Attualità

IL VACCINO DELLA FELICITÀ

PRESENTAZIONE DELL’AUTRICE

Mi chiamo Patrizia Pecollo, lavoro come medico omeopata libero professionista.
Scelgo di diventare medico nel 1977, affascinata dal modello del medico condotto di montagna, dove sono nata, che conosceva la storia delle persone e delle famiglie da generazioni.
Quando nel 1985 ho inizio a fare le sostituzioni ai colleghi medici di base mi accorgo di avere a mia disposizione pochissimo tempo da dedicare alla raccolta della storia di ciascun paziente; la sala d’attesa dell’ambulatorio rumoreggia di pazienti impazienti che attendono che firmi loro una prescrizione, una ricetta, come se io fossi la commessa di uno spaccio aziendale di farmaci ed esami.
Le storie dei pazienti sono molto simili tra loro, più o meno come la seguente: “Buongiorno dottoressa, soffro di mal di testa dall’età di 15 anni, ho preso tanti antidolorifici che mi è venuta la gastrite, così ho preso farmaci per la gastrite, saranno quelli o no, non lo so, dopo mi son venuti problemi di fegato, ho preso farmaci per il fegato che mi hanno fatto venire la pressione alta”.
-“E il mal di testa?”
-“Quello ce l’ho sempre! Prendo una medicina per il dolore e una per lo stomaco a ogni attacco, circa una, due volte alla settimana, e un’altra, anzi due, per la pressione alta tutti i giorni”.
Oltre a ciò mi rendo conto che spesso, pur con tutta la buona volontà, non possiedo strumenti per alleviare malesseri e sofferenze delle persone che si rivolgono a me.
Percepisco il disagio esistenziale e relazionale di ciascuno ma non possiedo
conoscenze sufficienti, né farmaci adeguati, né parole idonee, a lenirlo.
Così mi dedico allo studio di varie discipline alternative: fitoterapia, essenze, alimentazione, macrobiotica, ma alla fine mi rendo conto che il focus è sempre sull”oggetto paziente’ e nulla sul contorno, ambiente di vita e le relazioni. Finalmente nel 1988 incontro una medicina che cura la persona nel suo insieme, con pochi farmaci e privi di effetti collaterali, la medicina Omeopatica, terapia delle relazioni (da re-ligo: lego insieme), il cui focus sono le connessioni senza perdere di vista l’individuo.
Frequento la Fondazione Omeopatica Italiana di Napoli diretta dal dottor Nicola Del Giudice, Endocrinologo e Omeopata, fondata insieme al fratello Emilio Del Giudice, Fisico, presso la quale ottengo il Diploma Quinquennale di ‘Terapeuta Unico’ che significa ‘terapeuta che cura il paziente nella sua totalità psico-fisico- emozionale’ dando centralità alla dinamica relazionale grazie all’ascolto.
Contemporaneamente con l’omeopatia vado risolvendo i vari problemi di salute che mi affliggono fin dall’infanzia.
L’altro aspetto fondamentale che perseguo è la cooperazione: fra terapeuti che comunicano tra loro con lo stesso linguaggio, quello dell’omeopatia, e fra esseri umani appartenenti ad un’unica specie che può evolvere soltanto se unita da un sentimento di appartenenza, sia al suo interno, sia con la natura, sia con l’universo intero di cui fa parte.
Questo grazie all’ottica sistemica sviluppata della fisica applicata ai sistemi viventi che propone un modello di funzionamento dell’essere umano più profondo e globale rispetto alle varie discipline considerate singolarmente.
Dal ’93 inizio il lavoro a tempo pieno come libero professionista.
Posso definite il mio compito come quello dell’interprete simultaneo: traduco il linguaggio dei sintomi del corpo in linguaggio emotivo-relazionale (linguaggio antico e dimenticato), in modo che la persona diventi responsabile della cura di sé.
Ad esempio: davanti a una persona con problemi di stomaco, dalla difficoltà
digestiva, all’acidità, all’ulcera al cancro, ci si pone la domanda: che cosa
significano? Che cosa ci sta comunicando il corpo? Quale situazione non riesce a digerire il paziente? Da quanto tempo? Che cosa si può fare per migliorare la situazione?

