado di fermare per un po’ quel trambusto che non ci abbandona mai.
Dopo svariati giri, per qualche ora è pace. Hakuna Matata. Appena il tempo di iniziare a godersi la tranquillità con gli unici due amici che siamo certi non ci abbandonerebbero mai, entrambi Jack.
Uno che fa compagnia al ghiaccio nel bicchiere e rende il mondo ovattato, l’altro alla fine delle cuffie è intento a regalare note di conforto, come lui solo sa fare.
Il tutto prima che la dura realtà irrompa di nuovo rumorosa e prepotente come una raffica di vento gelido a ricordarci che non abbiamo ancora fatto rientro al porto.
Non ancora.
I versi di Mezzosangue non sono solo poesia, emozione ed empatia, sono la sua stessa vita, sono i suoi sacrifici che si riversano dentro al foglio vuoto, colmandolo.

L’interludio diviso in due parti è l’estratto di Waking Life proposto stamattina.
Per l’occasione riproponiamo e rivisitiamo una delle riflessioni del nostro Mer Curio.
Quando è stata l’ultima volta che ci siamo alzati allegri, con la voglia di uscire di casa? Quando è stata l’ultima volta che abbiamo sorriso così, senza alcun motivo apparente? Quando è stata l’ultima volta che siamo rientrati tardi, sotto quella pioggerella leggera? E nel pieno di un diluvio mentre i fulmini sembravano crepare il cielo?
Quando è stata l’ultima volta che siamo stati svegli a cantare fino al mattino dimenticando l’ora, il lavoro e l’affitto?
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo vissuto con ardente passione?
Assumendoci la responsabilità di quello che siamo davvero.
Accogliendo e accettando il rischio inscindibile da alcune delle azioni essenziali intraprese per raggiungere ciò che vogliamo davvero.
Arrivando fino in fondo, tagliando i traguardi che ci siamo prefissati ed essendo pienamente soddisfatti del risultato.
L’esistenzialismo come spinta alla crescita personale e alla comprensione strettamente individuale del vivere potrebbe essere molto più concreto di quanto immaginiamo, tutt’altro che inutile e totalmente opposto al senso di disperazione a cui invece viene associato.
Spesso ci si può sentire come gocce in un’infinita distesa d’acqua e lo sconforto nel constatare quanta poca influenza esercitiamo come singoli individui può prendere il sopravvento.
Il monologo proposto fa riflettere e dona speranza.
L’apparente inutilità legata al peso delle nostre decisioni personali crea precedenti ed esempi che, soprattutto se presi singolarmente e isolati, per quanto piccoli e insignificanti possano sembrare, finiscono per essere fatti di osmio, il metallo con la maggior massa per unità di volume e con questa densità le nostre scelte pesano molto più di quanto siamo disposti a credere.
Questo fa la differenza.
Noi possiamo fare la differenza.
Se solo la smettessimo di sentirci “vittime di una concomitanza di forze”.
Se solo la smettessimo di credere che siano gli eventi a decidere per noi.
Se solo la smettessimo di nasconderci dietro al “tanto non cambia niente”.
Perchè sempre e solo noi abbiamo l’ultima parola su chi decidiamo di essere.

La seconda strofa si apre sottolineando la tendenza all’insoddisfazione denunciata nell’interludio e facendo riferimento alla dannosità di certi comportamenti umani, parla di autodistruzione.
“Non basta dirlo per sfatarlo” non è sufficiente essere informati sui fatti, imparare a livello nozionistico, pensare di sapere o avere la presunzione di conoscere.
Si rischia comunque di superare il limite. Potrebbe anche voler mettere l’accento sull’importanza dell’esperienza diretta e sulla necessità di interiorizzare i concetti per raggiungere la piena consapevolezza.
“Perdi tutto, prendi tutto fino all’overdose”
Mezzo sembra riconoscere quanto le sue rime possano risultare impegnative e a tratti gravose perchè spesso tocca argomenti seri o tristi, sembra riconoscere che le sue parole possano essere definite pungenti perchè spesso si occupa di tematiche scomode e infine si identifica in Keyser Söze, forse sentendosi sempre giudicato colpevole come il personaggio del film “I soliti sospetti”.
Quando il livello di sopportazione è al limite accade spesso di essere travolti dalla voglia di scappare, di andarsene semplicemente via.
Probabilmente sarebbe più facile dire addio se solo servisse a risolvere i problemi e a volte condivido la sua esasperazione, a volte le persone provano a capirci, a volte siamo noi a fare il primo passo tentando di spiegare, con l’intenzione di lasciare un pezzetto di noi stessi agli altri quando in realtà siamo i primi a non comprenderci, ad avere nell’anima dei punti ciechi vasti come oceani inesplorati.  
Segue qualche verso incazzato con Dio o si tratta solo di un intercalare?
Può essere la presa di coscienza di una resa, accettare di non avere più le forze per credere ancora che a qualcuno importi dei tuoi pensieri e lasciare andare tutto, perdendo ogni contatto.
Può essere uno sfogo per non essersi mai sentito ascoltato, per non aver ancora ricevuto le risposte alle sue domande.
“Ti ho chiesto chi è che vince se vinco contro me stesso” può denotare il suo conflitto interiore, il bisogno di comprensione, la voglia di migliorarsi sempre.
In definitiva non ha molta importanza sapere con chi ce l’abbia di preciso, a chi si riferisca, visto che chiunque sia l’interessato, è sparito nel nulla, lasciandolo solo, come hanno fatto tutti in questo mondo spietato.
Lascio libera interpretazione all’ultima sua rima, un po’ perchè la trovo eloquente, un po’ perchè mi piace molto l’idea di concludere lasciando aleggiare nell’aria i suoi versi.