Il rimedio omeopatico aiuta la persona a modulare i livelli emotivi per giungere ad una elaborazione del conflitto alla base del sintomo, migliorandolo, fino alla soluzione-guarigione.
Ma se il paziente dice: “Il medico sei tu e questo è il mio corpo, guariscilo tu che sei un esperto, io non me ne voglio occupare!” oppure “Voglio stare bene senza cambiare nulla, voglio tornare come prima” la relazione di cura non si instaura, la relazione è uno scambio a due.
Ma quando il paziente impara poco a poco a entrare in connessione con se stesso, a prendersi cura di sé sotto la mia guida, allora possono avvenire anche “miracoli” e l’evoluzione umana riprende la sua direzione.
Il medico si prende cura del paziente ma è il paziente che guarisce.

VIRUS, BATTERI, FUNGHI E PARASSITI

Il nostro organismo è composto più da batteri, virus, funghi e qualche
parassita passeggero, che cellule: 50 mila miliardi contro 30 mila miliardi.

o Se potessimo creare un ambiente totalmente asettico moriremmo in poco
tempo perché tra i batteri che popolano il nostro intestino, ad esempio,
alcuni sono fondamentali per la produzione della vitamina K che ha un’azione anticolagulante.
La superficie del corpo che ospita questi microrganismi si aggira sui 2
mq per la pelle che riveste l’esterno del corpo, e 32 mq per le mucose
che rivestono l’apparato digerente, senza considerare l’apparato
respiratorio, urinario e genitale, di cui non ho trovato la stima dell’estensione.
Come può dunque un batterio o un virus, al di fuori di quei 50 mila
miliardi (di saprofiti) che ospitiamo, essere letale?

Quando si manifesta un’epidemia di influenza, vediamo reazioni diverse
all’interno dei componenti della stessa famiglia: qualcuno non si ammala,
qualcuno si ammala in maniera leggera e guarisce in pochi giorni, qualcun altro si ammala in maniera più grave manifestando complicazioni di qualche tipo come bronchiti, sinusiti ecc., qualcuno muore. Come mai? Eppure l’agente patogeno, che sia un virus o un batterio è sempre lo stesso!
Quando ero bambina, se qualche compagno di scuola faceva una
malattia infantile come il morbillo, la rosolia, la varicella, gli orecchioni,
chi stava bene veniva portato a trovare il compagno ammalato affinché
si prendesse la malattia. Era un modo per immunizzarsi, ma nonostante
ciò, spesso accadeva che persino all’interno della stessa famiglia
qualcuno non si ammalasse. Ad esempio pur avendo contratto la parotite
da piccola l’ho ripetuta a 36 anni insieme alla mia figlia secondogenita,
subito seguita dalla terzogenita mentre la primogenita è rimasta indenne.
Siccome l’organismo vivente è un sistema complesso è necessario prendere in considerazione diversi fattori, tra i quali quello cosiddetto di terreno.

Iniziamo dalla piante: come mai alcune malattie delle piante in certe aree
risultano devastanti mentre in altre coesistono con esse?

“Questa problematica è dovuta alla localizzazione geografica della pianta e
del relativo parassita. Se entrambi sono autoctoni, cioè si sono evoluti sia l’uno che l’altro nella stessa zona geografica, normalmente si stabilisce un equilibrio tra organismi.
Esempi: un tormento dei nostri castagneti, a parte le altre note malattie
endemiche, è per esempio il Cinipide (insetto imenottero importato dalla
Cina), o il Punteruolo Rosso della palma (coleottero curculionide)
importato dall’Asia, ecc.” (Luigi Colosimo, dott. Agronomo, biodinamico)
o Per le piante dunque il concetto di terreno comprende: il livello chimico che consiste degli elementi nutritivi di terra, aria, acqua, temperatura e umidità; il livello elettromagnetico determinato dal campo magnetico
terrestre (rete di Hartman) combinato con le frequenze provenienti
dalla ionosfera (frequenze di Shumann), i raggi solari, la luce,
insieme ai dispositivi costruiti dall’uomo.
Anche per le piante, parassiti, virus, funghi e batteri rappresentano
la componente più direttamente o indirettamente visibile,
riconducibile a malattia.
Per gli esseri umani, chiamiamo questi fattori relazioni ( da re-ligo: lego tra) ovvero tutto ciò che connette che lega l’individuo all’ambiente esterno, da quello più vicino a lui, famiglia, parentela, amicizia, paese; fino a quello più
lontano, nazione, stato, periodo storico, cultura ecc; insieme all’ambiente
interno ovvero la connessione dell’individuo con il suo corpo e il suo mondo
interiore: emozioni, sentimenti, bisogni, aspettative, immaginazione, ecc.
L’essere umano poi ha la facoltà di interiorizzare l’ambiente esterno, di
memorizzarlo, di confrontarlo integrandolo o vivendolo in conflitto con
quello esterno, e portarlo sempre con sé.
Grazie alla sua capacità di elaborazione/digestione può in parte
modificare l’ambiente esterno, adattandolo alle sue esigenze; e in parte
modificare se stesso adattandosi all’ambiente.
In ogni caso l’ambiente di vita modella l’individuo, lascia dei solchi, dei
segni sia interiori sia visibili all’esterno; sia a livello di corporeità e gesti,
sia di mente, pensieri, convinzioni, credenze. L’ambiente esterno dà forma all’individuo, nel bambino piccolo come
onde emotivo/affettive, poi come parola che, con il tempo e la
ripetizione, diventa struttura (‘il logo si fece carne’) ovvero connessione,
sia tra le cellule, i neuroni, sia tra gli eventi, trasformandoli in significati
(legame tra evento- emozione – elaborazione – memoria). Ciò avviene sia
a livello corporeo sia a livello cerebrale. Il cervello in ogni caso è un5
elemento del corpo, che grazie alla sua superspecializzazione,
assume il ruolo di direttore d’orchestra.