Attualità

Solo un pensiero. Essenza

“L’insieme storico decide in ogni mutamento dei nostri poteri, prescrive i loro limiti al nostro campo d’azione e al nostro avvenire reale; condiziona il nostro atteggiamento nei confronti del possibile e dell’impossibile, del reale e dell’immaginario, dell’essere e del dover essere, del tempo e dello spazio. E’ a partire da esso che decidiamo a nostra volta dei nostri rapporti con gli altri, cioè del senso della nostra vita e del valore della nostra morte.”
Sartre

Non è una novità, l’ambiente nel quale siamo immersi ci condiziona.
Quanto siamo lontani dalla nostra essenza?
Questa riflessione mi ha sempre fatto sentire impotente, forse perchè la scoperta dell’influenza esercitata da un costrutto che viene individuato e destrutturato viene seguita da un’altra presa di coscienza in quello che sembra essere un interminabile e meticoloso lavoro di smontaggio, pezzo per pezzo.
Con la sensazione di essere aggrappati alla punta dell’iceberg, neanche troppo saldamente e senza la possibilità di intravedere il fondo.
A quali profondità possono arrivare le nostre suggestioni? Viene da chiedersi se un’esistenza intera sia sufficiente per comprenderle tutte, viene da pensare al tempo e alla sua dilatazione, al passato che rinasce ogni volta nei ricordi e rivive in essi, facendo sfumare la nostra percezione di ciò che è finito, del presente e del futuro come elementi separati e distinti.  
La stessa riflessione di Sartre allo stesso tempo dona speranza, perchè nonostante tutto, lascia spazio all’autodeterminazione e alla possibilità di dare un senso individuale e strettamente personale alla vita e ancor più alla morte.

Forse non chiediamo di venire al mondo, forse non scegliamo in che condizioni arrivarci, magari non possiamo sempre cambiare quello che ci circonda ma siamo di certo artefici del nostro immaginario e possiamo scegliere di credere in un ideale anche se sembra scomparso dalla faccia della terra. Possiamo vivere il sogno sbirciando da tutte le prospettive possibili, possiamo invertire tutti i processi che distruggono la nostra volontà.

Abbiamo davvero smesso di sognare? Ci siamo rassegnati a sopravvivivere in un mondo che qualcun’altro ha disegnato per noi?
Subire anzichè creare. Un’esistenza che non ci appartiene.
Un vuoto che avanza e avvolge tutto e tutti. L’oscurità dilagante nella quale siamo confinati, distanziati gli uni dagli altri, oggi come non mai.
Da parecchio tempo divisi e frammentati emotivamente.
Da non molto, anche se già da troppo, separati fisicamente e socialmente. Impauriti, in un perenne stato di tensione, continuamente condizionati e manipolati.
E’ questo il presente che scegliamo di vivere? Sono le fondamenta sulle quali decidiamo di costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli?
Adattarsi ed accettare passivamente un modo di essere che ci viene descritto come l’unico possibile, come inevitabile e imprescindibile, un paradigma che viene imposto dall’alto e cala sulle nostre teste senza ammettere replica.
Questo non è inventare e progettare la realtà che scegliamo e desideriamo.
Cosa significa quindi, in definitiva, essere? Sei perchè è così che bisogna essere? Sei perchè semplicemente esisti o il tuo esserci è legato al tuo scopo, a quello per cui decidi di vivere e soprattutto a quello per cui saresti disposto a morire? Quello che fai, fa la differenza?     
Forse non abbiamo smesso di sognare volontariamente, il sogno ci è stato portato via piano piano, secondo dopo secondo, ci è stato sottratto lentamente da un’infinita sequela di futili e superficiali sciocchezze.
E’ stato davvero totalmente sostituito dal materialismo e da quella che ci piace tanto chiamare realtà? Dall’effimera e passeggera smania del superfluo?   
Inutile cercare un unico colpevole, tra l’infinità di condizionamenti indotti e autoindotti.
E’ tempo di ricominciare a inseguire ciò che sentiamo vero, anche a costo di sembrare illusi idealisti in cerca di qualcosa che è andato perso nel tempo, qualcosa che forse non c’è mai stato, ma che importa? Sarà, domani.
Noncuranti di ciò che chiunque potrebbe pensare e senza il timore di essere. E’ tempo di ricominciare a sognare.

Just Me ~Lely~