Il direttore d’orchestra quindi fa parte dell’orchestra e ha il ruolo di creare unità tra gli strumentisti dando loro i segnali di attacco, di ritmo, di espressione. La sinfonia da eseguire verrà scelta nella cooperazione tra individuo (nella sua totalità) e ambiente, in base a quelle già esistenti. Perché sia eseguita con soddisfazione per tutti è necessario che ci sia accordo tra direttore e musicisti.
Ogni musicista impara la sua parte, poi ci saranno le prove a piccoli gruppi e infine l’esecuzione davanti al pubblico.
Può accadere che durante il concerto uno dei musicisti si distragga per
qualche motivo e perda il ritmo, oppure sbagli la nota, o ancora che
stoni. Il direttore continua a dirigere, gli altri orchestrali a suonare la loro
parte, mantenendo l’insieme, cosicché la stonatura viene assorbita e
passa inosservata, oppure, se essa è più forte o prolungata, può turbare
l’armonia per un momento creando con il disagio una sorta di ‘risveglio’.
Un richiamo all’attenzione di chi tra il pubblico si stava assopendo
cullato dalla melodia, oppure di chi tra i musicisti si stava annoiando per
la ripetizione del pezzo.
Spesso il disturbo della stonatura apre la possibilità di novità, di
creatività, di cambiamento nell’esecuzione della sinfonia.
Altre volte la turbolenza, soprattutto se è molto intensa o prolungata può
insinuarsi inducendo tutti a seguirla, a partire dal direttore d’orchestra
che modifica il ritmo. Anche in questo caso può essere una variazione
interessante che, opportunamente elaborata, può aprire la possibilità di
una nuova composizione musicale stimolando la creatività di tutti.
Altre volte invece il rumore è talmente intenso e disturbante da creare
prima confusione poi stravolgimento della melodia mentre il direttore
d’orchestra perde completamente il ritmo d’insieme.
Questa è una metafora del nostro sistema immunitario, che coincide con
l’identità individuale: il direttore d’orchestra è il cervello, i gruppi di strumenti sono gli apparati del nostro organismo, i musicisti gli organi, i rumori dell’ambiente sono gli eventi della vita.
Quando riusciamo a esprimere la nostra personale sinfonia, il che accade
per la maggior parte della vita, ci troviamo nello stato di salute; che è
una situazione sempre fluttuante, pulsante in maniera coerente pur se
continuamente mutevole, si adatta alle vicende della vita e degli
ambienti con piccole modifiche mantenendo la sincronia fra le parti,
come ballerini in un balletto.
Gli imprevisti possono essere stimolanti, risvegliare l’attenzione, riportarci
alla consapevolezza del qui e ora, rinforzando la coesione dell’insieme,
dell’identità individuale, dopo un breve momento di scompiglio.
Le turbolenze durevoli, così come i traumi, possono lasciare un segno
che stimola la creatività in vista di un adattamento che può rinforzare o
indebolire la coerenza dell’insieme, in questo abbiamo una possibilità di scelta consapevole, se siamo attenti ai segnali anche minimi che riceviamo dal corpo, il quale è sempre sincero.
Le turbolenze di breve durata sono le malattie acute, mentre quelle di
lunga durata sono quelle che la medicina ufficiale definisce croniche
cioè inguaribili, mentre le medicine energetiche, come omeopatia e
agopuntura, definiscono di terreno o costituzionali, nel senso che
entrano a fare parte dell’identità dell’individuo come storia personale.
Penso che i farmaci compresi i vaccini di qualunque tipo si inseriscano in
questo contesto come una turbolenza tra le tante.
Dopo aver letto diversi documenti sul nuovo vaccino a mRNA anti-
covid19, scritti e pubblicati sia da chi lo promuove sia da chi ne
sottolinea i pericoli, dopo aver analizzato il bugiardino inviato alle ASL,
dopo essermi confrontata con esperti che lavorano nel campo delle
biotecnologie, la conclusione che ho tratto non è diversa dalle premesse,
e cioè che questo nuovo farmaco rappresenta per il nostro organismo una
turbolenza tra le tante. Certamente uno stimolo nuovo, non ancora subìto
dall’organismo umano, non ancora osservato né sperimentato nel lungo
periodo e in un numero adeguato di volontari, in base a cui sia possibile
trarre conclusioni riguardo alla sua efficacia e sicurezza.
La reazione alla sostanza dipende come sempre dall’insieme della
situazione individuale nel momento in cui l’organismo riceve la
turbolenza-vaccino.
Le medicine energetiche: omeopatia, agopuntura, ionorisonanza,
reflessologia ecc. e tutte le terapie che hanno come scopo quello di
consolidare la coerenza individuale sono utili nell’affrontare le varie
turbolenze della vita.


CONSIDERAZIONI FINALI
Mi piacerebbe terminare questa breve disamina rassicurando voi e me con la prescrizione di una pillola magica, una formula riparatrice, una panacea per ogni male.
Ma non esiste, e, se esiste, non la possiedo.
Noi apparteniamo alla specie umana, la specie umana fa parte della vita e la vita è complessità.
La vita vuole esprimere se stessa in tutte le sue potenzialità e per farlo si adatta ai cambiamenti collettivi, qualsiasi essi siano, mantenendo le peculiarità individuali.
Questo non è facile né si realizza una volta per tutte ma è un processo costante.
Come funamboli siamo sempre in procinto di cadere rovinosamente al suolo mentre procediamo con attenzione, oscillando, per adattarci al movimento della fune sotto i nostri piedi, mossa dal loro stesso passo.
Ciò che conta non è evitare i conflitti, né farsene travolgere, bensì risolverli
creativamente con finalità costruttiva, conservando l’umano.
In che cosa consista l’essenza dell’umano, ingrediente segreto di ogni animo, è ricerca quotidiana dentro e fuori di noi.
Come mi ha detto un amico:”Il periodo che stiamo attraversando non finirà tanto presto, anzi sarà lungo; ma se pensiamo con la nostra testa e sentiamo con la totalità di noi stessi sarà un periodo in cui vivremo davvero, non ci lasceremo vivere” (Martino Ermacora, dott. Veterinario e biotecnologo).
Vorrei sottolineare che, secondo me, l’elemento fondamentale per vivere davvero è la progettualità condivisa. Cioè una progettualità che soddisfi tutti e tre i livelli, mentale, fisico, emozionale, in una collettività all’interno della quale si coopera in una direzione comune.
In questo modo una collettività può acquisire una identità propria, una coerenza, che le permette di esistere come un tutt’uno, in cui ogni individuo fa la sua parte con soddisfazione e per il benessere collettivo; una collettività in cui i conflitti vengono affrontati e risolti rispettando le esigenze sia del singolo sia del gruppo.
Proposta: non lasciamo che l’attenzione alle regole che ci vengono imposte riempia il nostro orizzonte. Non permettiamo che la modalità conflittuale del muro contro muro, della competizione in cui ‘io sono meglio di te’ prenda il sopravvento, sia nell’ambito delle relazioni individuali sia collettive.
Pur seguendole con la coda dell’occhio, teniamo lo sguardo davanti a noi, cercando modelli teorici e pratici di una nuova realtà da costruire insieme giorno dopo giorno.

Storia

Ricordiamo il matematico Ennio De Giorgi (1928 – 1996)

Ennio De Giorgi è stato uno dei più grandi matematici del XX secolo. Nacque a Lecce l’8 febbraio 1928. Nel 1946, dopo la maturità classica, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria di Roma, ma l’anno successivo passò a matematica, laureandosi nel 1950 con Mauro Picone. Subito dopo divenne borsista presso l’IAC a Roma, e, nel 1951, assistente di Picone all’Istituto Castelnuovo. Nel 1958 vinse la cattedra di analisi matematica bandita dall’Università di Messina, dove prese servizio in dicembre. Nell’autunno del 1959, su proposta di Alessandro Faedo, venne chiamato alla Scuola Normale di Pisa, dove ha ricoperto per quasi quarant’anni la cattedra di analisi matematica, algebrica ed infinitesimale. Nel settembre del 1996 fu ricoverato all’ospedale di Pisa. Dopo aver subito vari interventi chirurgici, si spense il 25 ottobre dello stesso anno. Nel corso della sua lunga carriera ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti accademici. Ricordiamo in particolare il Premio Caccioppoli nel 1960, appena istituito, e il prestigioso premio Wolf nel 1990. Nel 1983, nel corso di una solenne cerimonia alla Sorbona, fu insignito della Laurea ad honorem in Matematica dell’Università di Parigi. Fu socio delle più importanti istituzioni scientifiche, in particolare dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia Pontificia, dove svolse fino all’ultimo un ruolo molto attivo.

De Giorgi è stato un grande e per certi versi insuperabile matematico sotto tutti i punti di vista: come risolutore di problemi, come inventore di teorie, come creatore di una “scuola” comprendente diverse generazioni di allievi e collaboratori, ora sparsi in diverse università italiane e nel mondo. Ha dato un grande slancio alla scuola matematica pisana, nella grande tradizione di Dini e Tonelli.

E’ difficile, se non impossibile, sintetizzare in poche righe i suoi fondamentali contributi, e rinviamo al necrologio apparso sul Bollettino dell’Unione Matematica Italiana e alla prefazione dell’opera “Ennio De Giorgi selecta”, pubblicata da Springer nel 2005, per una descrizione piu’ esauriente. De Giorgi è certamente noto in tutto il mondo per aver fornito nel 1957 il tassello mancante alla risoluzione completa del XIX problema di Hilbert, precedendo di un anno John Nash. Al di là del risultato, le tecniche da lui introdotte per risolvere questo problema sono al giorno d’oggi uno strumento fondamentale di lavoro nella teoria delle equazioni alle derivate parziali. Ma già prima di questo lavoro, che lo impose all’attenzione del grande pubblico, De Giorgi fondò in un’impressionante serie di lavori la moderna teoria geometrica della misura e delle superfici minime. Questo programma, in qualche modo già delineato ma tecnicamente non realizzato da Caccioppoli, porta a un rovesciamento di prospettiva e ad un abbandono quasi totale, nello studio del problema, di considerazioni topologiche, a favore un uso molto piu’ sofisticato di tecniche di teoria della misura. In una serie di lavori, culminante in una collaborazione con Bombieri e Giusti, De Giorgi risolve completamente il problema di Bernstein riguardanti soluzioni intere dell’equazione delle superfici minime, mostrando l’esistenza di soluzioni non banali da 8 dimensioni spaziali in su. Al tempo stesso, nello spazio Euclideo di dimensione 8, viene esibito il primo esempio di ipersuperficie minima con singolarità, il cosiddetto cono di Simons. Nel 1960 la serie di lavori sulla teoria delle superfici minime culmina nella pubblicazione del teorema di regolarità: ancora una volta, i metodi da lui introdotti per risolvere hanno una tale profondità e naturalità da imporsi anche in molti altri contesti, ad esempio in problemi di tipo evolutivo o nello studio delle singolarità di mappe tra varietà. Negli anni ‘70 De Giorgi sviluppa la Gamma-convergenza, una teoria disegnata per descrivere successioni di problemi di calcolo delle variazioni, i limiti delle loro soluzioni, il problema variazionale limite. Questa teoria riprende e interpreta in un contesto variazionale la teoria della G-convergenza, sviluppata da Spagnolo negli anni ‘60. Questi sono gli anni di massima espansione della “scuola” di De Giorgi e la teoria viene sviluppata in innumerevoli direzioni. Al giorno d’oggi, per il suo carattere fondamentale, la Gamma-convergenza è uno strumento di uso comune, e ormai noto anche in ambito applicativo, nella descrizione di transizioni di fase, perturbazioni singolari, elasticità non lineare. A partire dalla metà degli anni ‘70, stimolato dalle problematiche e dalle difficoltà emerse nelle sue esperienze di insegnamento di base presso l’Università dell’Asmara, Ennio De Giorgi decise di trasformare uno dei suoi tradizionali corsi presso la Scuola Normale in un seminario in cui discutere ed approfondire tematiche fondazionali insieme a studenti e ricercatori interessati, non necessariamente specialisti di logica. Inizialmente si proponeva soltanto di trovare una formulazione dei consueti fondamenti insiemistici, atta a fornire una base assiomatica chiara e naturale su cui innestare i concetti fondamentali dell’analisi matematica. Dal punto di vista metodologico, De Giorgi seguiva il tradizionale metodo assiomatico contenutistico usato nella matematica classica, cercando gli assiomi fra le proprietà più rilevanti degli oggetti presi in considerazione, ben sapendo che gli assiomi prescelti non possono comunque esaurire tutte le proprietà degli oggetti considerati; la sua presentazione era rigorosa, ma non legata ad alcun formalismo, anche se apprezzava la possibilità di fornire formalizzazioni da confrontare con le correnti teorie fondazionali di tipo formale. Gradualmente le sue riflessioni e le discussioni dentro e fuori del seminario portarono De Giorgi ad elaborare e proporre teorie sempre più generali: nel suo approccio ai fondamenti era essenziale individuare ed analizzare alcuni concetti da prendere come fondamentali, senza però dimenticare che l’infinita varietà del reale non si può mai cogliere completamente, in accordo con l’ammonimento “ci sono più cose fra cielo e terra di quante ne sogni la tua filosofia” che l’Amleto di Shakespeare dà ad Orazio, e che De Giorgi aveva eletto a sintesi della propria posizione filosofica.

Le caratteristiche essenziali delle sue teorie possono essere sintetizzate in quattro punti:

  • non riduzionismo: ogni teoria considera molte specie di oggetti, collegate ma non riducibili l’una all’altra;
  • apertura: si deve sempre lasciare aperto lo spazio per introdurre liberamente e naturalmente in ogni teoria nuove specie di oggetti con le loro proprietà;
  • autodescrizione: le più importanti proprietà, relazioni ed operazioni che coinvolgono gli oggetti studiati dalla teoria, così come le asserzioni ed i predicati che vi si formulano, debbono essere a loro volta oggetti della teoria;
  • assiomatizzazione semi-formale: la teoria viene esposta utilizzando il metodo assiomatico della matematica tradizionale.

Sul piano più eminentemente tecnico, il cosiddetto “Principio di Libera Costruzione” è il contributo più importante dato da De Giorgi alla Logica Matematica. La generalità e la naturalezza della formulazione del principio, analizzato a fondo in un lavoro di Forti e Honsell, hanno permesso analisi più approfondite e la determinazione di “assiomi di antifondazione” che sono ora considerati i più appropriati per le applicazioni della teoria degli insiemi alla semantica e all’informatica. Negli ultimi anni della sua vita, forse anche a causa di alcuni problemi di salute, De Giorgi preferì ritagliarsi un ruolo meno attivo ma non per questo meno incisivo nella comunità dei matematici: più che fornire dimostrazioni o dare indicazioni di tipo tecnico, preferiva delineare e proporre a tutti gli amici, colleghi e allievi, ambiziosi e ampi programmi di ricerca. Nel delineare questi programmi, tutt’altro che velleitari, era guidato dalla sua profonda intuizione e dalla sua esperienza, che lo portavano a cogliere gli aspetti veramente decisivi dei problemi, sfrondati dei loro artificiali tecnicismi. Alcuni di questi programmi sono stati concretamente sviluppati dai suoi ultimi allievi, altri sono rimasti incompiuti in forma di congetture, ancora al centro dell’interesse degli specialisti.

(Luigi Ambrosio)

Necrologio UMI

  • Luigi Ambrosio, Necrologio di Ennio De Giorgi , Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, serie 8, volume 2-B (1999), n. 1, p. 3-31.
  • http://mathematica.sns.it/autori/919/